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Bolognino sotto torchio «Io non sono un boss»

REGGIO EMILIA . I documenti e le intercettazioni in possesso della Dda raccontano che Michele Bolognino è andato almeno quindici volte a Cutro, per discutere di questioni che accadevano in Emilia con...


10 maggio 2017


REGGIO EMILIA . I documenti e le intercettazioni in possesso della Dda raccontano che Michele Bolognino è andato almeno quindici volte a Cutro, per discutere di questioni che accadevano in Emilia con il supercapo della cosca, Nicolino Grande Aracri. Bolognino di quelle “ambasciate” ne ammette quattro, cinque. E sostiene che era titolare di fatto di bar e ristoranti, tra reggiano e parmense, solo perché caduto in disgrazia con le banche, nella sua attività di imprenditore edile. Racconta di avere abbracciato la ’ndrangheta quando era in carcere, negli anni Novanta, assoldato nel clan Megna. Con una carriera folgorante: «Iniziai come sgarrista, ma dopo una settimana ero già santista...».
E poi lo sbarco nella Bassa, grazie all’amicizia con i Bianchini, consolidata con un patto che aggirava le regole sugli appalti e quelle sulla contribuzione ai dipendenti. Operai che lui stesso aveva fornito a Bianchini, quando l’imprenditore di San Felice lo chiamò per avere carpentieri, da impiegare nella ricostruzione. «Ma che io avessi fatto parte della ’ndrangheta Bianchini lo ha appreso ad ottobre 2012, non prima», ha assicurato ieri Bolognino, dal carcere de l’Aquila, in videoconferenza con il Tribunale di Reggio. Un interrogatorio durato sei ore, sbloccando una giornata di schermaglie tra le parti, che hanno costretto più volte la Corte a ritirarsi per dirimere questioni procedurali, o a porre un freno a toni alti. Quando ad esempio Jaquinta Giuseppe e Vincenzo, difesi dall’avvocato Carlo Taormina, hanno appreso che avrebbero dovuto attendere per il loro interrogatorio, il padre dell’ex calciatore si è alzato e con gesti polemici ha abbandonato l’aula, ignorando le parole del presidente Caruso che lo ammoniva.
«Se fossi come dite il capo di quella che chiamate la ’ndrangheta emiliana non avevo certo bisogno di andare a Cutro da Grande Aracri, quelle cose me le sarei risolte io», ha sbottato più volte Bolognino. Voleva smentire di essere ancora ’ndranghetista: «Quando sono uscito dal carcere per me quella era una storia chiusa, sono venuto a Reggio per rifarmi una vita». Ma di fatto ha usato parole inquietanti, finendo per ammettere un legame con la Calabria. «Ma perchè se lei aveva un problema con Gaetano Blasco qui a Reggio ha sentito il bisogno di andarne a parlare con Nicolino Grande Aracri a Cutro?», ha incalzato più volte il pm Beatrice Ronchi, insieme al collega Marco Mescolini. Domanda che è tornata più volte, perché appunto Bolognino più volte a Cutro c’è andato, anche con altri personaggi coinvolti nel processo Aemilia.
«Da noi costuma così, se hai un problema con uno di un paese cerchi di risolvere con le persone che conosci di quel paese...», ha giustificato. L’interrogatorio, col suffragio di intercettazioni e indagini, è stato un lungo viaggio nel mondo delle infiltrazioni: dalla Germania (da dove arrivavano le auto di lusso da noleggiare ad elitari clienti per «non pagare le multe dell’autovelox») a San Luca e alla Locride, sempre per risolvere questioni settentrionali tra paesani della Calabria. Poi da Parma alla Romagna, dove Bolognino gestiva bar e locali con uno stuolo di prestanome, in un intreccio di relazioni che passa anche dall’altro boss appena pentito, Rocco Antonio Femia, ma per dare un lavoro ai figli. Poi da Reggio alla Bassa terremotata, per gli affari sul terremoto con Bianchini. «Bianchini l’ho conosciuto all’ufficio di Pino Giglio a fine 2011. La prima volta con Giglio Giulio e il geometra Serio Luigi: doveva fare un lavoro al cimitero di Finale».
«A maggio dopo il terremoto Bianchini mi chiama dicendo se avevo 8/9 carpentieri. Io li avevo, a Montecchio ho il capannone, gli uffici. I carpentieri che ho mandato erano operai che lavoravano con me. Mi ha detto che non potevo prendere il lavoro con l’azienda e gli ho mandato gli operai, a Bianchini. Mi ha detto: “Michele le persone le devo assumere io”... Io non potevo prenderle, le ha assunte Bianchini. Non poteva avere il lavoro in subappalto, non lo so…». Il tema erano evidentemente le condizioni degli operai messi a disposizione di Bianchini, incluso Belfiore, il “genero” di Nicolino Grande Aracri: «Ma è presto rimasto a casa, non lavorava», ha replicato dal carcere Bolognino, ammettendo pagamenti fuori busta ma negando lo sfruttamento degli operai e delle fatture false di Pino Giglio.

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