«Brescello può liberarsi»
Andrea Vaccari
Il vicepresidente della commissione antimafia: «I commissari sono un’opportunità»
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BRESCELLO. Nei mesi scorsi aveva invocato a gran voce le dimissioni di Marcello Coffrini da sindaco, dopo le sue dichiarazioni su Grande Aracri. Domani sera i cittadini brescellesi avranno la possibilità di sentirlo discutere dello scioglimento del Comune, argomento della serata che si terrà alle 20.30 nella sala Prampolini del centro culturale “San Benedetto”. Il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Claudio Fava tornerà infatti a parlare delle vicende che hanno portato l’ente locale brescellese a essere prima commissariato e poi sciolto.
Onorevole Fava, è passato poco più di un anno dallo scioglimento del Comune di Brescello, ma il trauma non è stato metabolizzato dalla cittadinanza. E' normale?
«È un atteggiamento abbastanza normale nel momento in cui un provvedimento di questo tipo colpisce un territorio storicamente lontano dalle infiltrazioni mafiose. Non è il decreto di scioglimento che ha stabilito che ci fossero delle infiltrazioni: i sentori vi erano già e hanno avuto origine da fenomeni lontani nel tempo come i soggiorni obbligati al nord di certe figure criminali. Ciò che è avvenuto a Brescello si è verificato anche in altre regioni come il Veneto e la Lombardia. Purtroppo le metastasi di questo cancro sono ovunque. Capisco le difficoltà di accettare la realtà, ma il tempo dello stupore è finito».
L'aspetto più contestato dal cittadino medio è che, nonostante lo scioglimento dell’ente, non vi siano stati indagati.
«Lo scioglimento del Comune, che può essere disposto anche in assenza di reato, non deve essere visto come una sanzione. Va invece letto come una forma di prevenzione nei confronti dell’ente stesso. Il commissariamento vuole essere un periodo nel quale ridare piena agibilità all’ente amministrativo, che deve recuperare la propria autonomia democratica».
La sensazione è che si respiri molta diffidenza nei confronti dei commissari prefettizi. Come si può vincere?
«Credo che i cittadini brescellesi dovrebbero essere diffidenti verso i Grande Aracri e non certo verso i tre commissari che sono lì per rappresentarli al meglio e, di fatto, sono un’emanazione dello Stato».
Come si può ricompattare la società brescellese, uscita divisa da questa storia?
«Uno dei passaggi fondamentali sarà la prossima tornata elettorale, quando i cittadini potranno tornare a scegliere il proprio governo locale. Non credo che debbano vivere questo periodo di transizione con ostilità, non è stata un’offesa ma un’opportunità che è stata loro concessa per tornare a riscoprire i valori della causa collettiva. Dopo quanto è accaduto, ora Brescello ha la possibilità di diventare un luogo di politica attiva».
Quanto pesa il fatto che Coffrini abbia presentato ricorso tanto che ora si attende la sentenza del consiglio di Stato?
«Non penso sia rilevante che l’ex sindaco cerchi una riabilitazione attraverso le vie amministrative. È invece più importante come si affrontano i prossimi mesi, che devono costituire una ripartenza e nei quali non deve mancare il sostegno ai commissari. La presenza della malavita rilevata a Brescello non ha avuto la stessa pervasività che si rileva, ad esempio, in Calabria o altri luoghi. Anche per questo motivo ritengo che il paese possa affrontare questa sfida con un orgoglio positivo e, ripeto, non come un’offesa. Anche perché è stato dimostrato che alcune famiglie facessero sentire il proprio fiato sul collo all’amministrazione comunale».
Venendo al tessuto politico e sociale, non si può non citare il Partito democratico, all’interno del quale il caso Coffrini ha fatto molto discutere. Nello specifico, il Pd brescellese sta affrontando una fase “nuova” per mettersi alle spalle le divisioni esitenti.
«Relativamente al Partito democratico ho sin da subito apprezzato i tanti sindaci che si sono dissociati dalle parole di Coffrini e ne hanno chiesto le dimissioni. Credo che questi amministratori abbiano l’intelligenza e l’esperienza per trattare la vicenda dello scioglimento non come una nota dolente ma come un punto dal quale intraprendere un nuovo cammino».
Il Gruppo di discontinuità, che organizza l’evento di domani sera, ha promosso diverse iniziative sulla legalità ma fatica a fare breccia nel cuore del paese. Perché?
«Penso che serate pubbliche e altri appuntamenti siano tutte occasioni positive, alle quali è giusto partecipare anche se si hanno pensieri politici diversi. Voglio dare un consiglio ai cittadini: non va bene tenere dentro i risentimenti, non è il modo di affrontare le cose e non rispecchia quella che è la vera essenza di Brescello. Bisogna discutere e parlare. Anche perché il problema brescellese al Nord lo hanno in tanti: oggi i processi più importanti sul tema della criminalità organizzata si svolgono proprio a Reggio Emilia, poi a Milano e infine a Roma. La malavita cerca di infilarsi dappertutto e di entrare nelle istituzioni. È necessario consolidare ovunque gli anticorpi».
A proposito, il processo Aemilia prosegue e continua a far emergere dettagli inquietanti sulla pervasività del fenomeno criminale.
«Questi problemi sono ormai diventati prerogativa di tutto il Paese, non è una patologia solo emiliana. Certo, qui le organizzazioni criminali trovano una terra ricca e laboriosa. Per questo c’è molto da lavorare. In un momento di crisi come quello attuale, dove anche il tanto celebrato modello cooperativo è in crisi, bisogna attrezzarsi affinché questa temporanea debolezza non apra la strada a nuovi processi corruttivi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Onorevole Fava, è passato poco più di un anno dallo scioglimento del Comune di Brescello, ma il trauma non è stato metabolizzato dalla cittadinanza. E' normale?
«È un atteggiamento abbastanza normale nel momento in cui un provvedimento di questo tipo colpisce un territorio storicamente lontano dalle infiltrazioni mafiose. Non è il decreto di scioglimento che ha stabilito che ci fossero delle infiltrazioni: i sentori vi erano già e hanno avuto origine da fenomeni lontani nel tempo come i soggiorni obbligati al nord di certe figure criminali. Ciò che è avvenuto a Brescello si è verificato anche in altre regioni come il Veneto e la Lombardia. Purtroppo le metastasi di questo cancro sono ovunque. Capisco le difficoltà di accettare la realtà, ma il tempo dello stupore è finito».
L'aspetto più contestato dal cittadino medio è che, nonostante lo scioglimento dell’ente, non vi siano stati indagati.
«Lo scioglimento del Comune, che può essere disposto anche in assenza di reato, non deve essere visto come una sanzione. Va invece letto come una forma di prevenzione nei confronti dell’ente stesso. Il commissariamento vuole essere un periodo nel quale ridare piena agibilità all’ente amministrativo, che deve recuperare la propria autonomia democratica».
La sensazione è che si respiri molta diffidenza nei confronti dei commissari prefettizi. Come si può vincere?
«Credo che i cittadini brescellesi dovrebbero essere diffidenti verso i Grande Aracri e non certo verso i tre commissari che sono lì per rappresentarli al meglio e, di fatto, sono un’emanazione dello Stato».
Come si può ricompattare la società brescellese, uscita divisa da questa storia?
«Uno dei passaggi fondamentali sarà la prossima tornata elettorale, quando i cittadini potranno tornare a scegliere il proprio governo locale. Non credo che debbano vivere questo periodo di transizione con ostilità, non è stata un’offesa ma un’opportunità che è stata loro concessa per tornare a riscoprire i valori della causa collettiva. Dopo quanto è accaduto, ora Brescello ha la possibilità di diventare un luogo di politica attiva».
Quanto pesa il fatto che Coffrini abbia presentato ricorso tanto che ora si attende la sentenza del consiglio di Stato?
«Non penso sia rilevante che l’ex sindaco cerchi una riabilitazione attraverso le vie amministrative. È invece più importante come si affrontano i prossimi mesi, che devono costituire una ripartenza e nei quali non deve mancare il sostegno ai commissari. La presenza della malavita rilevata a Brescello non ha avuto la stessa pervasività che si rileva, ad esempio, in Calabria o altri luoghi. Anche per questo motivo ritengo che il paese possa affrontare questa sfida con un orgoglio positivo e, ripeto, non come un’offesa. Anche perché è stato dimostrato che alcune famiglie facessero sentire il proprio fiato sul collo all’amministrazione comunale».
Venendo al tessuto politico e sociale, non si può non citare il Partito democratico, all’interno del quale il caso Coffrini ha fatto molto discutere. Nello specifico, il Pd brescellese sta affrontando una fase “nuova” per mettersi alle spalle le divisioni esitenti.
«Relativamente al Partito democratico ho sin da subito apprezzato i tanti sindaci che si sono dissociati dalle parole di Coffrini e ne hanno chiesto le dimissioni. Credo che questi amministratori abbiano l’intelligenza e l’esperienza per trattare la vicenda dello scioglimento non come una nota dolente ma come un punto dal quale intraprendere un nuovo cammino».
Il Gruppo di discontinuità, che organizza l’evento di domani sera, ha promosso diverse iniziative sulla legalità ma fatica a fare breccia nel cuore del paese. Perché?
«Penso che serate pubbliche e altri appuntamenti siano tutte occasioni positive, alle quali è giusto partecipare anche se si hanno pensieri politici diversi. Voglio dare un consiglio ai cittadini: non va bene tenere dentro i risentimenti, non è il modo di affrontare le cose e non rispecchia quella che è la vera essenza di Brescello. Bisogna discutere e parlare. Anche perché il problema brescellese al Nord lo hanno in tanti: oggi i processi più importanti sul tema della criminalità organizzata si svolgono proprio a Reggio Emilia, poi a Milano e infine a Roma. La malavita cerca di infilarsi dappertutto e di entrare nelle istituzioni. È necessario consolidare ovunque gli anticorpi».
A proposito, il processo Aemilia prosegue e continua a far emergere dettagli inquietanti sulla pervasività del fenomeno criminale.
«Questi problemi sono ormai diventati prerogativa di tutto il Paese, non è una patologia solo emiliana. Certo, qui le organizzazioni criminali trovano una terra ricca e laboriosa. Per questo c’è molto da lavorare. In un momento di crisi come quello attuale, dove anche il tanto celebrato modello cooperativo è in crisi, bisogna attrezzarsi affinché questa temporanea debolezza non apra la strada a nuovi processi corruttivi».
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