«Lo amavo, è morto fra le mie braccia»
di Tiziano Soresina
Delitto di via Nacchi: parla il compagno 59enne della vittima «Un grande amore per 19 anni, salvai Mahdi dalla droga»
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REGGIO EMILIA. La prima “tappa” del processo per l’uccisione, a coltellate, del tunisino 41enne Mahdi Sallami si è appena conclusa: solo pochi minuti, in aula, per l’ammissione del rito abbreviato (il connazionale 23enne Ahmed Ben Haj si difenderà, quindi, sugli atti) e per la costituzione di sette persone come parte civile. Se ne riparlerà in settembre. Fra chi chiederà i danni c’è il compagno reggiano della vittima. Il 59enne Silvano Morini – direttore creativo in un’agenzia pubblicitaria – tradisce non poca emozione nel raccontare la ferocia di quei momenti purtroppo vissuti in diretta. Non ha, invece, problemi a parlare della storia gay che lo legava alla vittima. Lo fa con calma e naturalezza, usando parole delicate e piene di rimpianto.
Com’è nata la vostra relazione?
«Stavamo insieme da 19 anni. Ci siamo conosciuti, casualmente in una pizzeria a Modena: Mahdi non aveva tutti i soldi per pagare le pizze e gli diedi 5mila lire. Da quel momento abbiamo cominciato a frequentarci. Come mi hanno sempre riconosciuto i genitori, gli ho fatto da padre e da madre, oltre a salvargli la vita in un periodo buio. Era solo in Italia e l’ho aiutato ad uscire dalla tossicodipendenza, altrimenti sarebbe morto per overdose. Un percorso difficile, in comunità, ma alla fine ce l’aveva fatta, quattro anni fa. Vivevamo insieme in un appartamento del centro. Stavamo valutando l’unione civile, anche se lui, musulmano, si faceva qualche scrupolo su tradizioni, religione, la famiglia. Ma tutti sapevano in famiglia di noi due».
Cosa ricorda dell’8 giugno scorso, di quel pomeriggio terribile?
«Eravamo insieme, abbiamo parcheggiato in via Roma e poi ci siamo diretti verso via Nacchi dove Mahdi aveva appuntamento con l’avvocato Federico Bertani per una sua vecchia cosa. Ho suonato alla porta dello studio legale ma, all’improvviso, è piombato quell’uomo. Si sono spintonati, poi ha accoltellato Mahdi alla schiena, facendolo cadere a terra. Si è gettato su di lui e in ginocchio l’ha accoltellato al cuore e in altre parti del corpo. Tutto velocissimo, l’aggressore non l’avevo mai visto. Mahdi si è alzato, ricordo lo stupore nei suoi occhi. Ho chiamato subito i soccorsi, in strada non c’era nessuno. Tre rantoli e poi mi è morto fra le braccia (qui il compagno è preso da un momento di sconforto, trattiene a stento le lacrime, ndr), non ho potuto far nulla per lui...».
L’accusa parla di omicidio premeditato. Lei cosa sa?
«Sapevo che il 31 dicembre 2013 c’era stato un litigio fra connazionali, erano ubriachi. Ma Mahdi non mi ha mai detto che era stato lui a sfregiare Ben Haj. So che l’assassino aveva comprato l’8 giugno il coltello e dai filmati della polizia si vede che esce dalla questura dopo aver adempiuto all’obbligo di firma e riceve subito una telefonata, per poi inforcare velocemente la bicicletta. Poco dopo è avvenuta l’aggressione in via Nacchi».
Cosa le resta?
«Il ricordo di un grande amore. Dopo anni pesantissimi, Mahdi era finalmente tranquillo. Andava e veniva dalla Tunisia, ma eravamo molto uniti».
Com’è nata la vostra relazione?
«Stavamo insieme da 19 anni. Ci siamo conosciuti, casualmente in una pizzeria a Modena: Mahdi non aveva tutti i soldi per pagare le pizze e gli diedi 5mila lire. Da quel momento abbiamo cominciato a frequentarci. Come mi hanno sempre riconosciuto i genitori, gli ho fatto da padre e da madre, oltre a salvargli la vita in un periodo buio. Era solo in Italia e l’ho aiutato ad uscire dalla tossicodipendenza, altrimenti sarebbe morto per overdose. Un percorso difficile, in comunità, ma alla fine ce l’aveva fatta, quattro anni fa. Vivevamo insieme in un appartamento del centro. Stavamo valutando l’unione civile, anche se lui, musulmano, si faceva qualche scrupolo su tradizioni, religione, la famiglia. Ma tutti sapevano in famiglia di noi due».
Cosa ricorda dell’8 giugno scorso, di quel pomeriggio terribile?
«Eravamo insieme, abbiamo parcheggiato in via Roma e poi ci siamo diretti verso via Nacchi dove Mahdi aveva appuntamento con l’avvocato Federico Bertani per una sua vecchia cosa. Ho suonato alla porta dello studio legale ma, all’improvviso, è piombato quell’uomo. Si sono spintonati, poi ha accoltellato Mahdi alla schiena, facendolo cadere a terra. Si è gettato su di lui e in ginocchio l’ha accoltellato al cuore e in altre parti del corpo. Tutto velocissimo, l’aggressore non l’avevo mai visto. Mahdi si è alzato, ricordo lo stupore nei suoi occhi. Ho chiamato subito i soccorsi, in strada non c’era nessuno. Tre rantoli e poi mi è morto fra le braccia (qui il compagno è preso da un momento di sconforto, trattiene a stento le lacrime, ndr), non ho potuto far nulla per lui...».
L’accusa parla di omicidio premeditato. Lei cosa sa?
«Sapevo che il 31 dicembre 2013 c’era stato un litigio fra connazionali, erano ubriachi. Ma Mahdi non mi ha mai detto che era stato lui a sfregiare Ben Haj. So che l’assassino aveva comprato l’8 giugno il coltello e dai filmati della polizia si vede che esce dalla questura dopo aver adempiuto all’obbligo di firma e riceve subito una telefonata, per poi inforcare velocemente la bicicletta. Poco dopo è avvenuta l’aggressione in via Nacchi».
Cosa le resta?
«Il ricordo di un grande amore. Dopo anni pesantissimi, Mahdi era finalmente tranquillo. Andava e veniva dalla Tunisia, ma eravamo molto uniti».
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