Gazzetta di Reggio

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Bolognino: «Diedi l’auto a Belen» 

Il boss dal carcere spiega la sua affiliazione alla ’ndrangheta, i vip e... Bianchini

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REGGIO EMILIA. «Una volta ho consegnato l’auto a noleggio a Belen».
Quando il presunto boss della ’ndrangheta emiliana – Michele Bolognino – ieri dal carcere aquilano ha fatto il nome della famosa diva della tv e del suo ex uomo Fabrizio Corona, giudici, avvocati e imputati sono rimasti lì per lì perplessi. Ma quando il pm Marco Mescolini ha ipotizzato che si trattasse di una boutade, Bolognino ha puntualizzato: «No, no, Belen, proprio lei. Io lavoravo anche nel noleggio delle auto, con le targhe di San Marino. Anche la Bmw X6 sulla quale i carabinieri mi hanno piazzato una microspia, che ho scoperto il giorno dopo, la noleggiavo spesso... Una volta portai a Bologna un’auto di lusso a noleggio, per la signora Belen...».
Nulla di rilevante per il processo, ma in otto ore di intenso interrogatorio è stato l’unico momento in cui tutti hanno condiviso un sorriso compiaciuto, anche nelle gabbie dei detenuti. Per il resto durissime schermaglie, passate attraverso la vita – criminale – di Bolognino: «Venni arrestato a 24 anni, per associazione mafiosa e droga, poi mi accusarono di ricettazioni. L’organizzazione rubava le auto in Calabria, me le portavano e io che facevo il carrozzaio le taroccavo. Non ero ancora nella ’ndrangheta, ma quando nel 1993 venni arrestato, in carcere mi affiliai, divenni anche santista. Fui condannato a complessivi 23 anni di reclusione, nel 1996, ma nel 2003 ho usufruito dei primi permessi. Ho voluto mettere una pietra sul mio passato, così mi sono riconciliato con mia cognata, che ci aveva denunciati tutti. A causa delle sue rivelazioni sono andate in carcere decine di persone. Se fossi stato ancora un mafioso mi sarei vendicato...». Una vita intensa: le armi (smentite), l’edilizia (con tre ditte che avevano assommato fino a quaranta dipendenti), le auto di lusso, i bar e i ristoranti dei prestanome, di cui si è già parlato. Ieri il presidente della corte, Francesco Caruso, ha fatto sintesi, durissima, di quanto è emerso. A cominciare da quei viaggi che Bolognino faceva a Cutro, dall’amico Grande Aracri: «Ma perchè – ha incalzato Caruso – se lei era uscito dalla’ndrangheta ritenne doveroso andare a omaggiare Grande Aracri, quando era appena uscito dal carcere, omaggiarlo, chiedergli il favore di risolvere i suoi problemi economici con altri cutresi in Emilia? Perchè lei ha ritenuto di far assumere Gaetano Belfiore, genero di Grande Aracri, alla ditta Bianchini?». Si è ripresentato così il socio in affari di Bianchini, sul quale Bolognino ha fatto altri racconti: «Mi telefonò e gli mandai tredici operai – ha ribadito – in cantiere ci andavo anch’io a lavorare, un giorno sì e l’altro no. Ma io non sapevo chi fosse Gaetano Belfiore, l’ho imparato dopo, intanto l’avevo fatto licenziare perché i geometri di Bianchini si lamentavano.. E a Bianchini non ho detto all’inizio che avevo avuto quei problemi con la giustizia. Lo scoprì lui, a ottobre 2012 quando gli chiesi di assumere anche me. Dopo qualche giorno mi disse che non poteva, mi disse di avere guardato le carte su di me, capii dal suo volto che aveva saputo. Pensai: ecco, anche con questo ho finito... Anche se col crimine, che non paga, avevo chiuso».

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