«Botte e minacce di morte a mio figlio»
di Tiziano Soresina
Terrorizzata la madre del 34enne sparito: «Non so dov’è, pagai 180mila euro per i debiti di gioco, c’entra House of cards»
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REGGIO EMILIA. Botte, minacce, ben 180mila euro pagati per arginare i debiti di gioco del figlio, la paura che non la lascia nemmeno un attimo e l’ha fatta dimagrire di 15 chili per la continua tensione che l’attanaglia.
Si è aperta ieri con questa testimonianza-shock l’udienza di Aemilia: a deporre la mamma (di cui non forniremo le generalità per motivi di sicurezza) dell’imprenditore reggiano 34enne Matteo Lusetti che proprio non si trova, ma la cui testimonianza come parte offesa viene ritenuta preziosa nell’ambito non solo del maxi processo per mafia ma anche nel procedimento in corso (battezzato House of cards) dai capi d’imputazione non indifferenti (associazione a delinquere, fatture per operazioni inesistenti, estorsione ed usura). Per rendere possibile la testimonianza della donna vengono prese tutte le cautele possibili dai carabinieri: entra in aula scortata oltre che interamente coperta da una giacca, divieto assoluto di foto e riprese tv, un paravento – già usato per le deposizioni dei pentiti – che le permette di rispondere alle domande senza essere vista. Le trema la voce, pian piano trova le parole per spiegare in quale incubo il figlio l’ha fatta precipitare.
«Ma dov’è Matteo?» le chiede subito il presidente Francesco Caruso. «Non lo so, non lo so – risponde con rassegnazione – perché Matteo fino al 2015 era a Reggio, poi ha lavorato per tre mesi in Romagna, ma non lo confermarono. Degli amici gli proposero allora un lavoro negli Stati Uniti e per tre mesi è andato in America, in un ostello. Quando è rientrato gli ho spiegato che lo volevano sentire in due processi, ma lui non ne ha voluto sapere, non voleva più avere a che fare con il passato e non voleva che nemmeno io andassi a testimoniare. E se n’è andato dicendomi che tornava negli Stati Uniti. È stata l’ultima volta che l’ho visto. Il Congo? L’ho saputo da degli amici che sarebbe là...».
Ma qual è il passato da cui fugge Matteo? E qui il racconto della mamma si fa cupo, terribile. «Ha sbagliato giocando d’azzardo, prendendo dei soldi in prestito. Hanno minacciato di sparargli in bocca, il 6 aprile 2014 tornò a casa col naso rotto e gli occhi tumefatti: l’avevano picchiato perché non pagava. Per tamponare questa situazione ho pagato io 180mila euro, ma non so a chi, non li conosco, andavo solamente con mio figlio da quella gente con i soldi. Non so quanti soldi dovesse a quelle persone e che vi fossero degli interessi usurari l’ho letto negli atti». E qui s’inserisce l’avvocato Giuseppe Migale Ranieri che come difensore è impegnato nei due procedimenti da cui Lusetti fugge e vuole capire dalla testimone a quale vicenda giudiziaria si riferiscano – se lo sa – minacce e soldi pagati: «Le minacce – risponde decisa – erano legate al procedimento House of cards, come buona parte dei soldi sborsati. Mio figlio teme che confermando le accuse ne deriverebbe per lui grossi danni. Ora ho paura per me e mio marito». In venti minuti la storia di una famiglia reggiana disperata.
Si è aperta ieri con questa testimonianza-shock l’udienza di Aemilia: a deporre la mamma (di cui non forniremo le generalità per motivi di sicurezza) dell’imprenditore reggiano 34enne Matteo Lusetti che proprio non si trova, ma la cui testimonianza come parte offesa viene ritenuta preziosa nell’ambito non solo del maxi processo per mafia ma anche nel procedimento in corso (battezzato House of cards) dai capi d’imputazione non indifferenti (associazione a delinquere, fatture per operazioni inesistenti, estorsione ed usura). Per rendere possibile la testimonianza della donna vengono prese tutte le cautele possibili dai carabinieri: entra in aula scortata oltre che interamente coperta da una giacca, divieto assoluto di foto e riprese tv, un paravento – già usato per le deposizioni dei pentiti – che le permette di rispondere alle domande senza essere vista. Le trema la voce, pian piano trova le parole per spiegare in quale incubo il figlio l’ha fatta precipitare.
«Ma dov’è Matteo?» le chiede subito il presidente Francesco Caruso. «Non lo so, non lo so – risponde con rassegnazione – perché Matteo fino al 2015 era a Reggio, poi ha lavorato per tre mesi in Romagna, ma non lo confermarono. Degli amici gli proposero allora un lavoro negli Stati Uniti e per tre mesi è andato in America, in un ostello. Quando è rientrato gli ho spiegato che lo volevano sentire in due processi, ma lui non ne ha voluto sapere, non voleva più avere a che fare con il passato e non voleva che nemmeno io andassi a testimoniare. E se n’è andato dicendomi che tornava negli Stati Uniti. È stata l’ultima volta che l’ho visto. Il Congo? L’ho saputo da degli amici che sarebbe là...».
Ma qual è il passato da cui fugge Matteo? E qui il racconto della mamma si fa cupo, terribile. «Ha sbagliato giocando d’azzardo, prendendo dei soldi in prestito. Hanno minacciato di sparargli in bocca, il 6 aprile 2014 tornò a casa col naso rotto e gli occhi tumefatti: l’avevano picchiato perché non pagava. Per tamponare questa situazione ho pagato io 180mila euro, ma non so a chi, non li conosco, andavo solamente con mio figlio da quella gente con i soldi. Non so quanti soldi dovesse a quelle persone e che vi fossero degli interessi usurari l’ho letto negli atti». E qui s’inserisce l’avvocato Giuseppe Migale Ranieri che come difensore è impegnato nei due procedimenti da cui Lusetti fugge e vuole capire dalla testimone a quale vicenda giudiziaria si riferiscano – se lo sa – minacce e soldi pagati: «Le minacce – risponde decisa – erano legate al procedimento House of cards, come buona parte dei soldi sborsati. Mio figlio teme che confermando le accuse ne deriverebbe per lui grossi danni. Ora ho paura per me e mio marito». In venti minuti la storia di una famiglia reggiana disperata.
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