Ucciso per aver detto no alle nozze combinate
di Ambra Prati
Risolto il giallo di via Cascina, dove il 14 maggio 2014 fu ritrovato un cadavere La vittima progettò la fuga d’amore. L’assassino è l’amico innamorato di lui
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FABBRICO. Si oppone al sistema dei matrimoni combinati dai genitori: massacrato a coltellate la stessa sera della programmata fuga con l’amata. Dopo tre anni, i carabinieri del Nucleo Investigativo e Operativo di Reggio, coordinati dal pm Giacomo Forte, hanno risolto il giallo di Fabbrico, risalendo all’assassino di Waqas Ahmed, 22 anni: a tendere la trappola, che ha portato alla terribile fine del giovane, sarebbe stato l’amico e parente dell’innamorata, che in un primo tempo lo avrebbe aiutato nella relazione proibita con la ragazza. Ieri all’alba, a Fabbrico, i carabinieri hanno fatto scattare le manette ai polsi di Mustafa Ghulam, 45enne, che ora si trova ristretto nel carcere di via Settembrini a Reggio Emilia. Dovrà rispondere di accuse pesanti: omicidio doloso aggravato in concorso (con altri complici non identificati) e soppressione e occultamento di cadavere.
Il rinvenimento del corpo risale al 14 maggio 2014, quando, durante alcuni lavori di scavo per eseguire un parcheggio dietro la Landini Argo Tractor in via Cascina a Fabbrico, gli operai fanno un macabro rinvenimento: è il cadavere di un uomo semisepolto e in avanzato stato di decomposizione. Il corpo è nudo e si trova lì da parecchio tempo, tanto che rimane solo il cranio, lo scheletro e brandelli di pelle: impossibile identificarlo. La successiva ispezione del medico legale conferma: uomo, di giovane età, forse pakistano. E fornisce indubitabili indizi di morte violenta: ci sono tracce di un fendente all’addome e una ferita profonda al collo. L’assenza di riscontri ematici fa pensare che il malcapitato sia stato ucciso all’arma bianca in un altro luogo e poi portato in quel campo isolato.
I carabinieri cominciano a scandagliare all’interno della numerosa comunità pakistana di Fabbrico, scontrandosi però contro un muro di gomma. E solo a settembre dello stesso anno 2014, grazie al test del Dna, è possibile dare un volto alla vittima: si tratta di Waqas Ahmed, giunto a Fabbrico dal Pakistan nel dicembre del 2013 in modo regolare ma poi rimasto, da clandestino, ospite di alcuni parenti. Scompare dal 14 febbraio, quando dichiara ai conoscenti di partire per l’estero.
La Procura e gli inquirenti comprendono che un delitto efferato si nasconde dietro quei poveri resti scheletrici di via Cascina. Ma le indagini si rivelano alquanto difficoltose, e il pm Giacomo Forte, nel settembre 2014, apre un fascicolo per omicidio contro ignoti. Del caso non si sa più nulla, fino al blitz risolutivo dell’Arma compiuto ieri mattina.
Se queste sono le premesse, per risolvere il rebus è stato necessario partire dalla storia personale di Waqas all’interno della comunità pakistana. Un giovane che, nato in Pakistan, osa ribellarsi a una consuetudine consolidata: quella dei matrimoni combinati. Dice no allo sposalizio deciso per lui dai genitori, perciò viene “punito” e mandato in Italia, ospite di uno zio a Fabbrico. Nel Reggiano – scopriranno in seguito gli inquirenti dai parenti sparsi per il mondo – Waqas si trova male: in quanto clandestino, non può lavorare, viene considerato un ribelle che non rispetta le regole, si trova a disagio. Il sogno arriva quando conosce una ragazza: anche lei pakistana, all’epoca minorenne (ora maggiorenne), di famiglia benestante e promessa a un altro. Scatta la scintilla, ma è un amore impossibile: la giovanissima è talmente controllata che, per avere un contatto con lei, Waqas ricorre all’aiuto di un parente della giovane, il 45enne Ghulam, che all’inizio agevola la relazione. Per aggirare i controlli e mantenere segreta la relazione, il ruolo di Ghulam è fondamentale. Arriva a consegnare all’innamorata un cellulare, in modo che lei possa comunicare con Waqas tramite Facebook, usando il profilo di Ghulam. I servigi di Ghulam non sono disinteressati: l’uomo, che ha 20 anni più di Waqas, secondo le indagini ha tendenze omosessuali e molti lo sanno. Ma non è ricambiato da Waqas. Forse spera di ammansirlo facendogli da sponda. Ma quando i due innamorati decidono di organizzare una fuga d’amore, prevista per la notte di San Valentino, Ghulam rende nota la relazione, fino a quel momento nascosta, e lo “vende” ai famigliari di lei, a sua volta promessa sposa con un altro. Almeno questa è l’ipotesi degli investigatori, anche se, come vedremo, trovare prove che colleghino Ghulam ai suoi complici non sarà facile.
Invece la responsabilità di Ghulam, secondo l’accusa mosso da gelosia, ha parecchi riscontri, in questo intreccio di amori proibiti incomprensibile al di fuori della cultura pakistana. La notte del 4 febbraio Waqas, alle 22.30, prende commiato dagli amici in via Matteotti: non arriverà mai all’appuntamento con la ragazza, fissato per le 23 vicino alla parrocchia di Santa Maria Assunta. Più mani portano il 22enne in un altro luogo, lo seviziano, lo sgozzano, lo spogliano e lasciano il corpo in via Cascina.
Ad incastrare Ghulam un errore macroscopico: il 45enne conserva il cellulare di Waqas, un Samsung bianco con cover nera, che viene visto in mano alla vittima mentre saluta tutti per la presunta partenza. Ghulam ha l’accortezza di “ripulire” lo smartphone, cancella foto e messaggi, cambia anche la Sim card. Ma la tecnologia avanzata consente di recuperare i file. Tra questi, una foto che ritrae l’omicida proprio in quel campo di via Cascina, a dimostrazione che frequentava quel luogo. L’indagato non è in grado di fornire un alibi, e il pm Giacomo Forte ottiene dal Gip Angela Baraldi una ordinanza di custodia cautelare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il rinvenimento del corpo risale al 14 maggio 2014, quando, durante alcuni lavori di scavo per eseguire un parcheggio dietro la Landini Argo Tractor in via Cascina a Fabbrico, gli operai fanno un macabro rinvenimento: è il cadavere di un uomo semisepolto e in avanzato stato di decomposizione. Il corpo è nudo e si trova lì da parecchio tempo, tanto che rimane solo il cranio, lo scheletro e brandelli di pelle: impossibile identificarlo. La successiva ispezione del medico legale conferma: uomo, di giovane età, forse pakistano. E fornisce indubitabili indizi di morte violenta: ci sono tracce di un fendente all’addome e una ferita profonda al collo. L’assenza di riscontri ematici fa pensare che il malcapitato sia stato ucciso all’arma bianca in un altro luogo e poi portato in quel campo isolato.
I carabinieri cominciano a scandagliare all’interno della numerosa comunità pakistana di Fabbrico, scontrandosi però contro un muro di gomma. E solo a settembre dello stesso anno 2014, grazie al test del Dna, è possibile dare un volto alla vittima: si tratta di Waqas Ahmed, giunto a Fabbrico dal Pakistan nel dicembre del 2013 in modo regolare ma poi rimasto, da clandestino, ospite di alcuni parenti. Scompare dal 14 febbraio, quando dichiara ai conoscenti di partire per l’estero.
La Procura e gli inquirenti comprendono che un delitto efferato si nasconde dietro quei poveri resti scheletrici di via Cascina. Ma le indagini si rivelano alquanto difficoltose, e il pm Giacomo Forte, nel settembre 2014, apre un fascicolo per omicidio contro ignoti. Del caso non si sa più nulla, fino al blitz risolutivo dell’Arma compiuto ieri mattina.
Se queste sono le premesse, per risolvere il rebus è stato necessario partire dalla storia personale di Waqas all’interno della comunità pakistana. Un giovane che, nato in Pakistan, osa ribellarsi a una consuetudine consolidata: quella dei matrimoni combinati. Dice no allo sposalizio deciso per lui dai genitori, perciò viene “punito” e mandato in Italia, ospite di uno zio a Fabbrico. Nel Reggiano – scopriranno in seguito gli inquirenti dai parenti sparsi per il mondo – Waqas si trova male: in quanto clandestino, non può lavorare, viene considerato un ribelle che non rispetta le regole, si trova a disagio. Il sogno arriva quando conosce una ragazza: anche lei pakistana, all’epoca minorenne (ora maggiorenne), di famiglia benestante e promessa a un altro. Scatta la scintilla, ma è un amore impossibile: la giovanissima è talmente controllata che, per avere un contatto con lei, Waqas ricorre all’aiuto di un parente della giovane, il 45enne Ghulam, che all’inizio agevola la relazione. Per aggirare i controlli e mantenere segreta la relazione, il ruolo di Ghulam è fondamentale. Arriva a consegnare all’innamorata un cellulare, in modo che lei possa comunicare con Waqas tramite Facebook, usando il profilo di Ghulam. I servigi di Ghulam non sono disinteressati: l’uomo, che ha 20 anni più di Waqas, secondo le indagini ha tendenze omosessuali e molti lo sanno. Ma non è ricambiato da Waqas. Forse spera di ammansirlo facendogli da sponda. Ma quando i due innamorati decidono di organizzare una fuga d’amore, prevista per la notte di San Valentino, Ghulam rende nota la relazione, fino a quel momento nascosta, e lo “vende” ai famigliari di lei, a sua volta promessa sposa con un altro. Almeno questa è l’ipotesi degli investigatori, anche se, come vedremo, trovare prove che colleghino Ghulam ai suoi complici non sarà facile.
Invece la responsabilità di Ghulam, secondo l’accusa mosso da gelosia, ha parecchi riscontri, in questo intreccio di amori proibiti incomprensibile al di fuori della cultura pakistana. La notte del 4 febbraio Waqas, alle 22.30, prende commiato dagli amici in via Matteotti: non arriverà mai all’appuntamento con la ragazza, fissato per le 23 vicino alla parrocchia di Santa Maria Assunta. Più mani portano il 22enne in un altro luogo, lo seviziano, lo sgozzano, lo spogliano e lasciano il corpo in via Cascina.
Ad incastrare Ghulam un errore macroscopico: il 45enne conserva il cellulare di Waqas, un Samsung bianco con cover nera, che viene visto in mano alla vittima mentre saluta tutti per la presunta partenza. Ghulam ha l’accortezza di “ripulire” lo smartphone, cancella foto e messaggi, cambia anche la Sim card. Ma la tecnologia avanzata consente di recuperare i file. Tra questi, una foto che ritrae l’omicida proprio in quel campo di via Cascina, a dimostrazione che frequentava quel luogo. L’indagato non è in grado di fornire un alibi, e il pm Giacomo Forte ottiene dal Gip Angela Baraldi una ordinanza di custodia cautelare.
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