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«Una ragazza mi ama voglio cambiare vita» 

«Una ragazza mi ama voglio cambiare vita» 

I messaggi inviati dalla vittima allo zio in Norvegia. L’allarme del padre in Grecia La «totale omertà» dei parenti di Fabbrico. Il puzzle dell’indagine durata tre anni

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FABBRICO. «Non mi piace questa vita, voglio sposarmi con una ragazza che ha un debole per me». «Non ti posso dire chi è, ma ti posso dare qualche indizio: proviene dal mio paese (Mirza Tahir, ndr), vive a Fabbrico ed è di famiglia benestante». «Vedrai quando mi guiderò un macchinone». Sono i messaggi che Waqas, la povera vittima, inviava nel 2013 allo zio, residente in Norvegia: la sua testimonianza è stata un perno importante, per gli inquirenti, nella faticosa ricostruzione del puzzle.
Le indagini, durate ben tre anni, sono state molto complesse. Anzitutto per la chiusura della comunità pakistana fabbricese, che gli investigatori definiscono improntata ad una «omertà totale»: non solo non hanno collaborato in alcun modo ma, anzi, hanno pure depistato, nonostante le intercettazioni tra i gruppi familiari dimostrino che tutti sapevano.
Inchiesta complessa anche per il ritardo della scoperta del cadavere, che ha reso poco utili le indagini necroscopiche: quello scheletro ha “parlato” e restituito poco, tanto che se non ci fosse stato l’esame del Dna non sarebbe stato possibile nemmeno identificare la vittima. A questo punto non è rimasta che una strada agli inquirenti: da un lato la ricostruzione delle relazioni amicali e familiari del 22enne, dall’altro la tecnologia, vero cardine dell’inchiesta.
Sul fronte delle relazioni personali, oltre alla collaborazione dello zio in Norvegia, è stato di aiuto anche il padre del giovane, residente in Grecia. È stato quest’ultimo, preoccupato per l’impossibilità di mettersi in contatto con il figlio, a indurre i parenti di Fabbrico a sporgere denuncia di scomparsa, avvenuta nell’aprile 2014: dopo ben due mesi che nessuno sapeva più nulla di Waqas. Un particolare che ha insospettito, così come ha insospettito il fatto che il giorno dopo il ritrovamento del cadavere, ancora senza identità, si siano presentati in caserma lo zio di Waqas, che lo ospitava, accompagnato da un amico: guarda caso, il padre dell’innamorata. Lo zio si è affrettato a precisare di non sapere nulla, ma ha chiesto se il nipote scomparso potesse essere il morto. Un modo per tastare il terreno di quanto sapesse l’Arma, ipotizzano gli inquirenti.
Solo sospetti e indizi, che hanno trovato conferme dal lavoro certosino di ricostruzione dei contatti a distanza. Non è dato sapere se i due innamorati che progettavano la fuga si siano mai visti di persona. Forse una volta: molto prudenti, comunicavano solo via web, e non tramite telefonate, bensì via Skype o Facebook, ben più ardui da recuperare. La ragazza però usava il profilo Facebook dell’assassino, firmandosi “GVR” e manifestando apertamente il suo trasporto. Waqas era consapevole che, con quella “fuitina”, rischiava la vita; così come sapeva che senza Ghulam, parente della ragazza con libero accesso alla casa di lei, non avrebbe più potuto comunicare con l’innamorata.
«Le indagini telematiche, alquanto complesse, hanno svolto un ruolo decisivo – ha affermato il pm Giacomo Forte, che ha seguito la lunga e paziente ricerca –. Secondo il nostro quadro indiziario, l’indagato, che ha sottratto il cellulare alla vittima la notte del delitto, ha commesso l’errore di conservarlo, seppur ripulito e con una Sim card diversa. L’ha utilizzato anche per collegarsi a Facebook e cancellare i messaggi compromettenti». «Non si tratta di un cold case, perché non abbiamo mai mollato – ha dichiarato il comandante del Nucleo Operativo Alessandro Dimichino –. Con grande tenacia i nostri uomini hanno intercettato, scandagliato, recuperato post e file».
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