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La Corte: vent’anni a chi uccise Marco 

di Tiziano Soresina
La Corte: vent’anni a chi uccise Marco 

L’Assise boccia la legittima difesa per Hykaj, cade la droga come movente. Sei anni a Tufa peril tentato omicidio di Matteo

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QUATTRO CASTELLA. Bocciata la legittima difesa, da qui l’emissione di due condanne per gli imputati albanesi.
La Corte d’assise – dopo quattro ore di camera di consiglio – a fine-pomeriggio ha ieri condannato Fatmir Hykaj a vent’anni di reclusione per aver ucciso Marco Montruccoli: per i giudici fu un delitto e hanno applicato l’orientamento dottrinale che parla di “eccesso doloso nella legittima difesa”, cioè in soldoni il 29enne volontariamente andò con quelle 14 coltellate ben oltre al mettersi in salvo. Una condanna “temperata” dal riconoscimento dell’attenuante della provocazione e dalla mancata applicazione dell’aggravante della crudeltà. Sei anni di carcere, invece, per il 28enne Daniel Tufa ritenuto colpevole del tentato omicidio di Matteo Montruccoli, ma estraneo al delitto. Sempre i due giovani albanesi sono stati assolti dall’accusa di spaccio di stupefacenti. Complessivamente è stata disposta una provvisionale sui 300mila euro per le otto parti civili (in sintesi Matteo e i suoi genitori nonché la sorella, la vedova e le tre figlie della vittima). La Corte – presieduta da Dario De Luca, a latere il collega Luca Ramponi e i giudici popolari – ha infine ritenuto “legittimato per legge” il pm Maria Rita Pantani a dare corso ai reati rilevati nel processo (per falsa testimonianza la moglie di Hykaj, il cognato di Tufa e Valter Re, ma sono già state ventilate dall’accusa anche “mosse” contro l’avvocato difensore Carlo Taormina). Una sentenza talmente articolata che lascia muti per diversi lunghi minuti tutti i protagonisti di questa tragica storia giudiziaria. Nessuna reazione scomposta, solo l’affannosa richiesta di chiarimenti ai rispettivi legali. Comunque l’aula è “blindata” dai carabinieri per evitare guai dopo la lettura della sentenza. Sono momenti confusi, frastornanti. Con i cronisti rompe il ghiaccio l’avvocato di parte civile Giovanni Tarquini: «Abbiamo raggiunto l’obiettivo del mancato accoglimento della legittima difesa e della permanenza in carcere dei due imputati. Il dolore non viene lenito da una sentenza, ma quantomeno si ha il conforto di una decisione giusta». Provatisssima Mara Guidetti, la mamma dei due Montruccoli. Piange davanti al taccuino: «Mio figlio Marco è stato barbaramente ucciso e i suoi figli non vedranno più il papà. La provvisionale? Non c’è prezzo per una perdita così. Spero nella certezza della pena, mi ha deluso il non riconoscimento del movente della droga». La vedova Veronica Pignoli si sente come liberata, dopo una notte insonne: «Vent’anni a Hykaj: giustizia è fatta. Pochi sei per Tufa. Sto conservando tutto per i miei figli troppo piccoli, a loro un giorno racconterò tutto e che il papà ha avuto giustizia. L’altra figlia di Marco ha 12 anni: le ho telefonato. È stato il processo delle donne: ringrazio per il gran lavoro fatto il pm Pantani e l’avvocatessa Francesca Guazzi che mi ha tutelato».
Matteo, sopravvissuto per miracolo, a quella notte feroce ha mille pensieri in testa: «Vent’anni a Hykaj, un buon esito. La stessa cosa non si può dire per Tufa. Ma i giudici hanno voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte. È discutibile che non sia stato riconosciuto lo spaccio di stupefacenti ai due imputati, un testimone ha detto di aver partecipato a una trattativa! A Marco penso tutti i giorni. Il momento più terribile l’ho vissuto quando quella notte, in attesa dei soccorsi, sono rimasto 4-5 minuti con Marco morto con gli occhi aperti verso di me...».
E l’avvocato di parte civile Marco Fornaciari (autore ieri di una replica efficace e dotta allo stesso tempo) rimane dell’idea che dietro ai due albanesi «vi sia un’organizzazione di trafficanti di droga che sta pagando tutto: latitanza, un processo costoso». Martina Montruccoli (la sorella) si dice soddisfatta in parte dalla sentenza e spera che i prossimi gradi di giudizio aggiungano qualcosa alle condanne. Poi si rivolge agli imputati: «Spero che riflettano un po’ e capiscano cosa significhi far esplodere una bomba così in una famiglia che non lo merita e che quella bomba è arrivata anche a loro». Non c’è odio in queste parole.
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