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Il cappellano cinese: «Prima conoscere poi evangelizzare» 

di Chiara Cabassa
Il cappellano cinese: «Prima conoscere poi evangelizzare» 

Don Pietro Sun, 52 anni: «Si tratta di una comunità schiva Dobbiamo aiutare queste persone a non avere paura» 

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REGGIO EMILIA. È nato 52 anni fa a Hong Dong, un piccolo paese di poche anime immerso nella campagna a 700 chilometri da Pechino. Segni particolari: la sua famiglia, da undici generazioni, è cattolica praticante. E, tra i parenti più stretti, si contano ben nove preti oltre ad un vescovo morto undici anni fa. A monte di tutto ciò – ci tiene a sottolinearlo – l’evangelizzazione dei gesuiti.
Don Pietro Sun è da pochi giorni a Reggio Emilia, chiamato dalla diocesi con la funzione di cappellano della comunità cinese, numerosa in molti quartieri della città. A partire da Ospizio: ed è proprio all’unità pastorale di Ospizio, San Maurizio e Sant’Alberto che è stato assegnato. Ed è nella canonica della chiesa di San Francesco da Paola che lo incontriamo. Al suo fianco, Francesco Braghiroli, direttore dell’ufficio pastorale diocesano Migrantes.
Allora, don Pietro, com’è stato il suo primo approccio alla città di Reggio Emilia?
«Sono qui da due giorni (e arriva il primo dei suoi tanti sorrisi) e tutti quanti mi fanno sentire in famiglia. A Reggio ero già stato due volte, anche se non a lungo, ma qui mi trovo davvero a casa. Anche perché dopo tanto tempo trascorso a Roma, una città caotica, piena di turisti, rumorosa, arrivare a Reggio è stato un po’ come tornare nel paese dove sono nato. Io amo la campagna, la natura, la tranquillità».
A Roma quanto è rimasto?
«Dopo avere studiato in seminario in Cina, dove nel 1991 sono stato ordinato prete, dal 2002 al 2006 ho proseguito gli studi alla Pontificia Università Urbaniana. Tornato in Cina, per otto anni sono stato nella stessa diocesi dove ho lavorato a stretto contatto con i più giovani organizzando diverse iniziative e momenti d’incontro. Fino al 2014, quando mi hanno chiamato a Roma come vice cappellano della comunità cinese della parrocchia di San Bernardino da Siena».
In cosa consisteva il suo lavoro quotidiano?
«Nel curare la comunità cinese, cattolici e non cattolici. Quando avevano bisogno di un medico, mi occupavo della loro salute. Se avevano fame, provvedevo a dar loro da mangiare. Una volta alla settimana prestavo servizio alla Caritas».
«Ed ora è qui per evangelizzare la comunità cinese reggiana. Ma anche le comunità di altre città, dal momento che in tutta l’Emilia lei è l’unico prete cinese... Non è un po’ spaventato?».
«Il lavoro da fare è tanto ma l’importante è iniziare ad avvicinarsi alle persone, a conoscerle. Tutto questo viene prima dell’evangelizzazione».
Quali sono i maggiori ostacoli da superare?
«I cinesi sono riservati, chiusi, non danno confidenza. Ieri stavo passeggiando e mi sono trovato di fronte a una donna cinese. Volevo salutarla, ma lei ha abbassato lo sguardo. Ecco, si tratta di convincerli a non avere paura di ciò che non conoscono. E poi... lavorano troppo. Dal lunedì alla domenica senza tregua. Hanno conosciuto la povertà e ora vogliono accumulare denaro. È una cultura difficile da cambiare. Ma l’integrazione deve servire anche a questo».
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