Gazzetta di Reggio

Reggio

Quel patto sociale che non c'è

Cristian Sesena*
Quel patto sociale che non c'è

Modello Reggio fra delusione e futuro. Cosa resta delle qualità di una città diventata esempio per l’Italia e quali sono i nuovi esempi: apriamo il confronto 

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REGGIO EMILIA. Vivo per lavoro a Roma da ormai nove anni ma appena posso torno a Reggio Emilia, perché l’attrazione magnetica di un reggiano per la sua terra è qualcosa di profondo, ha a che fare con la terra concimata, con la nebbia, l’aria immobile, tutti elementi che creano fin dall’infanzia una certa dose di dipendenza.

Del tanto dibattuto modello reggiano mi sento figlio naturale: asilo Diana (il più bello del mondo), liceo classico Ariosto, la bicicletta come status symbol, la festa dell’Unita’, la Giareda, San Prospero come riferimenti temporali certi e cadenzati, la Reggiana e il Basket, un tempo pure la pallavolo, a caratterizzarci e qualificarci ovunque e comunque nella nostra “aurea reggianitas” .

Quel modello che altro non era che un felice mix di benessere economico, valori civili e società aperta, che nel sistema cooperativo aveva il suo codice di riconoscimento immediato, trova oggi la sua amara geo-rappresentazione in Parco Ottavi ove abitualmente vado a correre la domenica.

Le erbacce, l’abbandono, il non compiuto generalizzato, l’imputridire dei laghetti sono lo specchio di un progetto urbanistico che si è interrotto, e forse di un sogno che si è infranto.

Uno dei nostri difetti maggiori è quello di essere stati per anni alquanto chiusi e autarchici, di aver concepito le relazioni economiche e sociali secondo un paradigma contadino che redistribuiva oneri e onori e aggiustava in casa, con una stretta di mano, ogni criticità.

Il mito del contado felice e autosufficiente, comodamente adagiato fra Enza e Secchia, è definitivamente crollato quando Reggio ha iniziato a dover fare i conti con la più grande crisi economica che ancora stiamo vivendo e di cui fatichiamo a smaltire le tossine; crisi globale e finanziaria che si è rivelata presto essere anche crisi di valori profonda e che ha accelerato una mutazione genetica che era già in atto nel nostro “fare impresa”.

Una frattura così virulenta avrebbe però preteso un altrettanto potente volontà di aggregazione da parte delle forze sociali per far fronte comune contro la marea montante dei licenziamenti, dei fallimenti e invece tutto si è fatto fuorché lavorare assieme per la costruzione di un vero patto sociale che avrebbe dovuto essere l’evoluzione naturale del “modello” .

Ad aggravare questo quadro si è aggiunto il crepuscolo del ruolo della rappresentanza sociale che ha colpito tutti i corpi intermedi e che ha avuto come prima conseguenza quella di creare gruppi dirigenti scollegati dalle reciproche basi di riferimento, troppo e troppo spesso autonomi dalla realtà, quasi sempre incapaci di proporre linee e soluzioni credibili.

Non stupisce quindi che, con questi chiari di luna, non ci si voti più alla politica, non si cerchi una interlocuzione privilegiata con i maggiorenti di questo o quel partito ma al contrario, anche non senza finalità di marketing, si ricorra al consiglio e alle parole della Chiesa, assurta, dopo l’avvento di Papa Francesco, a coscienza critica ed ermeneuta sociale di primissimo ordine.

L’ho fatto anche io da sindacalista nei primi anni 2000, quando in piena vertenza per il rinnovo del Contatto Integrativo Coop Nord Est, il 24 novembre inviai un fax all’allora vescovo Monsignor Caprioli denunciando le pressioni esercitate sui lavoratori per obbligarli a lavorare in quella ricorrenza, e il Vescovo, durante la sua omelia, davanti ad un duomo gremito, prese con vigore le difese di cassiere e commessi.

Già allora si potevano cogliere i primi sintomi di un malessere che avrebbe raggiunto poi negli anni a venire la sua esplosione e che aveva nel lavoro (e nel suo progressivo depauperamento) l’elemento più aberrante.

Anche nel nostro territorio il lavoro è divenuto una questione di quantità e non più di qualità.
Il “dare lavoro” ha iniziato a prescindere dal tema del “quale lavoro dare” e questa dicotomia è suonata sempre più come una bestemmia soprattutto per chi era cresciuto nel mito della distintività cooperativa, generando disincanto, disaffezione e ostilità verso un modo di concepire il profitto che solo sulla carta sembrava rimanere nobile e dal volto umano.

Potrebbe sembrare una questione meramente sindacale, ma non la è: dal lavoro si genera la libertà del singolo, la sua possibilità di un pieno esercizio di cittadinanza, che per una Reggio che si dichiara (e purtroppo spesso autocertifica) “città delle persone” dovrebbe essere tutto.

Più che votarsi a questo o a quel santo, sarebbe forse il caso di fare autocritica e capire dove è finita la vocazione di una città che ha sempre anteposto il “noi” a questo o a quell’altro “io”, che sapeva fornire risposte ai suoi cittadini e non lasciarli soli con le loro domande.

In questo Monsignor Camisasca potrebbe dare una mano, dall’alto della sua pluriennale esperienza in materia.
Fuori da ogni battuta, credo non sia tardi per un nuovo patto sociale che chiami tutti (Sindacati, Imprese, Politica) ad assumersi responsabilità e a cedere un pezzo delle proprie convinzioni e delle proprie recriminazioni in favore della costruzione di una visione, di una prospettiva, magari partendo proprio dal lavoro come fattore collettivo di crescita, come bisogno primario delle nuove generazioni che saranno in carne viva il futuro di Reggio Emilia.
Il modello reggiano si racconta con parole bellissime che vanno rinvigorite dall’uso e dalla pratica: solidarietà, accoglienza, legalità.

Ecco forse dovremmo ripartire dalla potenza di queste parole, liberandole dalla schiavitù, cui le condannano i facili slogan di parte, per scrivere una storia nuova. Una storia di tutti. La nostra.
Cristian Sesena
Segretario Nazionale Filcams Cgil 

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