Gazzetta di Reggio

Reggio

«Servono idee, non Stati Generali» 

di ALBERTO MELLONI*
«Servono idee, non Stati Generali» 

Il professor Melloni sul modello Reggio: «Il business dell’Area Nord? Una speculazione fallita» 

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Il dibattito aperto dalla Gazzetta su ciò che resta del “modello Reggio” si arricchisce oggi di un nuovo intervento.
di ALBERTO MELLONI*
Quando un’esperienza si illude di essere un modello, quell’esperienza è finita: o almeno ha perso la vitalità che la distingueva. L’esperienza civile (ed ecclesiale) reggiana del dopoguerra nasceva da un patto e da una emulazione. Il patto era un patto di pace. Le grandi culture forse rimaste estranee alla costruzione risorgimentale – il movimento operaio e il cattolicesimo – all’indomani della avventura fascista condividevano un’attesa di pace sociale, che impegnava tutti a far sì che tutti i delitti del dopoguerra, dagli ammazzamenti dei preti alle fucilate del 7 luglio, venissero letti e vissuti come esecrabili episodi e non come ragioni di altre violenze.
L’emulazione era quella che vedeva gli stessi soggetti competere sul piano d’una modernizzazione non priva di diffidenza e della distribuzione abbastanza equa del benessere. Una emulazione che diventava un gergo comune: come dimostrano gli interminabili sventramenti che hanno cancellato l’isolato san Rocco e diverse parti della città antica, alla ricerca di una pacchiana modernità da contadini, che ha portato a decorare uno dei teatri più belli del mondo con la stessa fontana che l’Adidas ha messo nel suo negozio di Shanghai.
Il patto e l’emulazione si reggevano sulla fabbricazione di classi dirigenti: per dirla con dei nomi quella dei Bonazzi e dei Benassi da un lato; quella dei Corghi e dei Baroni dall’altro. E su un tessuto sociale che rendeva facile governare una città dal senso civico palpabile.
La città che distruggeva il suo Pavaglione e il grande oratorio quattrocentesco di San Rocco per fare e rifare appartamentoni stile svedese, era anche quella che davanti al Broletto ingiungeva a disciplinati cittadini “Scendere dalla bicicletta”, come recita ancora una targa che potrebbe stare nel patrimonio Unesco.
Questo equilibrio s’è rotto per il suo successo. Il benessere s’è diffuso, ma senza produrre innovazione. Lo stuolo di licenziati delle Reggiane inventatisi piccoli imprenditori ha generato quel gusto per il lusso e l’evasione fiscale che altrove aveva plasmato la razza padrona. Le prediche dalemiane sulla cooperazione come impresa hanno convinto una leva di dirigenti a darsi stipendi che i bilanci avrebbero retto benissimo se ci fosse stata innovazione adeguata. Con il risultato che l’unica azienda che ha fatto innovazione perché doveva (l’ospedale) è diventato la mecca di pazienti d’altrove, e l’unica azienda che sa produrre solo innovazione (l’università) è rimasta come un covo di pericolosi estranei, di fatto neutralizzati dalla decisione del rettore Andrisano scommettere sull’auto, col rischio di fare di Unimore il contorno di politecnico a rete di sedi con capitale Bologna.
La lunga parentesi come sindaco di Graziano il Saggio non ha potuto incidere su questo terreno. La sua constituency politica non era certo disposta a ridiscutere il modello di un piccola città contornata da centri commerciali la cui metratura è comparabile con quella di cui sono dotate città grandi sette volte Reggio. Il grande business dell’Area Nord non poteva che ridursi a quel che è stato: una speculazione fallita e quattro bei landmarks per chi visita i Maramotti.
La sostanza civile del tessuto urbano era in grado di risolvere da sola, anche senza troppa politica, una presenza immigrata che solo adesso – morti i vecchi di cui era badante, persi i posti servili che la spocchiosa gioventù dell’aperitivo non prende nemmeno in considerazione, e saturata la capacità di supplenza di una rete ecclesiale che ha tamponato l’emergenza e ne ha fatto il proprio modo d’essere – incomincia a diventare una crisi nella crisi. Una crisi dalla quale si esce con più innovazione, non simulando coesione in appuntamenti rituali. Più che stati generali, servono idee particolari e una maggior coscienza che la città del 2050 sarà ancora prospera e rilevante se sarà un territorio socialmente innovativo. Capace di dirsi che se la criminalità ha trovato ansa nel territorio è stata per l’astuzia dei malvagi, ma anche per il menefreghismo dei buoni. Di dirsi che un sistema educativo è pregiato non per un record degli anni Ottanta del secolo scorso ma per un disegno per gli anni Trenta del secolo in corso. Di sanzionare moralmente, ben prima che diventino crisi, la pigrizia di un sistema cooperativo che in dieci anni di crisi economica non ha inventato una sola proposta per dare ai giovani in attesa di prima occupazione e di prima dignità qualcosa che non fosse l’attesa spendacciona di un “lavoretto”. Di pensare politicamente che la benzina che ogni sabato spargono sul terreno della città i gazebo dei rancori xenofobi e qualunquisti va disinnescata con una durezza che manca.
Se no fra trent’anni qualcuno proporrà di abbattere il municipio farci un baraccone finto vecchio, che sì, sarà un po’ kitsch, ma almeno avrà il parcheggio sotto: e i vecchi andranno a commentare aggrappati alle reti, ma senza bicicletta. Perché non se la potranno permettere.
*Professore ordinario
di Storia del Cristianesimo
di Unimore

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