Gazzetta di Reggio

Reggio

«I contenitori ora vanno riempiti» 

di MASSIMILIANO PANARARI*
«I contenitori ora vanno riempiti» 

Il politologo Panarari: «Ripartire dal sistema Reggio Children e da un ateneo più integrato con la città» 

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Il dibattito aperto dalla Gazzetta su ciò che resta del “modello Reggio” si arricchisce oggi di un nuovo intervento.
Si può cercare di rispondere al quesito lanciato dal direttore della Gazzetta di Reggio Stefano Scansani collocandolo all’interno di una dimensione prospettica e territoriale di “area vasta”. Perché il modello reggiano ha rappresentato una declinazione specifica, e “secondo genius loci”, del più generale modello emiliano, che non da ieri si ritrova sferzato molto duramente dai colpi di un’incessante crisi economica (che, come evidente, corrisponde a un cambio di paradigma dell’economia e alla spinta verso una jobless society) e dagli effetti dei processi di globalizzazione su un contesto geografico che era contraddistinto dall’omogeneità e da una certa uniformità. Ovvero, in termini politici ma perfino cognitivi, da una formula di riconoscimento immediato tra simili che la pluralità e il caos della mondializzazione hanno messo fortemente sotto stress.
E la perdita della vocazione nel mondo liquido e della competizione tra territori rappresenta un rischio elevato per la coesione sociale come per la capacità di performance economica, tanto più se la piena occupazione appare, anche in queste terre, una mitologia del passato, e la gestione dell’immigrazione finisce nella stretta del dibattito a senso unico tra le urla xenofobe contro gli invasori e un buonismo lassista che produce solo danni tanto per i cittadini residenti che per gli stranieri.
La peculiarità della società e del modello reggiani è stata quella di presentarsi come “iperpolitica”: gli individui chiedevano sicurezza alla politica e alla costellazione dei corpi intermedi, e la ottenevano. E oggi, mentre sono cresciuti l’insicurezza e, secondo una modalità che andrebbe sottoposta a una valutazione critica, il numero di abitanti, è naturalmente anche esploso il disagio (e anche gli esiti, psicologici e materiali, dell’incremento della microcriminalità non andrebbero affatto sottovalutati). Un disagio sociale, economico, culturale e simbolico, che imporrebbe ai poteri pubblici di cercare di ridefinire l’identità collettiva, sapendo da dove si viene e sforzandosi di rendere chiaro dove si va. Il che richiede «innovazione» autentica, come ha scritto intervenendo in questa discussione il prof. Alberto Melloni, assai «più che stati generali». E una capacità di progettazione originale, all’altezza dei tempi, di politiche sociali e anche culturali, dalle quali dipendono in maniera essenziale, nella nostra epoca postmoderna, le risposte alle domande di senso e di identità di una comunità, la quale altrimenti finisce per rifugiarsi nel riflesso pavloviano (e sbagliato) della “piccola patria” rinserrata dietro i muri, o in quello dell’antipolitica contro tutto e tutti.
Così, a proposito di Reggio Emilia, i contenitori, pur importanti, non sono sufficienti, e vanno riempiti di un’offerta culturale che produca tempo libero di qualità e una promozione delle virtù civili, come è accaduto nella fase ascendente e di consolidamento del modello emiliano. Per fuoriuscire da quella che è, in tutto e per tutto, una crisi sistemica, occorre una visione di sé e del futuro, capacità di inventarsi e pianificare alcune linee strategiche (almeno) di medio periodo e la revisione di alcuni elementi della cultura di governance degli enti locali (perché il riformismo del modello emiliano, pur non indenne da difetti, è stato innanzitutto un esempio positivo e vincente di metodologia di governo).
«Un vasto programma», avrebbe commentato qualcuno. Ma indispensabile per non farsi travolgere da una tempesta perfetta che si sta ingrossando. E, mentre la bufera ha raggiunto anche quella Reggio che si pensava orgogliosamente immune dal mondo esterno – ma nessuno è un’isola… – la comunità avrebbe tutto da guadagnare nell’includere in una governance e in una progettazione allargata delle politiche pubbliche quegli attori che, lungi dall’aver peccato in autoreferenzialità, hanno mostrato sguardi e orizzonti lunghi. Partendo dal sistema Reggio Children (per il quale la troppo spesso abusata espressione di “eccellenza locale” rappresenta, al contrario, un puro ed encomiabile dato di fatto) e arrivando a un’Università più aperta e integrata con la città. Al tempo stesso, Reggio trarrebbe giovamento dall’evitare la pericolosa tentazione di “gettare il bambino con l’acqua sporca”: nonostante le gravi ed evidenti crisi (e gli errori di qualcuno), la cooperazione rappresenta una di quelle componenti ancora vitali del modello reggiano da portare nel futuro, perché il suo contributo in termini di produzione della ricchezza per il territorio e di redistribuzione più equa, come pure di sviluppo economico innovativo (dalle tecnologie ambientali al recupero energetico, sino alla rete di vendita nella gdo) e, non da ultimo, di crescita civile, rimane irrinunciabile.
La grande trasformazione è in atto, e pare irreversibile: e, quindi, bisogna entrarci, consapevoli delle proprie specificità e, al medesimo tempo, pronti a mettersi in discussione e a dismettere quei facili (e retorici) luoghi comuni che verranno, in ogni caso, travolti.
*Politologo ed editorialista
La Stampa e L’Espresso

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