Infortunio mortale nel cantiere dentro all'ottica di Palazzo Busetti a Reggio Emilia, tre rinvii a giudizio
Dino Chiappati morì cadendo nel vuoto per tre metri da una scala alla pioli. Alla sbarra datore lavoro, committente e architetto
REGGIO EMILIA. Tre rinviati a giudizio per l’infortunio mortale di Dino Chiapatti, 42 anni all’epoca, l’operaio che durante alcuni lavori all’interno dell’ottica Nau – nel corso della ristrutturazione di Palazzo Busetti – cadde battendo la testa e morì il giorno dopo in ospedale.
Lo ha deciso ieri in sede di udienza preliminare il Gup Angela Baraldi. Affronteranno il processo, e dovranno rispondere di omicidio colposo, tre soggetti: Renzo Bistrot, 62 anni, il datore di lavoro della ditta Area di Belluno della quale l’operaio era dipendente (difeso dall’avvocato Franco Mazza); Fabrizio Brogi, 56 anni, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Ottica Nau, il committente dei lavori (difeso dall’avvocato Ilaria Lena del Foro di Milano); infine l’architetto reggiano che aveva il compito di coordinare i lavori Mauro Iotti 51 anni (difeso dall’avvocato Liborio Cataliotti).
Secondo il capo d’imputazione, Bistrot si sarebbe reso responsabile di «mancata predisposizione di un piano operativo di sicurezza», in particolar modo relativo «agli specifici rischi connessi ai lavori da svolgersi ad una quota di oltre due metri»; il committente e l’architetto invece si sarebbero macchiati di omesso controllo dello stesso piano.
All’udienza di ieri erano presenti anche le due parti civili: l’avvocato Paolo Bertozzi, del Foro di Reggio, che rappresenta una sorella della vittima, e l’avvocato Camilla Cenci del Foro di Padova, per la moglie e il figlio di quest’ultima, conviventi con il 42enne. Mentre Cenci non ha quantificato le richieste risarcitorie, Bertozzi nel costituirsi parte civile ha avanzato una provvisionale di 110mila euro, solo per la sorella.
I fatti accadevano il 22 novembre 2014 quando Dino Chiapatti, originario di Viterbo ma bellunese d’azione, si trovava all’interno dell’ottica “Nau”. L’operaio era intento a collocare una barra filettata in un’apertura del controsoffitto, posto a circa quattro metri d’altezza, posizionato su «una inadeguata scala doppia in legno a pioli (di circa tre metri) senza casco di protezione, pur essendo disponibile per tale lavoro un trabattello (un ponteggio mobile, ndr)». A causa del ribaltamento della scala, l’operaio precipitava al suolo e batteva il capo; in ospedale gli veniva diagnosticata «una frattura della teca cranica, un’emorragia epidurale, subdurale e subaracnoidea, contusioni cerebrali ed un edema cerebrale massimo». Condizioni gravissime, che il giorno dopo, il 23 novembre 2014, cagionavano il decesso dell’operaio. Quest’ultimo, tra l’altro, secondo le parti civili, era stato inviato lì quel giorno per andare a prelevare due colleghi. La famiglia autorizzava all’espianto di organi, salvando altre vite umane. L’indagine è stata condotta dal pm Isabella Chiesi, che subito dopo le risultanze dell’autopsia chiedeva il rinvio a giudizio.
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