Lettera a Vecchi, chiesti 3 anni per Brescia
di Ambra Prati
Aemilia bis, missiva dal carcere rivolta al sindaco: pesanti richieste dell’accusa. Un anno e 4 mesi per l’avvocato Comberiati
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REGGIO. Tre anni e quattro mesi per Pasquale Brescia (più la confisca dei beni sequestrati e la misura di sicurezza della libertà vigilata) e un anno e quattro mesi per il suo avvocato Luigi Antonio Comberiati, del Foro di Bologna, per il reato di minacce mafiose. Sono queste le richieste di condanna, tra le altre, avanzate dai pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi nel corso di un’udienza fiume del secondo filone di Aemilia Bis, che si è svolta a Bologna in abbreviato davanti al Gup Alberto Gamberini.
Quest’ultimo nei mesi scorsi aveva rinviato a giudizio tredici imputati: ne sono rimasti dieci. Nella seduta di ieri le requisitorie dell’accusa hanno occupato l’intera giornata, iniziata alle 9.30 con l’audizione di una persona offesa (per abbreviato condizionato) e proseguita fino alle 18.30, con una sola ora di pausa. I pm della Dda hanno esposto le loro conclusioni chiedendo le condanne, per diversi capi di imputazione sempre con l’aggravante dell’associaizone, per tutti gli imputati.
Il passaggio saliente della requisitoria del pm Mescolini ha riguardato un episodio tutto reggiano: la famosa lettera dal carcere che Pasquale Brescia (ex titolare del ristorante Antichi Sapori di Gaida, già imputato in Aemilia) indirizzò al sindaco, Luca Vecchi, facendo recapitare il testo manoscritto dal suo avvocato di fiducia, Antonio Comberiati, alla redazione de Il Resto del Carlino di Reggio.
Una vicenda che fece scalpore, nel febbraio 2016, soprattutto per i toni di quelle quattro pagine scritte a mano, che andavano dalle minacce alle pesanti illazioni: dal «lei ha preso i voti dei cutresi ma non ci ha difesi» alle insinuazioni sulla casa acquistata dalla moglie Maria Sergio.
Il pm Mescolini ha articolato lungamente la sua requisitoria: dall’autonomia della cosca emiliana rispetto al boss di riferimento di Cutro Nicolino Grande Aracri, alla strategia mediatica, portata avanti da alcuni elementi apicali nel tentativo di fermare le interdittive antimafia.
Dopo questa lunga premessa, Mescolini è arrivato infine all’episodio specifico della lettera dal carcere, sostenendo che la missiva si qualifica da sola, sia per il contenuto sia per le circostanze nelle quali è maturato l’intento intimidatorio. Per quanto riguarda l’avvocato Comberiati, l’accusa ha evidenziato che sono stati travalicati i mandati difensivi: il legale avrebbe passato il segno, compiendo un gesto che nulla ha a che vedere con il ruolo del difensore. Da qui la severa richiesta di condanna.
Nella prossima seduta, fissata per il 31 maggio, la parola passerà alle parti civili: il sindaco Luca Vecchi, rappresentato dall’avvocato Vittorio Manes, la Regione Emilia-Romagna (avvocato Alessandro Gamberini) e l’associazione Libera, (avvocato Vincenza Rando).
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quest’ultimo nei mesi scorsi aveva rinviato a giudizio tredici imputati: ne sono rimasti dieci. Nella seduta di ieri le requisitorie dell’accusa hanno occupato l’intera giornata, iniziata alle 9.30 con l’audizione di una persona offesa (per abbreviato condizionato) e proseguita fino alle 18.30, con una sola ora di pausa. I pm della Dda hanno esposto le loro conclusioni chiedendo le condanne, per diversi capi di imputazione sempre con l’aggravante dell’associaizone, per tutti gli imputati.
Il passaggio saliente della requisitoria del pm Mescolini ha riguardato un episodio tutto reggiano: la famosa lettera dal carcere che Pasquale Brescia (ex titolare del ristorante Antichi Sapori di Gaida, già imputato in Aemilia) indirizzò al sindaco, Luca Vecchi, facendo recapitare il testo manoscritto dal suo avvocato di fiducia, Antonio Comberiati, alla redazione de Il Resto del Carlino di Reggio.
Una vicenda che fece scalpore, nel febbraio 2016, soprattutto per i toni di quelle quattro pagine scritte a mano, che andavano dalle minacce alle pesanti illazioni: dal «lei ha preso i voti dei cutresi ma non ci ha difesi» alle insinuazioni sulla casa acquistata dalla moglie Maria Sergio.
Il pm Mescolini ha articolato lungamente la sua requisitoria: dall’autonomia della cosca emiliana rispetto al boss di riferimento di Cutro Nicolino Grande Aracri, alla strategia mediatica, portata avanti da alcuni elementi apicali nel tentativo di fermare le interdittive antimafia.
Dopo questa lunga premessa, Mescolini è arrivato infine all’episodio specifico della lettera dal carcere, sostenendo che la missiva si qualifica da sola, sia per il contenuto sia per le circostanze nelle quali è maturato l’intento intimidatorio. Per quanto riguarda l’avvocato Comberiati, l’accusa ha evidenziato che sono stati travalicati i mandati difensivi: il legale avrebbe passato il segno, compiendo un gesto che nulla ha a che vedere con il ruolo del difensore. Da qui la severa richiesta di condanna.
Nella prossima seduta, fissata per il 31 maggio, la parola passerà alle parti civili: il sindaco Luca Vecchi, rappresentato dall’avvocato Vittorio Manes, la Regione Emilia-Romagna (avvocato Alessandro Gamberini) e l’associazione Libera, (avvocato Vincenza Rando).
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