«Reggio, una città senza identità»
di VANNI CODELUPPI*
Il sociologo Codeluppi: «L’ateneo potrebbe essere una preziosa risorsa ma manca la consapevolezza»
4 MINUTI DI LETTURA
Il dibattito aperto dalla Gazzetta su ciò che resta del “modello Reggio” si arricchisce oggi di un nuovo intervento.
di VANNI CODELUPPI*
Siamo in crisi. Economica e culturale. A Reggio come nel resto d’Italia. E la crisi dura ormai da diversi anni. È dunque quanto mai opportuna una riflessione sulle prospettive della città. Da tempo le indagini sulla qualità della vita in Italia hanno evidenziato una discesa delle città emiliane nelle diverse graduatorie. Si può dunque parlare di crisi del modello emiliano? Forse sì, di certo tale modello non funziona più come in passato. Reggio risente inevitabilmente della crisi di questo modello, sebbene presenti anche dei problemi specifici. Principalmente ha dovuto cominciare a fare i conti negli scorsi anni con la crisi di quel modello economico e sociale basato su un tessuto di piccole e medie imprese meccaniche che le aveva assicurato per alcuni decenni un’invidiabile condizione di benessere. Un modello nato a sua volta dalla crisi delle Reggiane, la storica e grande azienda che ha dato lavoro in passato a molti abitanti della città, ma che è stato bruscamente reso obsoleto dall’evoluzione tecnologica e anche dalla crescita della concorrenza globale.
Reggio ha però anche un grave problema d’identità. Basti pensare che, secondo i dati Istat, tra il 2008 e il 2015 ha fatto registrare un drastico calo delle presenze turistiche del 54,7%. Avete letto bene: 54,7%. Qualcuno dirà che Reggio un’identità ce l’ha: è “la città del Tricolore”. Ma che fascino può avere oggi il Tricolore per le persone? Non è certo in grado di attirare ciò che produce ricchezza (investimenti, capitale umano di qualità, flussi turistici), né di rendere orgogliosi gli abitanti della città. Invece, una identità chiaramente definita può farlo. Naturalmente se è connotata positivamente e se non è campata in aria, ma giustificata da elementi di fatto. Qualcun altro dirà che Reggio è la città dei bambini e del metodo Malaguzzi. È la città cioè di quel sistema dei nidi e delle scuole d’infanzia di Reggio Children su cui da tempo il Comune di Reggio investe copiosamente. Ma è il caso di chiedersi, anche in questo caso, se questo investimento riesce ad attirare ciò che è in grado di produrre ricchezza.
Un’identità però Reggio da qualche anno la sta cercando ed è legata al Parco dell’innovazione, la complessa operazione di recupero dell’ex complesso industriale delle Reggiane. Un luogo strategico, perché collocato in un’area centrale della città, ma anche perché da esso può potenzialmente nascere una nuova ricchezza. Reggio, a tale proposito, dovrebbe guardare attentamente a quello che hanno fatto città come Torino e Milano, luoghi simbolo nel dopoguerra del modello industriale in Italia, ma che sono state anche capaci di modificarsi e rinnovarsi. Per andare oltre tale modello, hanno investito sulla capacità di attrarre flussi turistici attraverso la cultura, ma hanno investito soprattutto sulla capacità di attirare le cosiddette “classi creative”, puntando sulle nuove attività economiche legate al mondo del digitale e della comunicazione. Puntando cioè necessariamente sui giovani, sulla formazione e sulla conoscenza. Fattori che, come è stato dimostrato da tempo da numerose ricerche, sono in grado di stimolare significativamente lo sviluppo economico e sociale.
È chiaro dunque che le università, con la loro capacità formativa, possono avere un ruolo particolarmente importante nello stimolare lo sviluppo economico e sociale. E a Milano e Torino le università rivestono sicuramente un ruolo centrale. Il che non accade però nel resto d’Italia, dove invece di solito le università vengono scarsamente considerate. Basti pensare che la percentuale sul Pil dei finanziamenti erogati dallo Stato italiano alle università è la più bassa d’Europa. Forse dunque c’è un motivo se siamo il “fanalino di coda” anche dal punto di vista dello sviluppo economico.
Anche Reggio ha un’università, che potrebbe rappresentare una preziosa risorsa per lo sviluppo, ma sembra esserne scarsamente consapevole. Scienze della Comunicazione e dell’Economia, il Dipartimento più importante, forma ogni anno migliaia di studenti, che sono spesso anche dei “turisti” in quanto vengono da altre regioni. Ma soprattutto in questo Dipartimento, a differenza dei corsi di laurea di comunicazione delle altre università italiane, i corsi si occupano congiuntamente di comunicazione, ma anche di marketing, management ed economia. Gli studenti cioè imparano come funzionano le imprese. E non a caso trovano di solito facilmente lavoro nonostante la pesante crisi economica in atto.
*Ordinario di Sociologia
dei media
Università Iulm Milano
di VANNI CODELUPPI*
Siamo in crisi. Economica e culturale. A Reggio come nel resto d’Italia. E la crisi dura ormai da diversi anni. È dunque quanto mai opportuna una riflessione sulle prospettive della città. Da tempo le indagini sulla qualità della vita in Italia hanno evidenziato una discesa delle città emiliane nelle diverse graduatorie. Si può dunque parlare di crisi del modello emiliano? Forse sì, di certo tale modello non funziona più come in passato. Reggio risente inevitabilmente della crisi di questo modello, sebbene presenti anche dei problemi specifici. Principalmente ha dovuto cominciare a fare i conti negli scorsi anni con la crisi di quel modello economico e sociale basato su un tessuto di piccole e medie imprese meccaniche che le aveva assicurato per alcuni decenni un’invidiabile condizione di benessere. Un modello nato a sua volta dalla crisi delle Reggiane, la storica e grande azienda che ha dato lavoro in passato a molti abitanti della città, ma che è stato bruscamente reso obsoleto dall’evoluzione tecnologica e anche dalla crescita della concorrenza globale.
Reggio ha però anche un grave problema d’identità. Basti pensare che, secondo i dati Istat, tra il 2008 e il 2015 ha fatto registrare un drastico calo delle presenze turistiche del 54,7%. Avete letto bene: 54,7%. Qualcuno dirà che Reggio un’identità ce l’ha: è “la città del Tricolore”. Ma che fascino può avere oggi il Tricolore per le persone? Non è certo in grado di attirare ciò che produce ricchezza (investimenti, capitale umano di qualità, flussi turistici), né di rendere orgogliosi gli abitanti della città. Invece, una identità chiaramente definita può farlo. Naturalmente se è connotata positivamente e se non è campata in aria, ma giustificata da elementi di fatto. Qualcun altro dirà che Reggio è la città dei bambini e del metodo Malaguzzi. È la città cioè di quel sistema dei nidi e delle scuole d’infanzia di Reggio Children su cui da tempo il Comune di Reggio investe copiosamente. Ma è il caso di chiedersi, anche in questo caso, se questo investimento riesce ad attirare ciò che è in grado di produrre ricchezza.
Un’identità però Reggio da qualche anno la sta cercando ed è legata al Parco dell’innovazione, la complessa operazione di recupero dell’ex complesso industriale delle Reggiane. Un luogo strategico, perché collocato in un’area centrale della città, ma anche perché da esso può potenzialmente nascere una nuova ricchezza. Reggio, a tale proposito, dovrebbe guardare attentamente a quello che hanno fatto città come Torino e Milano, luoghi simbolo nel dopoguerra del modello industriale in Italia, ma che sono state anche capaci di modificarsi e rinnovarsi. Per andare oltre tale modello, hanno investito sulla capacità di attrarre flussi turistici attraverso la cultura, ma hanno investito soprattutto sulla capacità di attirare le cosiddette “classi creative”, puntando sulle nuove attività economiche legate al mondo del digitale e della comunicazione. Puntando cioè necessariamente sui giovani, sulla formazione e sulla conoscenza. Fattori che, come è stato dimostrato da tempo da numerose ricerche, sono in grado di stimolare significativamente lo sviluppo economico e sociale.
È chiaro dunque che le università, con la loro capacità formativa, possono avere un ruolo particolarmente importante nello stimolare lo sviluppo economico e sociale. E a Milano e Torino le università rivestono sicuramente un ruolo centrale. Il che non accade però nel resto d’Italia, dove invece di solito le università vengono scarsamente considerate. Basti pensare che la percentuale sul Pil dei finanziamenti erogati dallo Stato italiano alle università è la più bassa d’Europa. Forse dunque c’è un motivo se siamo il “fanalino di coda” anche dal punto di vista dello sviluppo economico.
Anche Reggio ha un’università, che potrebbe rappresentare una preziosa risorsa per lo sviluppo, ma sembra esserne scarsamente consapevole. Scienze della Comunicazione e dell’Economia, il Dipartimento più importante, forma ogni anno migliaia di studenti, che sono spesso anche dei “turisti” in quanto vengono da altre regioni. Ma soprattutto in questo Dipartimento, a differenza dei corsi di laurea di comunicazione delle altre università italiane, i corsi si occupano congiuntamente di comunicazione, ma anche di marketing, management ed economia. Gli studenti cioè imparano come funzionano le imprese. E non a caso trovano di solito facilmente lavoro nonostante la pesante crisi economica in atto.
*Ordinario di Sociologia
dei media
Università Iulm Milano
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
