«I bei tempi? Non ritorneranno»
di don GIUSEPPE DOSSETTI
Il parroco don Giuseppe Dossetti: «Conviene pensare in modo nuovo il rapporto tra la città e il mondo»
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Il dibattito aperto dalla Gazzetta su ciò che resta del “modello Reggio” si arricchisce oggi di un nuovo intervento.
di don GIUSEPPE DOSSETTI
Anche una città è un organismo vivente e il suo sviluppo deve essere armonioso. Come non vorremmo che ci spuntasse un terzo braccio, così dobbiamo stare attenti che la città cresca secondo il suo “patrimonio genetico”. Questo vale anche per il suo sviluppo urbanistico: alcune scelte appartengono alla storia e alla vocazione della città, come la Stazione Mediopadana. Non altrettanto mi sembra si possa dire per altre prospettive.
Mi pare che dobbiamo chiederci quale sia l’anima della nostra città. Alberto Melloni ha tracciato un profilo ineccepibile della sua storia recente. Non c’è dubbio che il 1989, con il crollo dei muri e la messa in questione delle grandi ideologie, abbia rappresentato una sfida solo molto parzialmente raccolta dalla città. Ci eravamo abituati a una “convivenza competitiva” tra quelle che Melloni chiama “le grandi culture forse rimaste estranee alla costruzione risorgimentale”. Ma ciò che da noi ancora valeva era già in discussione altrove: la certezza che il mondo avesse un centro e quindi un’armonia, magari da scoprire, era venuta meno. L’allargamento mondiale dell’orizzonte ci ha spaventato: alcuni di noi si sono chiusi in un pessimismo talvolta rancoroso; altri hanno cercato di rincorrere la modernità a tutti i costi.
Chi è riuscito a raccogliere la sfida, è stato in buona parte il mondo produttivo: lo dimostra la percentuale vertiginosa della produzione industriale che viene esportata. Ma l’economia non poteva, e non era suo compito, dare un senso più profondo alla crisi, intesa come passaggio, come elaborazione di una visione dell’uomo, di un’ “antropologia”, adeguata ai tempi nuovi. L’esempio più recente è la questione dei migranti, che si continua a considerare un’emergenza, e in parte lo è. Ma si dovrebbe anche considerarla come un fatto ormai strutturale. Non si potrà mai più ritornare al bel tempo antico: conviene quindi pensare in modo nuovo il rapporto tra la città e il mondo.
Proviamo a chiederci, dunque, quale sia l’anima della nostra città, quell’energia accumulata in tanti secoli, la sua “cultura” di fondo, sulla quale basarsi per una crescita armoniosa e coraggiosa. Mi pare che Cristian Sesena lo abbia già detto, domenica scorsa, quando ha indicato nel lavoro il tema necessario sul quale riflettere. In effetti, una città che investa sul lavoro, è una città che diventa accogliente, che costruisce relazioni e luoghi di relazione, è una città che si interroga sull’uomo e sa riconoscere le energie nascoste in ognuno.
Il lavoro porta con sé l’investimento sulla formazione: mi pare che sia questa la prima offerta che dobbiamo fare ai giovani, non certo rincorrere sempre nuove occasioni di svago. Penso però a una formazione inclusiva, che rifugga da quella esagerata competizione oggi di moda. Casomai, la competizione è uno sport che si fa a squadre, non in modo individuale.
Le energie della nostra città sono, a mio parere, frenate da mali antichi, ai quali se ne aggiungono di nuovi. Il male antico è la nostra litigiosità. Nella nostra età dell’oro, si litigava sulla visone del mondo, sui massimi sistemi; oggi, i temi sono decisamente di più modesta e qualche volta di fastidiosa portata.
Il male nuovo è la burocratizzazione, che assomiglia a un’ondata che rischia di inaridire la forza di rinnovamento. Non si tratta di venir meno al rispetto delle regole: questo non è solo moralmente necessario, ma è anche opportuno per inserirsi nel grande gioco europeo e mondiale. Si tratta invece dell’alibi del “non tocca a me”, come giustamente lamentava ieri Baricchi. Abbiamo bisogno di coraggio e quindi di istituzioni che lo promuovano e lo tutelino. Vanno dati dei segni, che promuovano l’utopia. Per esempio, sarebbe bello che ci si desse, come città, l’obiettivo di affrontare il degrado delle “Reggiane”, questo sì un segno opposto di negazione della nostra storia e dichiarazione della nostra impotenza.
C’è un grande valore nell’incontrarsi e discutere. Purtroppo lo si fa poco, e quando lo si fa, si sente spesso uno sgradevole retrogusto elettorale. Che si tratti di qualcosa di urgente, lo dimostra il fatto che gli incontri del Vescovo con Legacoop e Cna abbiano attirato tanta attenzione. Secondo me, dovrebbe essere normale che ci si parli, magari andando un po’ più in profondità rispetto all’ordinaria amministrazione, costruendo l’abitudine di riflettere insieme, soprattutto quando si ha a che fare con il senso della nostra convivenza e sul modo di dare speranza ai nostri concittadini.
*parroco di San Pellegrino
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di don GIUSEPPE DOSSETTI
Anche una città è un organismo vivente e il suo sviluppo deve essere armonioso. Come non vorremmo che ci spuntasse un terzo braccio, così dobbiamo stare attenti che la città cresca secondo il suo “patrimonio genetico”. Questo vale anche per il suo sviluppo urbanistico: alcune scelte appartengono alla storia e alla vocazione della città, come la Stazione Mediopadana. Non altrettanto mi sembra si possa dire per altre prospettive.
Mi pare che dobbiamo chiederci quale sia l’anima della nostra città. Alberto Melloni ha tracciato un profilo ineccepibile della sua storia recente. Non c’è dubbio che il 1989, con il crollo dei muri e la messa in questione delle grandi ideologie, abbia rappresentato una sfida solo molto parzialmente raccolta dalla città. Ci eravamo abituati a una “convivenza competitiva” tra quelle che Melloni chiama “le grandi culture forse rimaste estranee alla costruzione risorgimentale”. Ma ciò che da noi ancora valeva era già in discussione altrove: la certezza che il mondo avesse un centro e quindi un’armonia, magari da scoprire, era venuta meno. L’allargamento mondiale dell’orizzonte ci ha spaventato: alcuni di noi si sono chiusi in un pessimismo talvolta rancoroso; altri hanno cercato di rincorrere la modernità a tutti i costi.
Chi è riuscito a raccogliere la sfida, è stato in buona parte il mondo produttivo: lo dimostra la percentuale vertiginosa della produzione industriale che viene esportata. Ma l’economia non poteva, e non era suo compito, dare un senso più profondo alla crisi, intesa come passaggio, come elaborazione di una visione dell’uomo, di un’ “antropologia”, adeguata ai tempi nuovi. L’esempio più recente è la questione dei migranti, che si continua a considerare un’emergenza, e in parte lo è. Ma si dovrebbe anche considerarla come un fatto ormai strutturale. Non si potrà mai più ritornare al bel tempo antico: conviene quindi pensare in modo nuovo il rapporto tra la città e il mondo.
Proviamo a chiederci, dunque, quale sia l’anima della nostra città, quell’energia accumulata in tanti secoli, la sua “cultura” di fondo, sulla quale basarsi per una crescita armoniosa e coraggiosa. Mi pare che Cristian Sesena lo abbia già detto, domenica scorsa, quando ha indicato nel lavoro il tema necessario sul quale riflettere. In effetti, una città che investa sul lavoro, è una città che diventa accogliente, che costruisce relazioni e luoghi di relazione, è una città che si interroga sull’uomo e sa riconoscere le energie nascoste in ognuno.
Il lavoro porta con sé l’investimento sulla formazione: mi pare che sia questa la prima offerta che dobbiamo fare ai giovani, non certo rincorrere sempre nuove occasioni di svago. Penso però a una formazione inclusiva, che rifugga da quella esagerata competizione oggi di moda. Casomai, la competizione è uno sport che si fa a squadre, non in modo individuale.
Le energie della nostra città sono, a mio parere, frenate da mali antichi, ai quali se ne aggiungono di nuovi. Il male antico è la nostra litigiosità. Nella nostra età dell’oro, si litigava sulla visone del mondo, sui massimi sistemi; oggi, i temi sono decisamente di più modesta e qualche volta di fastidiosa portata.
Il male nuovo è la burocratizzazione, che assomiglia a un’ondata che rischia di inaridire la forza di rinnovamento. Non si tratta di venir meno al rispetto delle regole: questo non è solo moralmente necessario, ma è anche opportuno per inserirsi nel grande gioco europeo e mondiale. Si tratta invece dell’alibi del “non tocca a me”, come giustamente lamentava ieri Baricchi. Abbiamo bisogno di coraggio e quindi di istituzioni che lo promuovano e lo tutelino. Vanno dati dei segni, che promuovano l’utopia. Per esempio, sarebbe bello che ci si desse, come città, l’obiettivo di affrontare il degrado delle “Reggiane”, questo sì un segno opposto di negazione della nostra storia e dichiarazione della nostra impotenza.
C’è un grande valore nell’incontrarsi e discutere. Purtroppo lo si fa poco, e quando lo si fa, si sente spesso uno sgradevole retrogusto elettorale. Che si tratti di qualcosa di urgente, lo dimostra il fatto che gli incontri del Vescovo con Legacoop e Cna abbiano attirato tanta attenzione. Secondo me, dovrebbe essere normale che ci si parli, magari andando un po’ più in profondità rispetto all’ordinaria amministrazione, costruendo l’abitudine di riflettere insieme, soprattutto quando si ha a che fare con il senso della nostra convivenza e sul modo di dare speranza ai nostri concittadini.
*parroco di San Pellegrino
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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