Gazzetta di Reggio

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Reggiolo, via la polvere della rassegnazione 

di BARBARA BERNARDELLI
Reggiolo, via la polvere della rassegnazione 

L’ex sindaca di Reggiolo Bernardelli scrive al primo cittadino di Amatrice: il nostro paese si è rialzato e aggiunge tasselli al mosaico della ripresa

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Caro Pirozzi, sono Barbara Bernardelli, al tempo del terremoto che ha colpito l’Emilia nel maggio 2012, sindaco di Reggiolo, un Comune di circa 9500 abitanti nel nord-est della provincia di Reggio Emilia, al confine con la provincia di Mantova, il più gravemente colpito tra i Comuni reggiani.
Ti scrivo, quale rappresentante di un vasto territorio che, come il nostro, è stato colpito da questa calamità. Ti confesso: sono ancora talmente vivide le sensazioni, le riflessioni, le preoccupazioni che ci attanagliavano nei momenti e nei giorni successivi che stentavo a guardare le immagini che passavano in tv. Scorrevo rapidamente i titoli e le pagine dei giornali che riportavano l’immane tragedia che vi aveva colpito. Troppi i pesanti ricordi che riaffioravano.
Quanto è accaduto a noi è stato assai meno grave rispetto alla vostra situazione, ma credo sia sufficiente a farci capire l’angoscia che vi stringe davanti alla desolazione della vostra terra.
Noi non abbiamo avuto vittime da piangere, ma il bilancio materiale è stato pesante: circa un quinto delle abitazioni ha subito danni, soprattutto negli edifici più vecchi quali chiese e palazzi storici, 1200 abitanti hanno dovuto lasciare le proprie case, la via principale era zona rossa, impraticabili gli edifici scolastici, tutti i servizi socio-sanitari sono stati collocati altrove, varie aziende hanno dovuto reimpostare la propria produzione.
Ricordo fin troppo bene lo smarrimento che tutti provavamo, l’ansia che traspariva negli occhi delle persone di fronte a quella forza invisibile che si presentava ad ogni scossa, anche la più lieve.
Ora che nel quinto anniversario di quei drammatici eventi mi è stato chiesto dalla Gazzetta di Reggio di esprimere qualche mio pensiero, mi ritrovo a scriverti queste righe senza pretese di offrire soluzioni. Sono però consapevole dell’importanza che possono avere gli atti di vicinanza, piccoli e grandi, che ci fanno capire di non essere soli davanti all’enormità dei problemi che investono una comunità in queste circostanze.
E perciò ripenso con gratitudine a tutte le innumerevoli iniziative di sostegno promosse da comunità e soggetti sino ad allora reciprocamente sconosciuti, dalle istituzioni regionali e statali quali amministratori, funzionari, Vigili del fuoco, Esercito, Protezione Civile capaci di mostrare il volto amico dello Stato a comunità provate ma decise a riprendere in mano le proprie vite.
Nella disgrazia siamo stati molto più fortunati di voi: un’estate calda e asciutta in cui non era difficile vivere nella tendopoli e nelle tende disseminate nei parchi pubblici, sul territorio case in muratura per alloggiare gli sfollati, una guida saggia e capace nel presidente regionale Vasco Errani e nel capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, unità d’intenti tra i sindaci del cratere, collaborazione con Provincia e Prefettura, una popolazione solidale, responsabile e paziente di fronte agli inevitabili contrattempi.
Ricordo la quantità e la complessità di incombenze che un sindaco, un’amministrazione e gli uffici comunali si trovano a dover gestire. Decisioni da prendere in breve tempo, senza poter contare su una preventiva specifica preparazione. Doversi occupare dell’incolumità e dei problemi delle persone nell’immediato e dell’intera comunità in seguito, sono le principali e gravose preoccupazioni di chi si trova a rappresentare i propri cittadini in una situazione di questo genere.
Insieme alle tante associazioni di volontariato del nostro e di altri paesi, abbiamo puntato subito sul mantenere vive le occasioni d’incontro e collaborazione tra i nostri cittadini e con i Comuni vicini: tra feste e banchetti abbiamo preso qualche chilo, ma anche coscienza della simpatia che la nostra condizione incontrava. Almeno questa era la l’impressione che ne riportavo e ora conservo.
Salvaguardare una comunità significa salvaguardare i luoghi in cui quella comunità è cresciuta, ha vissuto, si riconosce. Abbiamo potenziato l’ufficio tecnico per impostare il recupero sollecito degli edifici pubblici e privati.
Diventate impraticabili le sedi, è stato necessario ricostruirle, riproporne in qualche modo la funzione. Così abbiamo fatto di tutto per mantenere efficienti gli uffici comunali nei container in piazza, i servizi socio-sanitari, aperte le scuole dell’infanzia, in cortile, anche d’estate, in funzione i campi gioco estivi, e il parroco don Gino Bolognesi ha fatto allestire il centro polivalente della comunità, luogo di preghiera e d’incontro. Le scuole meno danneggiate sono state riparate, costruito a tempo di record l’edificio prefabbricato della scuola media, l’anno scolastico s’è aperto regolarmente.
Dopo cinque anni, molto è stato fatto sull’edilizia privata, tanto che la gran parte degli sfollati è tornata alle proprie case. Ora il lavoro più gravoso sarà il recupero degli edifici pubblici e storici, ma le basi impostate sono solide.
Lezioni non sono in grado di poterne dare. Ma se a cinque anni da quei terribili giorni vedo che i nostri cittadini non si sono lasciati sopraffare dagli eventi, se il nostro paese si è rialzato e continua ad aggiungere tasselli al mosaico della ricostruzione, a mio avviso, è stato anzitutto grazie alla capacità di ascolto e organizzazione, aggiustando il tiro sugli obiettivi, senza smanie di protagonismo. Ci si è mossi con la consapevolezza che solo il lavoro d’insieme può rispondere al carico delle ragionevoli aspettative delle persone.
Per voi sarà importante continuare a mantenere viva l’attenzione sulla situazione, evitare che la polvere della rassegnazione e della sfiducia cada sulle legittime attese di popolazioni nei cui occhi ho visto la medesima determinazione incontrata negli sguardi dei nostri terremotati.
La attuali tecniche della costruzione e del restauro possono restituire solidità e futuro a un passato e a un presente messi a dura prova. Ma dobbiamo essere consapevoli che la prima risorsa è la tenacia umana, la fiducia in se stessi e in chi ci sta vicino.
Magari tra cinque anni ci ritroveremo a fare il punto sulle ricostruzioni dei nostri paesi: sarà bello vedere che le cose sono andate secondo le migliori attese di chi c’è e anche di chi non c’è più, e che questo è avvenuto con l’impegno di noi tutti. Buon lavoro.
Reggiolo, 12 maggio 2017.

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