Gazzetta di Reggio

Reggio

Quel disperato bisogno di idee 

di ANDREA MASTRANGELO
Quel disperato bisogno di idee 

È il momento di pretendere di più dall’università, anche sul piano delle conoscenze umanistiche

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Si conclude oggi il dibattito aperto dalla Gazzetta su ciò che resta del “modello Reggio”.

di ANDREA MASTRANGELO
Nei primi anni Duemila, per qualche settimana Reggio Emilia visse sulla propria pelle un nuovo dibattito sul futuro immediato dell’università. Più che di un dibattito, si trattò di un coro unanime, dal momento che tutti la pensavano allo stesso modo. L’argomento era l’insediamento di nuove facoltà, con una minaccia all’orizzonte: l’arrivo di un corso di laurea in scienze politiche. Istituzioni ed economia fecero fronte comune nel dire che per nessuna ragione da Modena avrebbero dovuto spedirci scienze politiche, come se si trattasse di una punizione, di un modo per farci capire che noi, qui a Reggio, dovevamo stare al nostro posto mentre le cose importanti si svolgevano altrove.
A difesa dell’apertura di scienze politiche non si alzò alcuna voce, anzi ci fu la gara ad accodarsi ai no. E così scienze politiche (che forse era stata davvero utilizzata come minaccia) non arrivò.
Più o meno in quello stesso periodo, una sera un sacco di italiani videro in televisione Fabio Fazio che intervistava Bill Gates. In scaletta il conduttore aveva inserito una domanda di quelle “piacione”, un vero assist all’ospite multimiliardario che con poca fatica avrebbe potuto guadagnarsi applausi e consenso universale. La domanda era: «Abbiamo più bisogno di filosofi o di ingegneri nel mondo di oggi?». A Gates sarebbe bastato buttare lì uno scontato: «C’è bisogno di tutti e due», per cavarsela alla grande. Invece no. Palesemente infastidito, Gates se ne uscì con qualcosa che buttava a mare tutto ciò che non fosse ricerca tecnologica. Una condanna senza appello del pensiero, inutile perdita di tempo nella corsa al progresso.
Da questi episodi è trascorsa una manciata di anni eppure sembra passato un secolo.
Se il modello Reggio è andato in crisi – al punto che oggi ci ritroviamo a discutere se davvero esista ancora – la ragione principale è da individuare nella sparizione di quel pensiero forte che vi stava alla base. Prendendo ad esempio il principale argomento che ha riempito le pagine dei giornali più recenti, è difficile individuare quale fosse il pensiero forte su cui poggiava l’operato della grande cooperazione industriale negli ultimi anni. In una corsa all’omologazione assoluta all’interno del mercato – dove ciò che conta non è tanto il prodotto quanto il profitto – anche la cooperazione ha finito per essere risucchiata in un buco nero che non ha avuto pietà nemmeno dei più convinti seguaci delle regole del mercato stesso. Fallimento dell’ideale cooperativo? Al contrario, dimostrazione pratica che senza un ideale, un pensiero forte, si è uguali a tutti gli altri. In balìa degli eventi esterni, non più protagonisti della propria storia ma soggetti passivi in uno scacchiere in cui le mosse sono giocate altrove.
Non necessariamente la programmazione del futuro può fermarsi al giorno successivo o, a voler essere generosi, allo scadere dell’anno in corso. Non necessariamente le scelte devono essere prese sulla base di un tornaconto economico calcolabile con assoluta certezza. Se si fosse ragionato così, Reggio Emilia non avrebbe oggi (ed è sempre solo un esempio) il migliore sistema bibliotecario italiano; non avrebbe trasportato migliaia e migliaia di libri nei quartieri più complicati della città. Libri diventati, quelli sì, un vero vaccino al degrado e a quella malattia che vorrebbe quantificare la realizzazione di un individuo sulla base dei soldi che si hanno in tasca. La scelta di portare i libri nelle case dei reggiani ha generato frutti che non si trovano nei registri contabili ma che sono sotto gli occhi di tutti, in termini di integrazione e ricchezza sociale. Dietro quella scelta c’era un pensiero forte.
Il modello Reggio ha bisogno di ritrovare nuove idee forti sulle quali appoggiare i piedi. Le idee, per loro natura, si trovano nella scuola e nell’università. Se il sistema economico reggiano ha giustamente fame di tecnici di alto livello, gente capace di guardare ai prossimi cinquant’anni, i reggiani nella loro complessità hanno un bisogno assoluto di nuovi orizzonti. Per dirla in termini cari agli anni Settanta, hanno bisogno di sapere dove stanno andando. Hanno bisogno, appunto, di un nuovo modello Reggio. Hanno bisogno di idee.
Viene facile a questo punto ripensare a quale occasione sia stata persa qualche anno fa, quando Reggio veniva “minacciata” dalla proposta di creare una facoltà di scienze politiche. Oggi siamo costretti a dire che tutti quei no furono una grande opportunità buttata via. Reggio ha necessità, una disperata necessità, di giovani con la testa piena di idee. È arrivato il momento non di chiedere ma di pretendere qualcosa di più dalla nostra università, nella quale (e ancora una volta i giornali ne hanno parlato, cosa di pochi giorni fa) il malessere si è fatto palpabile anche ai livelli più alti. Reggio Emilia deve pretendere che la propria università diventi il luogo d’incontro delle migliori teste, nel campo scientifico e in quello umanistico. Non sostituendo l’uno all’altro, semplicemente aggiungendo. Perché è questo il momento di compiere investimenti decisivi sui reggiani del futuro.
Il rettore ha avanzato l’idea di imporre il numero chiuso alle facoltà umanistiche; qualunque sia il motivo che l’ha spinto a questa uscita, la sua proposta va accolta. Un’università tutto deve essere tranne che un’area di servizio dove bivaccare e campare alla giornata. Sarà scontato dirlo adesso, ma l’unica risposta sensata alla domanda di Fazio era: «C’è bisogno di ottimi ingegneri e di ottimi filosofi». Il ricco Bill Gates si era sbagliato.
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