Reggio Emilia, al Centro Papa Giovanni XXIII ospitate oltre 5.000 persone in 40 anni
Dal primo insediamento a Mancasale al quartier generale di Villa Sesso. Cinquanta case di ospitalità in tutta Italia per la lotta alle dipendenze
REGGIO EMILIA. Il Centro sociale Papa Giovanni XXIII compie quarant’anni. Migliaia di persone incontrate, assistite, incoraggiate, curate, aiutate. È una onlus – organizzazione senza scopo di lucro– che si è fatta carico di dare una mano a chi si trova in cattive acque per i più svariati motivi: da chi è intossicato dall’uso di droghe e stupefacenti a chi è “malato” di gioco d’azzardo e non sa farne a meno, dal povero migrante arrivato qui da noi senza sapere a chi aggrapparsi ai tanti che, ridotti in povertà, non hanno nemmeno un tetto sotto il quale dormire piuttosto che un vestito per ripararsi dal freddo in pieno inverno.
È a tutti questi che ha pensato, nei primi anni Settanta del secolo scorso, don Ercole Artoni (che oggi ha la bellezza di 87 anni) decidendo di dare loro una mano. In un angolo semiremoto della campagna di Mancasale, in un vecchio casolare, nacque il primo insediamento. Ora il quartier generale è a villa Sesso, in una cornice di vigneti che si perdono a vista d’occhio e costituisce il principale insediamento di una serie di luoghi di accoglienza sparsi in diverse province e regioni d’Italia.
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Don Artoni in questi quattro decenni è riuscito ad avere oltre 25.000 contatti con altrettanti diseredati, ha offerto quasi 7.000 prestazioni, ha protetto 5. 200 sventurati nelle 50 case di ospitalità sparse fra Reggio Emilia, Modena, Piacenza, Mantova e addirittura Cagliari. Cominciò con la Caritas e con alcune parrocchie; ora è l’ispiratore di una catena della solidarietà che dal 1999 ha affidato alla guida di Matteo Iori. E proprio Matteo Iori, ieri mattina, ha delineato un quadro della organizzazione che in pratica sostituisce ed affianca enti ed istituzioni pubbliche. Le risorse sono in effetti fornite da Comuni e Province, Unità sanitarie, Prefetture. Un piccolo aiuto arriva anche da quel 5 per mille che si può sottoscrivere nella dichiarazione dei redditi.
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«Sette anni dopo la costituzione del primo Centro sociale, vale a dire nel 1984 – racconta Iori – erano cinque le persone dipendenti che lavoravano con noi; ora gli occupati sono 157 ed i 9 soci che si contavano nel 1996 sono diventati 85. Lentamente ma inesorabilmente sono cresciuti gli ospiti e con loro le necessità di aiuto e di professionalità specifiche. Il fatturato adesso supera i 5 milioni e 700 mila euro e per fortuna siamo con i conti in equilibrio e avanza addirittura una piccola riserva. Il fatto è che quando don Ercole iniziò il progetto erano dieci le persone assistite; da allora ne abbiamo contate più di 5. 200. Le spese sono suddivise al 57% per pagare il personale, il 41% per i fornitori di tutti i prodotti che fanno parte delle esigenze degli assistiti; resta il 2% accantonato».
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Dove stanno e come vengono reclutati gli ospiti? «Da quest’anno disponiamo di 31 appartamenti nel Reggiano per i migranti, con quattro persone mediamente per alloggio. Poi operiamo nel campo della prevenzione ed educazione dei tossici che troviamo nei punti più svariati lungo la strada, nelle stazioni ferroviarie o in altri punti dei centri abitati. Abbiamo creato inoltre una comunità mirata per i dipendenti dal gioco che ci vengono spesso segnalati dal Sert e dai servizi psichiatrici. C’è anche una “casa” per chi è finito in povertà ed esiste un “pensionato” a Cavazzoli per le mamme con piccini che non sanno come nutrire. Per finire con due dormitori per i senza dimora e dipendenti da sostanze dannose. Uno, con una trentina di persone, è accanto alla sede di Sesso».
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