Mentre il Papa è in fabbrica, loro si flagellano
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani. Una sferzata su un contrasto tutto reggiano: mentre i comitati ultracattolici invitano i preti a partecipare con cotta e berretta alla processione contro il Gay Pride, il Papa parla di lavoro a Genova
REGGIO EMILIA. Mentre i comitati ultracattolici invitano i preti a partecipare con cotta e berretta (ma senza stola) alla processione di riparazione del 3 giugno contro il Gay Pride reggiano, il Papa ieri parlava di lavoro a Genova.
Se ci badate Bergoglio da quando è Papa Francesco indossa la stola soltanto quando deve benedire, cioè intraprende un’azione rituale. Poi la ripone. Con lui la stola rossa non fa più parte dei paramenti pontifici ordinari. Perché preferisce parlare “a mani libere”.
All’Ilva del capoluogo ligure ha dettato la linea della Chiesa rispetto al lavoro, ha richiamato all’ordine tutti, proiettando in Terra ciò che il Vangelo nel 2017 auspica per l’economia, il rapporto tra dipendenti e imprenditori, fra occupati e disoccupati, tra questi e lo Stato, fra tutti e la dignità. Il Papa non lo ha detto, ma lo ha raccontato: lo scandalo del lavoro.
Cioè, ci voleva Bergoglio per sentir dire che il lavoro è la dignità umana, è il primo comandamento di Dio; che l’imprenditore che ama licenziare vende la sua dignità; che non c’è buona economia se non ci sono buoni imprenditori; che la politica incoraggia gli imprenditori disonesti per la troppa burocrazia; che non bisogna confondere gli imprenditori con gli speculatori; che approfittare della fame di lavoro è un ricatto sociale; che l’obiettivo non deve essere il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti; che senza lavoro la democrazia va in crisi; che la meritocrazia è una parola snaturata per legittimare le diseguaglianze; che considerando il primo articolo della Costituzione italiana questa situazione è anticostituzionale.
Già li sento. Primo: questo Papa è quasi quasi comunista. Secondo: è proprio un gesuita. Terzo: ha una mentalità sudamericana, sul filo della Teologia della Liberazione. Quarto: parla molto delle cose del mondo e sembra distaccato o disincantato dalla sfera mistica o dalla dimensione sacra... Poca trascendenza.
Non credo. A Genova, nell’acciaieria, alla fine del botta e risposta con operai, imprenditori, preti e disoccupati, non ha recitato il Gloria, ma il Veni Creator. Cioè ha invocato la discesa in acciaieria dello Spirito Santo (lo stesso che suggerisce l’elezione dei Papi nella Cappella Sistina) sul mondo del lavoro. Così da passare dal ricatto al riscatto.
Da tanto discorso e da una simile preghiera la classe politica e il sistema burocratico ne escono spappolati.
Nel suo discorso ligure sulla crisi, Bergoglio ha dato una cristiana spallata a tutto ciò e a tutti coloro che ostano o guastano il “pane quotidiano” e il “frutto del lavoro dell’uomo”. Francesco ha detto che questo è Chiesa.
A questo punto torno all’audace confronto iniziale. Quello fra l’invito degli ultracattolici ai preti partecipanti all’anti Gay Pride reggiano a indossare cotta e berretta (ma non la stola), e la Chiesa in fabbrica di Papa Francesco. Che tipo di Chiesa è quella dei comitati?
Quale corrispondenza e contemporaneità hanno la messa in latinorum, il piviale, il cardinale col mantello, i caudatari (reggitori di coda), i turiferari (coloro che portano l’incenso), l’esegesi dei discorsi dottrinali, un vecchio film con Pio XII a scopo di propaganda? E poi, per essere fini, quale autorità rappresentano per raccomandare ai preti partecipanti di indossare la cotta e il berretto (tricorno con fiocco)?
Se devono indossare la cotta è sottinteso che dovranno presentarsi con l’abito talare (sottana), e se i comitati escludono la stola vuol dire che sanno perfettamente che questo paramento essendo sacramentale sarebbe fuori luogo.
Mentre il Papa parla forte e chiaro dello scandalo del nostro tempo, cioè il lavoro, qui a Reggio Emilia andranno in processione i sentimenti antiquariali e il codice dell’abbigliamento ecclesiastico. Mi piace concludere questo pensiero sul nero dell’abito talare che significava “fuga mundi”. Mentre il Papa parla del mondo, loro fuggono dal mondo 2017. E si flagellano.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
