Antonio, il fratello trans «Né con i gay né contro»
di Luciano Salsi
Capone, storico primo transessuale reggiano, oggi vive in una comunità mistica «Sabato non mi mischierò con i bigotti e neanche con chi rivendica finte libertà»
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REGGIO EMILIA . C’è una persona, notissima ai reggiani meno giovani, che prende le distanze sia dal REmilia Pride, sia dalla processione indetta dal comitato Beata Giovanna Scopelli. Non è un tranquillo e moderato padre di famiglia. È il primo transessuale che a Reggio negli anni ’60 ostentava la sua diversità. All’anagrafe è registrato come Antonio Capone. Allora era da tutti conosciuto come Lola. Ora ha 65 anni, veste un saio e vive nella comunità mistica da lui fondata negli anni ‘80 nelle campagne di Villa Cella, vicino al canile. All’inizio erano tre frati ammalati di Aids. Gli altri due sono morti. Lui combatte ancora contro la malattia, dopo aver vinto un tumore e altri guai provocati dall’immunodeficienza. Le energie le dedica ad assistere persone colpite dall’Hiv insieme a cinque confratelli, nessuno dei quali ammalato, e ad alcuni parenti che si sono aggiunti alla famiglia religiosa. La dedizione a questa causa e l’impegno animalista gli hanno guadagnato l'affetto di Stella Borghi, storica leader radicale.
Fratello Antonio, cosa farà sabato, quando si svolgeranno le due manifestazioni?
«Fino a domenica rimarrò dove sono, lontano da Reggio. Non vestirò piume di struzzo né reggerò candele. Non mi mischierò con i bigotti né con chi rivendica finte libertà. Seguo quella via di mezzo a cui tutti, oggi, sembra abbiano rinunciato».
Ma la sua nuova vita non è dipesa da una radicale conversione?
«La mia non è stata una conversione. Non avevo sensi di colpa. Ho capito che stavo diventando ridicolo. Ho scelto una vita vera, autentica, di fronte al pericolo di un’esistenza segnata dalla malattia, dalla droga, dalla vacuità dell’apparire al posto dell’essere. Ora vivo serenamente la mia condizione sessuale».
Come giudica il Gay Pride?
«Una carnevalata. Chiedono diritti per dissimulare la loro insicurezza. I soldi impiegati sarebbe meglio spenderli per assistere poveri e curare ammalati, non per cose vane».
Eppure gli organizzatori dicono di battersi per i diritti, contro omofobia e discriminazioni.
«Lasci dire a me che cos’era l’omofobia quando esisteva davvero. Non era facile essere omosessuali negli anni ’60. Ero minorenne quando fui condannato a due anni di soggiorno obbligato in base a un articolo del codice penale fascista che punisce la condotta pubblica immorale. Poi scontai due anni di carcere a Reggio. Alla visita di leva ero stato riformato per inversione sessuale. La Chiesa era bigotta e diceva cose terribili contro di noi».
Le lotte degli omosessuali hanno prodotto la legge sulle unioni civili. Non è stato un passo avanti?
«Non ce n’era affatto bisogno. Basta prendere la residenza insieme per garantirsi la reciproca assistenza e andare da un notaio per assicurarsi l’eredità».
Ora le coppie omosessuali rivendicano un matrimonio vero e proprio, con il diritto di adottare figli. Lei è d'accordo?
«No. I figli hanno bisogno di un padre e di una madre. E poi, dove sono tutti questi bambini da adottare? Non certo in Italia».
Non crede che nel Novecento i diritti civili siano avanzati?
«Quel secolo ci ha lasciato un mondo alla rovescia. I genitori hanno voluto il divorzio e l’aborto, sbagliando. I figli rivendicano per i gay il matrimonio e l’adozione dei figli. La contraddizione è palese».
Ora c'è chi chiede anche l’eutanasia. Cosa ne pensa?
«È una cosa orribile. Hitler incominciò così».
I gay sono stati tra i soggetti più colpiti dall’Aids. È una minaccia superata?
«No. L’Aids continua a diffondersi insieme alle altre malattie sessualmente trasmissibili, tra cui la sifilide, che sta ritornando con un ceppo orientale particolarmente aggressivo. È la mentalità attuale, con il suo delirio di onnipotenza, che ha creato la malattia».
La sua comunità è riconosciuta dalla Chiesa?
«No, ma il riconoscimento può venire anche dopo molti anni. Fu don Alberto Altana dei Servi della Chiesa che mi indicò la via e mi presentò al vescovo Gilberto Baroni, che mi diede un incoraggiamento. Il saio che indossiamo fu benedetto dai Servi di Maria nel ‘91. La mia testimonianza è consistita nel creare una famiglia. Il fatto che sia guarito da un tumore non è una dimostrazione di grazia divina?».
Gli ordini religiosi prescrivono i voti di povertà, obbedienza e castità. È così anche per voi?
«No. La nostra regola è il Vangelo. La povertà è per noi la condivisione dei beni. La castità oggi non può essere intesa come ai tempi in cui si vietava anche la masturbazione».
Fratello Antonio, cosa farà sabato, quando si svolgeranno le due manifestazioni?
«Fino a domenica rimarrò dove sono, lontano da Reggio. Non vestirò piume di struzzo né reggerò candele. Non mi mischierò con i bigotti né con chi rivendica finte libertà. Seguo quella via di mezzo a cui tutti, oggi, sembra abbiano rinunciato».
Ma la sua nuova vita non è dipesa da una radicale conversione?
«La mia non è stata una conversione. Non avevo sensi di colpa. Ho capito che stavo diventando ridicolo. Ho scelto una vita vera, autentica, di fronte al pericolo di un’esistenza segnata dalla malattia, dalla droga, dalla vacuità dell’apparire al posto dell’essere. Ora vivo serenamente la mia condizione sessuale».
Come giudica il Gay Pride?
«Una carnevalata. Chiedono diritti per dissimulare la loro insicurezza. I soldi impiegati sarebbe meglio spenderli per assistere poveri e curare ammalati, non per cose vane».
Eppure gli organizzatori dicono di battersi per i diritti, contro omofobia e discriminazioni.
«Lasci dire a me che cos’era l’omofobia quando esisteva davvero. Non era facile essere omosessuali negli anni ’60. Ero minorenne quando fui condannato a due anni di soggiorno obbligato in base a un articolo del codice penale fascista che punisce la condotta pubblica immorale. Poi scontai due anni di carcere a Reggio. Alla visita di leva ero stato riformato per inversione sessuale. La Chiesa era bigotta e diceva cose terribili contro di noi».
Le lotte degli omosessuali hanno prodotto la legge sulle unioni civili. Non è stato un passo avanti?
«Non ce n’era affatto bisogno. Basta prendere la residenza insieme per garantirsi la reciproca assistenza e andare da un notaio per assicurarsi l’eredità».
Ora le coppie omosessuali rivendicano un matrimonio vero e proprio, con il diritto di adottare figli. Lei è d'accordo?
«No. I figli hanno bisogno di un padre e di una madre. E poi, dove sono tutti questi bambini da adottare? Non certo in Italia».
Non crede che nel Novecento i diritti civili siano avanzati?
«Quel secolo ci ha lasciato un mondo alla rovescia. I genitori hanno voluto il divorzio e l’aborto, sbagliando. I figli rivendicano per i gay il matrimonio e l’adozione dei figli. La contraddizione è palese».
Ora c'è chi chiede anche l’eutanasia. Cosa ne pensa?
«È una cosa orribile. Hitler incominciò così».
I gay sono stati tra i soggetti più colpiti dall’Aids. È una minaccia superata?
«No. L’Aids continua a diffondersi insieme alle altre malattie sessualmente trasmissibili, tra cui la sifilide, che sta ritornando con un ceppo orientale particolarmente aggressivo. È la mentalità attuale, con il suo delirio di onnipotenza, che ha creato la malattia».
La sua comunità è riconosciuta dalla Chiesa?
«No, ma il riconoscimento può venire anche dopo molti anni. Fu don Alberto Altana dei Servi della Chiesa che mi indicò la via e mi presentò al vescovo Gilberto Baroni, che mi diede un incoraggiamento. Il saio che indossiamo fu benedetto dai Servi di Maria nel ‘91. La mia testimonianza è consistita nel creare una famiglia. Il fatto che sia guarito da un tumore non è una dimostrazione di grazia divina?».
Gli ordini religiosi prescrivono i voti di povertà, obbedienza e castità. È così anche per voi?
«No. La nostra regola è il Vangelo. La povertà è per noi la condivisione dei beni. La castità oggi non può essere intesa come ai tempi in cui si vietava anche la masturbazione».
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