San Martino in Rio, nei container la vita dei richiedenti asilo
Undici nigeriani, due gambiani e un ghanese dormono nei prefabbricati «Scappati da violenze, torture e povertà. È già un miracolo essere salvi»
SAN MARTINO IN RIO. Dallo sguardo e dalle parole dei quattordici profughi sistemati nei container di San Martino in Rio capisci in fretta che, nel loro lungo peregrinare degli ultimi mesi, hanno affrontato momenti molto più duri, che davvero hanno visto la morte in faccia. Essere temporaneamente alloggiati in un prefabbricato – soltanto per dormire – significa prima di tutto essere ancora vivi, aver superato indenni il lungo viaggio dalle terre d’origine fino all’Italia per scappare da conflitti, violenze e povertà, cullando il sogno di una nuova vita dove le difficoltà del passato diventino presto un ricordo lontano.
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Fuga dall’Africa. Tutti provengono dall’Africa centro-occidentale e la maggior parte di loro, undici per la precisione, sono nigeriani. Due gambiani e un ghanese completano il gruppo: Mohamed, Steven, Khalifa, Sane Baru, Okam Kelvin, Precious, Chinonso Chino, Erasmus, John, Richi Collins, Jeffery, Christopher, Ibrahim, Camara sono i loro nomi. In due, candidamente, chiedono di farlo scrivere agli altri, ammettendo di non aver avuto la possibilità di studiare a causa delle condizioni di miseria nelle quali vivevano. Sono tutti giovani, ventenni o poco più, parlano inglese e le loro storie hanno un copione molto simile. Parlano di guerre, terrorismo, rapimenti, povertà e per questo raccontano di essere scappati. Un viaggio lungo settimane se non mesi, «attraversando il deserto del Sahara su pick up o auto per raggiungere la Libia», raccontano.
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Torture e minacce. Libia, nome che nessuno dei quattordici profughi vorrebbe mai più sentire e che a fatica pronunciano. È qui che il loro viaggio della speranza è diventato pieno di ostacoli, la prima tappa di quello che per ogni profugo rischia di diventare un calvario.
«Mio padre era stato rapito – spiega Steven – e io correvo lo stesso rischio. La mia famiglia era perseguitata. Per questo sono scappato dalla Nigeria, ma quando sono arrivato in Libia ho vissuto sei mesi terribili. Sono stato picchiato, mi hanno colpito all’occhio sinistro e ancora adesso non vedo bene. Ho dovuto farmi inviare soldi da mia madre per imbarcarmi verso l’Italia, altrimenti non so quale fine avrei fatto». Il quadro dipinto da tutti sulla situazione vissuta in Libia rispecchia i racconti drammatici già ascoltati in più occasioni: una permanenza di diversi mesi fatta di violenze, minacce e richiesta di soldi da parte di criminali che hanno contatti diretti con gli scafisti.
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Sicilia, Bologna e Reggio. Il viaggio nelle acque del Mar Mediterraneo è un altro capitolo di una storia che viaggia su un filo sottile, sempre in bilico tra la vita e la morte. Per giorni stipati su un barcone prima di approdare sulle coste della Sicilia.
«Una volta sbarcati – raccontano – siamo rimasti per una notte nel centro di accoglienza, poi la mattina successiva è ricominicato il nostro viaggio». Non più nelle mani di criminali, ma questa volta a carico dello stato italiano. Trasferti all’Hub di Bologna, sono stati lì sei giorni assieme ad altre centinaia di profughi prima delle operazioni di smistamento in tutta la Regione. A Reggio, assieme ad una altra settantina di richiedenti asilo, sono arrivati sabato pomeriggio e dal capoluogo sono stati dirottati nei conteiner di San Martino in Rio. Hanno tutti chiesto asilo politico. Per loro, dunque, inizia un iter che, non si dovesse riuscire a snellire ed accelerare le procedure attuali, durerà due anni. Poi conosceranno il loro destino, di nuovo nelle loro terre nel caso in cui non avessero diritto allo status di rifugiati.
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Nuova vita nei container. Accanto alle cinque strutture provvisorie installate nella zona industriale, in un parcheggio deserto situato in fondo a via Magnanini, i quattordici profughi hanno lo stretto necessario: acqua per lavarsi, bagni chimici e un tavolino sul quale mangiare. Luca, mediatore culturale, li segue per tutta la giornata e cura due appuntamenti quotidiani di un’ora ciascuno. «Di giorno andiamo a Reggio – spiegano – per i controlli medici, per cambiarci, fare attività e mangiare». A San Martino in Rio tornano solo la sera, dove portano con sé la cena e poi vanno a dormire. Il caldo, dentro ai container, si fa sentire, ma nessuno ci pensa. Sanno anche loro che si tratta di una sistemazione d’emergenza e non se ne preoccupano comunque più di tanto, visto quanto patito negli ultimi mesi.
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Prospettive ed emergenza. Difficile capire anche quale sia, in questo momento, il loro desiderio, le loro aspettative, perché la priorità era lasciare terre povere e piene di violenza. Presto la loro vita potrebbe essere in un nuovo alloggio, perché sui container la levata di scudi è unanime.
«Siamo disponibili ad accettare questa situazione fino al 15 giugno, nel frattempo serve massima collaborazione per cercare sistemazioni più idonee», ha già dichiarato il sindaco di San Martino in Rio. L’emergenza, con 1.700 richiedenti asilo in tutta la provincia di Reggio ed un nuovo bando che li porterà a quota 2.300, non ha permesso alla prefettura di trovare altre soluzioni, in attesa di case che solo all’apertura delle buste del 6 giugno si potrà capire se siano state trovate. Ma è chiaro a tutti che la situazione deve restare provvisoria, per non rischiare che l’accoglienza ghettizzi anziché integrare, con tutti i problemi del caso.
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Lo ha chiesto ieri anche la Cgil: «Noi stiamo con chi fugge da fame, povertà, conflitti e gravi violazioni dei diritti umani, stiamo con i cittadini in difficoltà, contro ogni strumentalizzazione. Serve l’impegno di tutte le amministrazioni locali per realizzare la buona pratica della micro e territorialmente equilibrata accoglienza, coinvolgendo tutti i Comuni, con soluzioni abitative dignitose e limitando l’uso dei container».
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