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Artoni colleziona perdite: 150 milioni in cinque anni

di Enrico Lorenzo Tidona
Artoni colleziona perdite: 150 milioni in cinque anni

La capogruppo Artoni Trasporti deposita il bilancio in “ritardo” di quindici mesi Rosso da 74 milioni nel 2015 e il patrimonio netto diventa negativo per 56 milioni

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GUASTALLA. Hanno redatto il bilancio del 2015 nel 2017, ben 15 mesi dopo il termine. Il tempo necessario anche per calcolare le immense perdite della Artoni Trasporti spa di Guastalla, società reggiana della logistica, protagonista di un mega crac e ora in amministrazione straordinaria. Il rosso collezionato in cinque anni, dal 2011 al 2015, è in totale di 150 milioni di euro. Proprio il 2015 è l’anno del triste record: il rosso, infatti, vale in questo solo caso 75 milioni di euro, evento che ha portato il patrimonio netto a crollare in territorio negativo per 56 milioni di euro.

Un rosso fortemente influenzato dalle svalutazioni straordinarie e non ricorrenti pari a 63 milioni di euro «resesi necessarie a causa delle ben note vicende che hanno riguardato la società nell’ultimo periodo», viene riportato nella nota a bilancio. Una prima verità contabile, attesa per lungo tempo, che prelude a quanto già noto. La crisi del gruppo ha causato un effetto domino: 580 dipendenti diretti ormai con le speranze al lumicino e altri 2.300 dell’indotto rimasti a piedi. Sono tre i capitoli Artoni finiti in tribunale. C’è il fallimento già dichiarato della Artoni Logistica, ramo dell’impero dell’omonima famiglia, per il quale il giudice Nicolò Stanzani Maserati ha incarica quale curatore l’avvocato reggiano Giorgio Barbieri. Per la richiesta di concordato della Artoni Group è stato invece nominato commissario giudiziale Graziano Ciarlini.

L’ultimo versante sarebbe quello della Artoni Trasporti, il cuore dell’azienda, che ha ottenuto l’ammissione all’amministrazione straordinaria. Nel bilancio 2015 licenziato nel marzo del 2017, sono contenute le ricostruzioni espresse dall’azienda stessa, guidata da Anna Maria Artoni, punta di diamante delle passate giunte di Confindustria, ora alle prese con le procedure in tribunale. Secondo quanto ricostruito dall’azienda, a seguito della crisi finanziaria che si era venuta a creare, le società del gruppo Artoni nel novembre 2012 avevano siglato un accordo di ristrutturazione del debito con gli istituti di credito e gli enti finanziatori (società di leasing). Già nel corso del 2013 tuttavia, anche a causa del perdurare della crisi economica generale, i livelli di fatturato e di marginalità erano inferiori rispetto a quanto previsto dal piano economico-finanziario oggetto di asseverazione, comportando un maggiore assorbimento di liquidità nel breve e medio periodo e un peggioramento della posizione finanziaria netta rispetto alle previsioni del piano. Inoltre, nel mese di gennaio 2014, i parametri finanziari previsti dall’accordo di ristrutturazione non sono stati integralmente rispettati.


Conseguentemente, in considerazione dello stato di tensione finanziaria in cui versava il gruppo Artoni, la società capogruppo aveva richiesto al ceto bancario la sospensione delle scadenze finanziarie prefissate dall’accordo di ristrutturazione preesistente e, contestualmente, avviato un nuovo tavolo negoziale con il medesimo ceto bancario volto ad una nuova ristrutturazione del debito in essere. Le contrattazioni proseguono e nel mentre il gruppo cerca un partner industriale. «Ma inopinatamente - scrive l’azienda - in vista della conclusione del processo, nel mese di gennaio 2016 il partner industriale identificato ha rinunciato all’operazione di integrazione che, si noti, avrebbe consentito al Gruppo Artoni intero non solo la piena recuperabilità dei propri assets ma la rivalorizzazione degli stessi in uno scenario di integrazione che ne avrebbe consentito il pieno rilancio operativo, sia industriale che strategico». Poi, nel 2017, sono passate di mano 14 filiali ai concorrenti della Fercam.

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