Santa Croce: quel che resta del “pòpol giost”
Siamo nell’antico quartiere alle porte della città, luogo emblematico del 900 reggiano degno di entrare nel Museo diffuso
REGGIO EMILIA Occorrono un po’ di fantasia e l’ausilio delle vecchie fotografie per immaginare le catapecchie del “pòpol giost”, che occupavano l’area compresa tra via Roma, via Filippo Re e via Bellaria, in cui all’inizio degli anni Sessanta sono stati costruiti gli edifici scolastici destinati originariamente all’istituto Scaruffi, al liceo Spallanzani e alla piscina coperta.
Era la parte più povera e malfamata del quartiere di Santa Croce, a ridosso dell’omonima porta: uno dei luoghi emblematici del 900 reggiano, degno di entrare in “Livello 9”, il museo diffuso del XX secolo realizzato da Istoreco in collaborazione con la Gazzetta. Le malsane casupole, molte prive di servizi igienici autonomi e acqua corrente, vennero in parte demolite prima della guerra.
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Lo stesso Mussolini accorse in pompa magna ad inaugurare lo sventramento, che fu poi completato alla fine degli anni ‘50. Gli abitanti furono trasferiti in gran parte nelle case popolari di via Compagnoni, ma conservarono orgogliosamente memoria e identità dell'antico rione, coltivata con nostalgia dagli anni ‘80 con le annuali cene imbandite nello slargo di via Roma ribattezzato “piazza del popolo giusto”.
Ora di quell’agglomerato è scomparsa perfino la toponomastica. L’attuale via Filippo Re era così denominata soltanto nel tratto superiore, a fianco del liceo Chierici, l’ex-convento della Concezione occupato in gran parte dalla scuola elementare Edmondo De Amicis.
Il resto si chiamava Borgo Emilio. L’unica via reggiana denominata con quel “borgo” tipicamente parmigiano era anche la più chiacchierata, per le tante prostitute che vi abitavano. La cancellazione del nome equivale a una “damnatio memoriae”. Invece è materialmente sparita perché occupata da costruzioni la parallela via Francotetto, la cui antica denominazione Fregatetti era stata maliziosamente storpiata in Fregatette.
In origine non aveva alcuna allusione oscena. Lo stesso nome era attribuito a Parma a un vicolo così stretto che i tetti sembravano strofinarsi l'uno con l’altro. È ugualmente svanito nel nulla l'angusto pertugio maleodorante che correva fra le due strade e serviva ai ricercati per sfuggire alla cattura da parte della polizia. Il sottoproletariato della zona infatti viveva spesso di espedienti.
Appena fuori porta i ladruncoli trovavano le prime case coloniche, intorno alle quali solevano rifornirsi di pollame. Per eludere i questurotti che cercavano di raccogliere informazioni nelle osterie era stato inventato un gergo caratteristico, l'"alèrp a l'arsàve", cioè il "parlèr a l'arvèrsa", che consisteva nel pronunciare a rovescio le parole del dialetto reggiano.
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