Reggio Emilia, il giorno del Gay Pride: "In piazza contro la discriminazione"
In migliaia attesi in città. Il raduno è alle 15 in viale 4 Novembre. Poi il clou in Piazza della Vittoria. Flavio Romani, presidente nazionale Arcigay: «Serve una vera battaglia culturale. La chiesa? Non c’è solo bigottismo»
REGGIO EMILIA La marcia arcobaleno per i diritti delle persone Lgbti è pronta a muoversi. Oggi il centro storico di Reggio attende circa cinquemila persone in difesa dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersessuali (Lgbti, appunto) nel REmilia Pride, il primo Gay Pride dell’area mediopadana.
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REmilia Pride - Guarda lo speciale
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Sette carri partiranno da viale IV Novembre (il ritrovo è fissato per le 15), attraverseranno il centro storico e si riverseranno in piazza della Vittoria. Davanti al teatro Valli sin dalle 10 del mattino saranno allestiti numerosi stand, tra cui quelli per effettuare test Hiv gratuiti e ricevere preservativi gratis.
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All’arrivo dei manifestanti inizierà lo spettacolo con musica e danza. Alcuni grandi musicisti reggiani come Luciano Ligabue e Orietta Berti supportano il maxi-evento e sul palco prenderà il microfono Antonella Lo Coco. Tuttavia, il vero focus è politico. Lo sa bene Flavio Romani, presidente nazionale di Arcigay, che salirà sul palco lanciando rivendicazioni per tutto il Paese.
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Come vede la realtà italiana rispetto allo scenario internazionale?
«Siamo messi meglio di un anno fa – risponde Romani – grazie all’approvazione della legge sulle unioni civili. È stato un passo importante nella direzione giusta; tuttavia, ancora non ci siamo: l’Italia è ancora molto lontana da altre democrazie europee, in cui sono stati fatti passi più consistenti dal punto di vista delle coppie e c’è il riconoscimento completo dell'uguaglianza».
Quali sono gli ostacoli?
«Occorre combattere una battaglia soprattutto culturale, oltre che legislativa. Bisogna far avanzare la società e prosciugare le sacche di disprezzo verso i Lgbti, ancora presenti e che scoppiano ogni tanto anche a Reggio Emilia. Come la processione di riparazione: un’espressione di odio».
I rappresentanti del Comitato si definiscono cattolici...
«Si nascondono dietro un paravento risibile. Sono cattolici oltranzisti e devono esprimere la loro contrarietà verso non si sa cosa. Il problema di queste persone è che non riescono a pensare agli omosessuali e ai trans come uguali a loro. Si sente un disprezzo forte, un’intolleranza, un odio che porta alla discriminazione e, a volte, violenze fisiche anche pesanti. Non dico al Pride, però il percorso in genere è quello. Serve un progresso culturale, ancora assente in certi ambienti e in certe persone».
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Lo chiedono anche gli studenti di NovaRes, lamentando resistenze di prof e presidi per la loro raccolta firme contro le discriminazioni...
«Nella scuola si concretizza l’educazione, la crescita dei ragazzi, ma a noi di Arcigay tale possibilità è quasi sempre preclusa. Noi proponiamo alle scuole di realizzare progetti, insieme con gli insegnanti, per superare gli stereotipi. Le diseguaglianze e le discriminazioni vanno combattute con progetti didattici fatti bene. Spesso e volentieri non sono tanto gli insegnanti o i presidi a essere contrari, ma si scatena il terrore per la reazione dei genitori, magari soltanto uno in tutto l’istituto. Ogni volta che siamo andati nelle scuole le reazioni dei ragazzi sono state molto belle perché gli studenti sono molto curiosi, molto ricettivi, amano il confronto e la dialettica. Sono disposti a cambiare idea se qualcosa gli è spiegato bene. È un peccato se tale dialogo è impedito ai ragazzi per una sorta di bigottismo».
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C’è anche una parte della Chiesa più aperta. Il vescovo Camisasca, per esempio, non ha concesso ai “No Pride” l’uso della cattedrale...
«La Chiesa cattolica ha tantissimi fedeli, molto diversi gli uni dagli altri. Ho apprezzato il comportamento di Camisasca: la sua non è apertura verso le nostre richieste, ma ha voluto sottolineare la sua distanza da “quella cosa strana”, una riparazione non si sa di cosa».
Una riparazione la cui formula è stata prevista dal pontefice Pio XI, quasi ottant’anni prima dall’arrivo di Papa Francesco e del suo “Chi sono io per giudicare?”...
«Papa Francesco sta dando qualche segnale, ma lo vedono male in certi ambienti».
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In città don Paolo Cugini è stato accusato da una lettera anonima di atti sessuali dopo una veglia in favore delle vittime di omofobia.
«Conosciamo tanti parroci che lavorano con il territorio, vanno in mezzo alla città, conoscono la vita delle persone. Don Cugini non aveva fatto una messa per le unioni civili o per l’adozione da parte delle coppie omosessuali, ma contro la violenza fatta ai danni delle persone omosessuali. Da un punto di vista cattolico non ci dovrebbero essere dubbi per questo sostegno. La letterina anonima di due “parrocchiane” che dicono di essere state a letto con lui è da anni Cinquanta. Don Cugini ha fatto benissimo a presentare la denuncia».
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A Reggio il 17 maggio è stato siglato con il sottosegretario di Stato, Maria Elena Boschi, il primo Protocollo italiano contro l’omo-trans negatività. Un segnale importante per l’Italia?
«È un segnale fortissimo, anche per la presenza di enti importanti accanto alle associazioni Lgbti. Finalmente s’è capito che l’omofobia e la discriminazione riguardano tutta la società, non soltanto i gay. È un veleno che, anche se non ti colpisce direttamente perché se sei eterosessuale, colpisce un membro della società. L’unione di queste entità che hanno sottoscritto il documento rappresenta una passo importante. Il Protocollo deve andare oltre e sono sicuro che ci saranno passi concreti: esistono tantissime azioni concrete che si possono fare».
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