«A 78 anni ho ritrovato la tomba di mio padre disperso in guerra»
Elvino Francesco, casaro di Selvapiana di Canossa, venne deportato nel 1943: solo ora il figlio Mirto ha trovato il cimitero dove è sepolto, in territorio russo
REGGIO EMILIA. A pochi giorni dal suo settantottesimo compleanno ha avuto il regalo che aspettava da una vita: portare un fiore nel cimitero dove è sepolto il padre, che non ha mai conosciuto e di cui non sapeva fino a poco tempo fa dove fosse la tomba.
Mirto Azzali era un bambino di quattro anni quando il padre Elvino Francesco, soldato dell’esercito italiano, venne deportato dai tedeschi perché non si era arruolato nella Repubblica sociale italiana.
Era il 1943 e l’uomo era da poco tornato dal fronte jugoslavo. Da allora la moglie Barbara Dell’Eva e il figlioletto Mirto, che a causa della guerra lo aveva visto per poche settimane, senza tra l’altro serbare alcun ricordo di quei rari momenti, non lo riabbracciarono più.
Di Elvino Francesco, casaro di professione, si seppe solo che era morto, per cause ignote, in un campo di prigionia tedesco non meglio specificato. Da allora i suoi cari lo hanno potuto ricordare solo nei loro pensieri e nel cimitero di Selvapiana di Canossa, dove una tomba vuota lo commemora già dalla fine della seconda guerra mondiale.[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.15441497:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.15441497:1652291847/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Fino a due anni fa la famiglia Azzali non sapeva che Elvino era morto il 13 gennaio del 1944 nel campo di prigionia Stalag 1-A, nel villaggio di Stablack, in quella che era la Prussia orientale ed ora è l’enclave russa di Kaliningrad, posta tra la Polonia e la Lituania.
Il soldato si spense di tubercolosi aperta pochi mesi dopo il suo arrivo e da allora riposa nel cimitero dei prigionieri tedeschi di Klein-Dexen.
IL DESIDERIO DI UN FIGLIO. «Mio padre ha sempre avuto il desiderio di sapere dove fosse sepolto il suo genitore – spiega Nicola Azzali, nipote di Elvino –. Sapeva che era morto in Germania e in effetti all’epoca il campo era in territorio tedesco, e pensava che la morte fosse avvenuta per inedia. Così due anni fa ho iniziato a fare delle ricerche, con l’aiuto di Istoreco, poi di Onorcaduti (la banca dati del ministero della Difesa dei morti e dispersi delle due guerre mondiali, ndr) e infine del consolato generale italiano di San Pietroburgo».
Un lavoro durato mesi, che ha consentito di recuperare informazioni preziose sul casaro di Canossa: sono saltate fuori, anche da qualche solaio, lettere dal fronte, foto e infine anche il certificato di morte che spiegava dove era avvenuto il decesso e per quali cause.[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.15441500:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.15441500:1652291847/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
IL REGALO PIÙ GRANDE. Un anno fa in occasione del suo settantasettesimo compleanno Mirto Azzali ha ricevuto un dono di valore inestimabile. Un libro sul padre Elvino, contenente il materiale raccolto dai figli durante mesi di ricerche, con una sorpresa finale. «Nell’ultima pagina – continua Nicola Azzali – abbiamo scritto dove si trovavano i resti e gli abbiamo chiesto se era pronto per fare questo viaggio».
«Ho provato un’emozione enorme – conferma Mirto Azzali –. Due anni fa avevo detto a mio figlio che l’ultimo desiderio che volevo soddisfare era sapere dove fosse mio padre. Ma ormai non ci pensavo quasi più. I miei figli sono stati fantastici».
Azzali, prima di decidersi a recarsi nel cimitero del padre, ci ha pensato un po’. Non si trattava certo di un viaggio come un altro per una persona che non ha mai conosciuto il genitore, ma alla memoria del quale è sempre stato legato, e che è cresciuto senza la madre, emigrata in Svizzera per trovare un lavoro. «Sono stato allevato da una prozia a Ciano e quello che so di mio padre mi è stato raccontato. Quando penso a lui ho un’immagine: mi dissero che di ritorno dal fronte jugoslavo mi aveva portato una grossa stecca di cioccolata. Talmente grande che la dovevo portare in spalla...».
Alla fine il 78enne si è risolto a fare questo passo emotivamente impegnativo.
LA SPEDIZIONE. Nei giorni scorsi Mirto Azzali ha compiuto il viaggio della memoria che aspettava da sempre, accompagnato dalla moglie Paola Torelli e i figli Nicola, Stefania e Francesca.
«Grazie anche alle competenze di mia sorella Stefania, che in passato ha gestito un’agenzia di viaggi – prosegue Nicola Azzali – abbiamo organizzato la nostra spedizione, ottenendo anche dei visti per transitare in zone militari difficilmente accessibili. Abbiamo volato fino a Mosca, poi abbiamo raggiunto Kaliningrad e infine l’ex campo di prigionia, oggi cimitero. Avrei voluto disseppellire i resti di mio nonno, ma non sono più identificabili a causa di una ristrutturazione del cimitero del 1966».
FINALMENTE L’ABBRACCIO. Da qualche anno una lapide posta dall’Italia ricorda il sacrificio di questi prigionieri italiani che dissero no alla Repubblica di Salò e persero la vita in questo campo. «Il cimitero è in un posto molto suggestivo, tra il mare e le colline, in mezzo a betulle, pioppi, querce e qualche pino», dice il figlio del soldato.
I documenti ritrovati in questi mesi di ricerca hanno permesso di sapere che Elvino Francesco venne sepolto con gli onori militari, alla presenza degli altri soldati italiani detenuti.[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.15441499:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.15441499:1652291847/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Dopo più di 70 anni anche la famiglia Azzali ha potuto rendere omaggio al casaro, morto a più di 1.800 chilometri di distanza dalle colline reggiane dove era nato. «È stata un’emozione talmente grande che non riesco a parlarne – dice Mirto Azzali –. Abbiamo portato fin là una rosa bianca colta dal roseto della nostra casa di Selvapiana, dove c’era il casello di mio padre. Inoltre abbiamo raccolto un po’di terra del cimitero e l’abbiamo portata a Reggio».
L’abbraccio che Elvino Francesco non ha potuto avere nel momento del trapasso lo ha finalmente ricevuto ora.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
