Il comitato ora esulta «Con noi tanti fedeli Smentito Camisasca»
di Luciano Salsi
Affondo al vescovo che ha negato il sagrato del Duomo «Ha parlato poco, tardi e male. Pensavano fossimo pochi»
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REGGIO EMILIA . Nella laicissma città di Camillo Prampolini e Giuseppe Dossetti, del socialcomunismo riformista e del cattolicesimo democratico e conciliare, la gente strabuzzava gli occhi. Soltanto gli anziani potevano ricordare una processione con rosario, litanie e canti in latino. E non erano pochi i fedeli al seguito dei sacerdoti e dei laici in cotta e paramenti liturgici che agitavano il turibolo e guidavano la preghiera. In testa due giovani reggiani, Cristiano Lugli e Andrea Giacobazzi. «Questa grande partecipazione – commenta Giacobazzi – è una solenne smentita a Massimo Camisasca. Il Vescovo ha parlato poco, tardi e male. Ci siamo trovati di fronte il silenzio e l’ostilità degli ambienti diocesani, che puntavano su un nostro flop. Invece siamo molto più numerosi di quanto sperassimo. Siamo partiti in cinque e ci aspettavamo soltanto un centinaio di partecipanti. Noi siamo tanti e loro non ci sono».
Agli organizzatori la Chiesa reggiana aveva rimproverato di avere preso l’iniziativa senza consultare il Vescovo. «L’accusa – ribatte Giacobazzi – non è del tutto vera. Tempo fa avevamo avuto un incontro con i superiori della Diocesi, ma senza alcun risultato. Quando abbiamo saputo che veniva indetta nella chiesa di Regina Pacis una veglia per le vittime dell’omofobia abbiamo capito che non potevamo aspettarci un’autorizzazione per la processione. Saremmo morti prima di ottenerla».
Don Giordano Goccini, responsabile della pastorale giovanile, s'è spinto fino a dire che il comitato Beata Giovanna Scopelli si poneva al di fuori della comunità ecclesiale: «Goccini – obietta Giacobazzi – si è sconfessato da solo». Tuttavia i promotori della processione sono integralisti considerati una minoranza nella Chiesa. Hanno ottenuto subito, fra le altre, l'adesione della comunità San Pio X, che si ispira all’insegnamento anticonciliare dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, scomunicato da papa Giovanni Paolo II. In materia morale sono intransigenti: «L’inclinazione omosessuale – spiegano – non è peccato, il comportamento omosessuale sì». Le conclusioni sono drastiche: «La sodomia – asserisce Giacobazzi – è un vizio quando viene praticata. Non si giudicano gli uomini, ma i loro atti. Perciò rendiamo una contro-testimonianza al Gay pride, che dovrebbe essere vietato. Si deve impedire di dare scandalo». Dunque si dovrebbero mettere in galera gli omosessuali? «No – risponde Giacobazzi – ma siamo contrari alle unioni civili, al matrimonio gay e all’adozione dei figli con utero in affitto. La legge dello Stato dovrebbe conformarsi alla legge divina, anche se non tutto ciò che è peccato è reato». Qualcuno fa notare che lo stesso papa Bergoglio avrebbe sdoganato l'omosessualità con la battuta: “Chi sono io per giudicare?”.
«Quella frase – ribatte Cristiano Lugli – è stata estrapolata dal contesto. Il Papa ha detto: chi sono io per giudicare il gay che cerca Dio nel suo cuore? L’insegnamento della Chiesa è chiaro. Il comportamento omosessuale è disordine morale. Gli atti omosessuali non sono puniti, ma non ha senso riconoscere una relazione personale non equiparabile al matrimonio, poiché non permette la formazione di una famiglia che genera figli».
Ma non ci sono tanti omosessuali anche fra i cattolici e fra gli stessi sacerdoti? «È vero – ammette Lugli – ma una condizione per accedere al sacerdozio è la certezza di non essere omosessuali. Se uno poi lo diventa deve praticare la castità. Il magistero della Chiesa ha sempre trattato la questione in questo modo». Gli dà man forte Antonio Durante, venuto da Lecco per l’associazione “Ora et labora in difesa della vita”: «In Croazia e in Polonia – sottolinea - la famiglia naturale viene tutelata, come deve essere. La famiglia naturale genera figli, che un domani lavoreranno e pagheranno le tasse. Invece ora vengono importate persone da altri continenti per contrastare la denatalità in Italia. Cerchiamo di aiutare le coppie spendendo i soldi pubblici per chi darà sostegno a questa nazione». Che la processione non fosse soltanto una preghiera di riparazione era stato chiarito fin dall'inizio dagli organizzatori con un netto no alle rivendicazioni del Gay pride: «Il movimento Lgbt pretende che la relazione omosessuale sia equiparata alla famiglia legale con il diritto di adottare bambini, che finiscono per essere generati con l'utero in affitto. La coscienza cristiana non può ammetterlo».
Agli organizzatori la Chiesa reggiana aveva rimproverato di avere preso l’iniziativa senza consultare il Vescovo. «L’accusa – ribatte Giacobazzi – non è del tutto vera. Tempo fa avevamo avuto un incontro con i superiori della Diocesi, ma senza alcun risultato. Quando abbiamo saputo che veniva indetta nella chiesa di Regina Pacis una veglia per le vittime dell’omofobia abbiamo capito che non potevamo aspettarci un’autorizzazione per la processione. Saremmo morti prima di ottenerla».
Don Giordano Goccini, responsabile della pastorale giovanile, s'è spinto fino a dire che il comitato Beata Giovanna Scopelli si poneva al di fuori della comunità ecclesiale: «Goccini – obietta Giacobazzi – si è sconfessato da solo». Tuttavia i promotori della processione sono integralisti considerati una minoranza nella Chiesa. Hanno ottenuto subito, fra le altre, l'adesione della comunità San Pio X, che si ispira all’insegnamento anticonciliare dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, scomunicato da papa Giovanni Paolo II. In materia morale sono intransigenti: «L’inclinazione omosessuale – spiegano – non è peccato, il comportamento omosessuale sì». Le conclusioni sono drastiche: «La sodomia – asserisce Giacobazzi – è un vizio quando viene praticata. Non si giudicano gli uomini, ma i loro atti. Perciò rendiamo una contro-testimonianza al Gay pride, che dovrebbe essere vietato. Si deve impedire di dare scandalo». Dunque si dovrebbero mettere in galera gli omosessuali? «No – risponde Giacobazzi – ma siamo contrari alle unioni civili, al matrimonio gay e all’adozione dei figli con utero in affitto. La legge dello Stato dovrebbe conformarsi alla legge divina, anche se non tutto ciò che è peccato è reato». Qualcuno fa notare che lo stesso papa Bergoglio avrebbe sdoganato l'omosessualità con la battuta: “Chi sono io per giudicare?”.
«Quella frase – ribatte Cristiano Lugli – è stata estrapolata dal contesto. Il Papa ha detto: chi sono io per giudicare il gay che cerca Dio nel suo cuore? L’insegnamento della Chiesa è chiaro. Il comportamento omosessuale è disordine morale. Gli atti omosessuali non sono puniti, ma non ha senso riconoscere una relazione personale non equiparabile al matrimonio, poiché non permette la formazione di una famiglia che genera figli».
Ma non ci sono tanti omosessuali anche fra i cattolici e fra gli stessi sacerdoti? «È vero – ammette Lugli – ma una condizione per accedere al sacerdozio è la certezza di non essere omosessuali. Se uno poi lo diventa deve praticare la castità. Il magistero della Chiesa ha sempre trattato la questione in questo modo». Gli dà man forte Antonio Durante, venuto da Lecco per l’associazione “Ora et labora in difesa della vita”: «In Croazia e in Polonia – sottolinea - la famiglia naturale viene tutelata, come deve essere. La famiglia naturale genera figli, che un domani lavoreranno e pagheranno le tasse. Invece ora vengono importate persone da altri continenti per contrastare la denatalità in Italia. Cerchiamo di aiutare le coppie spendendo i soldi pubblici per chi darà sostegno a questa nazione». Che la processione non fosse soltanto una preghiera di riparazione era stato chiarito fin dall'inizio dagli organizzatori con un netto no alle rivendicazioni del Gay pride: «Il movimento Lgbt pretende che la relazione omosessuale sia equiparata alla famiglia legale con il diritto di adottare bambini, che finiscono per essere generati con l'utero in affitto. La coscienza cristiana non può ammetterlo».
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