Gazzetta di Reggio

Reggio

«Luoghi del ‘900, custodi di memoria» 

di Adriano Arati
«Luoghi del ‘900, custodi di memoria» 

Alessandra Fontanesi, responsabile didattica dell’istituto, sul progetto del museo diffuso: «Valorizzare il nostro passato»

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REGGIO EMILIA . «I luoghi sono portatori di memoria, di una memoria che spesso non conosciamo nemmeno vicino a noi. E il museo diffuso sarà un aiuto importantissimo per valorizzare questi luoghi e questa memoria». Parte dalla propria esperienza Alessandra Fontanesi, responsabile della didattica di Istoreco, per parlare di “Livello 9 – Museo dei luoghi del ‘900 a Reggio Emilia”, il “museo diffuso” del ventesimo secolo nella nostra provincia. La Fontanesi, una delle referenti del gruppo di lavoro del progetto, si confronta ogni giorno con i luoghi e con la necessità di raccontarli per scopi didattici e divulgativi. Un lavoro organico sull’intero secolo – con base sul web e tanti piccoli segni nei luoghi – rappresenterebbe un notevole salto in avanti.
La campagna promossa dalla Gazzetta di Reggio con l’istituto storico Istoreco punta ora a coinvolgere la collaborazione e il parere dei cittadini per allargare sempre più l’azione e la visione.
«L’idea del museo diffuso nasce proprio dalla nostra esperienza, con le scuole e non solo», spiega la Fontanesi.
In che modo?
«È uno strumento efficace per raccontare la storia, i percorsi sul territorio costruiti sulla storia dei luoghi, e sulle testimonianze di chi quei luoghi li ha vissuti, sono i più efficaci».
Pensa al lavoro con le scuole?
«Non solo, vale per tutte le situazioni, per le scuole come per gli adulti e i gruppi stranieri. Non a caso il sito del museo sarà in doppia lingua».
Come siete arrivati a questa idea?
«Non ce la siamo inventata ma l’abbiamo vista nascere man mano. Abbiamo girato, frequentato altri luoghi e altri colleghi, conosciuto esperienze simili in Italia e all’estero».
Cosa può dare di più questo approccio?
«Se poni le domande giuste a un luogo, questo può parlarti e parlerà sempre, oggi e domani. Ovviamente il ruolo dell’operatore è fondamentale, per porre le domande giuste con gli strumenti corretti».
I luoghi sono gli unici testimoni inscalfibili?
«Un luogo rimarrà sempre, anche domani, anche quando non ci sarà più ci sarà sempre la sua storia, con testimonianze, immagini. Succede anche quando il luogo è assente».
Qualche esempio?
«Le camere a gas a Birkenau/Auschwitz. Non ci sono più ma parlano eccome, le possiamo far raccontare usando le domande giuste e gli strumenti giusti».
Quali?
«Sono importanti le biografie delle persone che vi sono state dentro, e la forma digitale in questo senso aiuta. Penso alle video-interviste dove sarà possibile, a testimonianze, a scatti, a tutto ciò che serve per far parlare i luoghi».
Partendo dal basso, da quel che rimane?
«Il nome “Livello 9” è stato scelto per questo: i luoghi sono portatori di memoria, partiamo dal basso andiamo verso l’alto, creando un contesto per fare affondi nella storia, nelle conoscenze».
E funziona?
«Sì, permette di raccontare e di allargarsi. Faccio un esempio. Noi lavoriamo sul ‘900, è il nostro ambito di interesse, ma se andiamo al San Tommaso dico anche che in passato era un monastero, che nei secoli precedenti c’è stata un’altra storia da scoprire».
Da una storia all’altra?
«Sì, è un modo per raccontare tante fasi del nostro passato. E lo vediamo anche con i reggiani».
In che senso?
«Faccio l’esempio più banale: quando passeggiamo per il centro con un gruppo, e ricordiamoo eventi e luoghi, l e persone che qui vivono si stupiscono: sono nati e cresciuti qui, ma non conoscono molte storie».
Tipo?
«La caserma Zucchi. Per i ragazzi di oggi è la stazione delle corriere. Io gli ricordo che nasce come un foro boario realizzato dai Marchelli, quelli che hanno costruito parte della città. E che Zucchi era un generale napoleonico. Alla Zucchi ci sono pure diverse lapidi, e nessuno le vede. Questo è un luogo già segnato, ma nessuno gli fa mai le giuste domane, nessuno lo fa mai parlare».
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