Reggio Emilia, l’agonia senza fine di via Monzermone,
di Leonardo Grilli
Vetrine vuote, lucchetti alle porte e proposte d’affitto nell’ex strada dello shopping cittadino. Viaggio fra i negozi superstiti
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REGGIO EMILIA . “In questi locali il precedente conduttore ha realizzato considerevole successo commerciale. Pensi di poter riuscire anche tu?”. Siamo in via Monzermone, traversa di via Emilia Santo Stefano, e questo bizzarro cartello sulla vetrina vuota di un negozio rappresenta lo spirito di questa zona del centro. Memoria di antichi fasti ormai passati, ma non dimenticati. Tutti i reggiani si ricordano quando questa strada era uno dei cuori pulsanti dello shopping benestante in città.
Chi voleva vestire bene, chi puntava alla qualità senza guardare al portafoglio, veniva qui spesso anche da fuori. A passeggiare per vicoli e vicoletti fra via San Rocco e via Monzermone, oggi, viene un groppo alla gola. E non perché l’isolato sia degradato o sporco, non si tratta di inciviltà quanto piuttosto di fuga dal centro storico. Quel fenomeno socioculturale in corso ormai da anni e che non si riesce in alcun modo ad arrestare. E qui, fra l’ombra dei palazzi che nascondono alla vista l’affollata via Emilia, questa migrazione locale appare del tutto evidente. Come se esistessero ancora gli antichi confini del ghetto ebraico, che proprio qui aveva il suo centro, svoltando in via Monzermone si entra in un altro mondo. Dal passeggiare affollato e un po’ frettoloso di via Emilia Santo Stefano si passa al silenzio di un vicolo che pare deserto. Un negozio di fotografia, un bar, delle boutique: i negozi ci sono ma rappresentano dei sopravvissuti, dei superstiti che per scelta o per costrizione sono dovuti rimanere mentre la maggioranza dei commercianti partivano.
Saracinesche abbassate, cartelli alla disperata ricerca di un nuovo affittuario, cartoni sulle porte e porte sbarrate marchiano la strada come delle brutte cicatrici. Sembra ancora di sentire il vociare dei clienti, di vedere eleganti e giovani rampanti reggiani entrare nelle vetrine per spendere parte del loro patrimonio. Ma sono solo fantasmi che svaniscono dinnanzi a noi. Ora Christian, uno dei negozi di abbigliamento storici di Reggio Emilia, tiene la porta chiusa con il chiavistello e apre a un solo cliente alla volta. Perché tanto gli avventori occasionali non passano mai e si tira avanti solo con chi, da sempre, viene appositamente in via Monzermone per comprare da loro. Apparizioni annuali, simili anche loro a fantasmi. Stessa cosa, probabilmente per lo stesso motivo, ha fatto il negozio di oggettistica “Il ricevimento”, al punto da appendere un cartello con scritto che l’ingresso dell’attività è in via Emilia, nonostante qui siano forniti di una meravigliosa entrata e di incantevoli vetrine espositive. Poco più avanti un cancello sbarrato e un cartello lasciato in terra con l’annuncio del trasferimento in Galleria Cavour è tutto ciò che resta di “Oscar”, altro celebre negozio di abbigliamento e sartoria che ha vestito centinaia di facoltosi reggiani e che circa un paio d’anni fa ha deciso di levare le tende per trasferirsi più vicino a piazza della Vittoria.
A distanza di neanche un civico “Dress”, altro locale specializzato in abiti da uomo, sembra aver chiuso i battenti. Dove prima c’erano eleganti manichini e stoffe pregiate ora dei lunghi teloni di carta bloccano la vista, mentre nel piccolo atrio esterno sono ammucchiati dei cartoni. Come se qualcuno ci avesse dormito approfittando della saracinesca non del tutto chiusa.
La situazione non migliora quando svoltiamo in via San Rocco, in direzione di piazza della Vittoria. Una delle lavanderie storiche della città aperta nel 1966, “Lavaindossa”, è ormai una sala vuota piena di polvere e calcinacci. Un pesante lucchetto ne blocca la porta mentre un cartello mette in affitto i due locali dell’attività. Stessa situazione il civico a fianco e poi quello dopo e quello dopo ancora fino ad arrivare al simbolo di questo crollo socioculturale: l’ex cinema Ambra, decadente e scrostato come la voglia dei reggiani di rimanere in una zona dalla quale molti sono già fuggiti.
Chi voleva vestire bene, chi puntava alla qualità senza guardare al portafoglio, veniva qui spesso anche da fuori. A passeggiare per vicoli e vicoletti fra via San Rocco e via Monzermone, oggi, viene un groppo alla gola. E non perché l’isolato sia degradato o sporco, non si tratta di inciviltà quanto piuttosto di fuga dal centro storico. Quel fenomeno socioculturale in corso ormai da anni e che non si riesce in alcun modo ad arrestare. E qui, fra l’ombra dei palazzi che nascondono alla vista l’affollata via Emilia, questa migrazione locale appare del tutto evidente. Come se esistessero ancora gli antichi confini del ghetto ebraico, che proprio qui aveva il suo centro, svoltando in via Monzermone si entra in un altro mondo. Dal passeggiare affollato e un po’ frettoloso di via Emilia Santo Stefano si passa al silenzio di un vicolo che pare deserto. Un negozio di fotografia, un bar, delle boutique: i negozi ci sono ma rappresentano dei sopravvissuti, dei superstiti che per scelta o per costrizione sono dovuti rimanere mentre la maggioranza dei commercianti partivano.
Saracinesche abbassate, cartelli alla disperata ricerca di un nuovo affittuario, cartoni sulle porte e porte sbarrate marchiano la strada come delle brutte cicatrici. Sembra ancora di sentire il vociare dei clienti, di vedere eleganti e giovani rampanti reggiani entrare nelle vetrine per spendere parte del loro patrimonio. Ma sono solo fantasmi che svaniscono dinnanzi a noi. Ora Christian, uno dei negozi di abbigliamento storici di Reggio Emilia, tiene la porta chiusa con il chiavistello e apre a un solo cliente alla volta. Perché tanto gli avventori occasionali non passano mai e si tira avanti solo con chi, da sempre, viene appositamente in via Monzermone per comprare da loro. Apparizioni annuali, simili anche loro a fantasmi. Stessa cosa, probabilmente per lo stesso motivo, ha fatto il negozio di oggettistica “Il ricevimento”, al punto da appendere un cartello con scritto che l’ingresso dell’attività è in via Emilia, nonostante qui siano forniti di una meravigliosa entrata e di incantevoli vetrine espositive. Poco più avanti un cancello sbarrato e un cartello lasciato in terra con l’annuncio del trasferimento in Galleria Cavour è tutto ciò che resta di “Oscar”, altro celebre negozio di abbigliamento e sartoria che ha vestito centinaia di facoltosi reggiani e che circa un paio d’anni fa ha deciso di levare le tende per trasferirsi più vicino a piazza della Vittoria.
A distanza di neanche un civico “Dress”, altro locale specializzato in abiti da uomo, sembra aver chiuso i battenti. Dove prima c’erano eleganti manichini e stoffe pregiate ora dei lunghi teloni di carta bloccano la vista, mentre nel piccolo atrio esterno sono ammucchiati dei cartoni. Come se qualcuno ci avesse dormito approfittando della saracinesca non del tutto chiusa.
La situazione non migliora quando svoltiamo in via San Rocco, in direzione di piazza della Vittoria. Una delle lavanderie storiche della città aperta nel 1966, “Lavaindossa”, è ormai una sala vuota piena di polvere e calcinacci. Un pesante lucchetto ne blocca la porta mentre un cartello mette in affitto i due locali dell’attività. Stessa situazione il civico a fianco e poi quello dopo e quello dopo ancora fino ad arrivare al simbolo di questo crollo socioculturale: l’ex cinema Ambra, decadente e scrostato come la voglia dei reggiani di rimanere in una zona dalla quale molti sono già fuggiti.
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