Gazzetta di Reggio

Reggio

«Così la ’ndrangheta ha cambiato pelle» 

di Jacopo Della Porta
«Così la ’ndrangheta ha cambiato pelle» 

L’esperto Ciconte, oggi a Reggio per un convegno Cgil: «Rapporti con imprenditori, propaganda sulla stampa e vittimismo»

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REGGIO EMILIA. «La ’ndrangheta cambia pelle. Prima agiva sotto traccia, si interessava solo dei cutresi, adesso si interessa anche dei reggiani e dunque sono iniziati i guai per tutti. La ’ndrangheta di ieri faceva come le tre scimmiette, non vedo, non sento, non parlo, quella di oggi vede, sente e parla anche troppo, scrive anche lettere e fa interviste sui giornali». Enzo Ciconte, primo studioso a descrivere l’insediamento della ’ndrangheta in Emilia, oggi parteciperà al convegno “Diritti, libertà e democrazia minacciate dalla ’ndrangheta: la comunità che reagisce”, che si terrà all’Università di Reggio dalle 15, con la presenza del segretario nazionale Cgil, Susanna Camusso.
Da quando lei ha scritto i primi saggi cosa è cambiato nel modo di agire della ’ndrangheta a Reggio e in Emilia?
«Un tempo non c’erano questi addentellati con la politica. Oggi invece la ’ndrangheta vuole intervenire sui politici, alcuni minacciandoli, altri circuendoli. È cambiato il rapporto con gli imprenditori. Prima venivano minacciati quelli calabresi, oggi ci sono emiliani che chiedono l’intervento dei mafiosi».
Poi c’è l’attivismo mediatico al quale abbiamo assistito prima dell’operazione Aemilia, proseguito anche dopo con lettere scritte dal carcere e interventi propagandistici in aula.
«Le indagini hanno dimostrato che c’era un gruppo di persone che cercava di essere intervistato, finire sui giornali e in tv. Al fianco di giornalisti minacciati, come Giovanni Tizian, ce ne sono stati altri che invece sono stati accomodanti».
Il messaggio che molti imputati di Aemilia veicolano è improntato a un certo vittimismo. I cutresi sono discriminati. Un imputato ha detto che la cena agli Antichi Sapori venne organizzata per contrastare la discriminazione, mentre l’obiettivo vero era combattere le interdittive antimafia della prefettura.
«Qui siamo di fronte a una costruzione di una ideologia, l’ideologia della vittima, e una strategia per cercare consensi. Una strategia che cercano sui giornali, su Facebook».
Però i pregiudizi contro i calabresi sono denunciati anche da persone estranee al contesto criminale, penso a uno scrittore cutrese, come Antonio Migale, che vive da anni a Reggio.
«Questo è un altro discorso. Nel mio ultimo lavoro ho ricordato quello che diceva un sacerdote di Reggio Emilia, Pietro Pattacini, secondo il quale una parte dei reggiani era convinta che fosse vero lo “stupido stereotipo che tende a considerare come sinonimo cutrese, muratore, ’ndrangheta ed omertà e soprattutto a legare provenienza ed imputabilità per giungere alla demente conclusione: i cutresi sono tutti mafiosi! Demenza dagli alti costi umani”. Il problema è che queste cose dipende da chi le dice, se le dice un uomo della ’ndrangheta ha tutto un altro significato».
Gli imputati di Aemilia tendono a presentarsi come paladini dei calabresi. Vogliono creare questa identificazione tra indagati per mafia e intera comunità. Il vittimismo della presunta discriminazione è iniziato con la crisi e soprattutto quando la lotta alle infiltrazioni si è fatta concreta con il prefetto De Miro.
«Un vittimismo infondato perché le interdittive hanno colpito anche imprenditori reggiani e modenesi. I provvedimenti non hanno colpito solo i calabresi».
L’inchiesta Aemilia ha mostrato come alcuni imputati fossero arrivati a frequentare persone molto in vista nel tessuto sociale reggiano, magari grazie ad associazioni e circoli di vario genere.
«I mafiosi hanno sempre avuto il desiderio di far parte delle élite locali. Nell’800 stringevano rapporti con il prete, il sindaco e il farmacista, oggi con gli imprenditori e con i professionisti. Il loro desiderio è di essere vicini alle persone che contano, da sempre».
Il baciamano dei cittadini di San Luca al boss Giuseppe Giorgi non possiamo più considerarlo come l’espressione di un problema meridionale. Anche a Reggio abbiamo assistito a qualche baciamano simbolico.
«Pensiamo alla consulente finanziaria di Bologna Roberta Tattini, che era affascinata dal boss Nicolino Grande Aracri. Ci sono persone, anche al nord, che hanno sentito il fascino del mafioso sanguinario».
A proposito di lotta ai pregiudizi, lei da calabrese cosa si sente di suggerire ai cutresi che vivono a Reggio?
«Dobbiamo fare insieme una battaglia politica e culturale per sconfiggere la ’ndrangheta, Quando penso a Cutro penso al magistrato dell’800 Diego Tajani che a Palermo lottò contro la collusione tra la mafia e parte della polizia. Penso alle lotte dei contadini che nell’800 e nel’900 hanno occupato le terre e portato avanti istanze che sono sfociate nella riforma agraria. Dobbiamo ripartire dalla storia di queste persone perbene. I cutresi non devono permettere che alcuni criminali infanghino la loro comunità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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