Gazzetta di Reggio

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«Alerp a l’arsave: così al Pòpol giost si parlava reggiano»

di EUTIMIO BRAGAZZI
«Alerp a l’arsave: così al Pòpol giost si parlava reggiano»

L’intervento di un nostro lettore sul museo diffuso del 900 «A Santa Croce c’era un gergo innestato sul nostro dialetto»

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Il “Pòpol giost” e il linguaggio dell’antica Santa Croce. È questo il contributo inviatoci attraverso una mail da un lettore a firma Eutimio Bragazzi, in relazione all’articolo pubblicato nei giorni scorsi sulla Gazzetta dal titolo “Quel che resta del pòpol giost, nell’ambito dell’iniziativa Istoreco sul museo diffuso del Novecento.

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di EUTIMIO BRAGAZZI
Vorrei contribuire con alcune precisazioni su "Quel che resta del pòpol giost". L’angusto pertugio maleodorante (un vicolo) che univa la parte alta di via Borgo Emilio a via Francotetto era il Vicolo del Mondo. Correva più o meno dove ora sta l’attuale piscina coperta, dietro le scuole della Concezione. Partiva circa all’altezza dell’attuale negozio di musica, parallelo alle scuole, poi piegava verso via Santa Croce (via Roma) innestandosi in Francotetto. L’alerp a l'arsave (Parler a l’arversa) non fu una invenzione “originale” del Pòpol Giòst. In tutte le città è esistito un gergo della mala. O più semplicemente un gergo dei poveri.

Per esempio il linguaggio della Ligera (definizione gergale della criminalità organizzata presente a Milano fino alla prima metà del XX secolo, ndr).
Certo, a Reggio era innestato sul dialetto nostrano. Quello del Pòpol Giòst non era semplicemente un parlare il dialetto al rovescio. Consisteva pure in una qualche forma di anagramma rovesciato. Per esempio Bròta facia diventava Tabru ciounfa. Un bicchiere di bianco era an cerbi d’arcabio.

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Dove arcabio non è il rovescio di bianch; An lobie cerbi ed nabru è un bel bicchiere di rosso (bruno). Di nuovo: lobie non è esattamente il rovescio di bel. Una volta si diceva che chi andava all’osteria da Stangòun, che veniva da Borgo Emilio, sul ponte di via Emilia all’Angelo e chiedeva un biciér ed ross riceveva del vinaccio. Invece aveva il vino buono chi chiedeva an cerbi ed nabru. Così anche per an lobie tepia ed sòtopèr, un bel piat ed pèrsòtt. Probabilmente si tratta di una divertente leggenda. Inoltre anche il vero e proprio gergo simbolico veniva rovesciato. La polenta era l’oro, la leintapo. Al tap, il tappo – da cui tapéda; era il vestito (Veh ch’ me l'è tapé!). Le scarpe non erano al scherpi, ma agli angòsifa, al fangosi, ovvero le fangose.


Inoltre il dialetto al rovescio almeno nella prima metà del secolo scorso e sino agli anni Sessanta era parlato anche a Santa Croce esterna (via Veneri, vicolo del Lupo, al Cairo); in Gardenia e in Venezia. Non è casuale che fossero rioni che gravitavano intorno ai primi insediamenti industriali. Certo i questurini non ne capivano niente. Ma esistevano le spie indigene. Soprattutto nel periodo fascista.
 

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