«Dopo la crisi i reggiani sono più poveri»
di Enrico Lorenzo Tidona
Cala del 9% il valore aggiunto, il segretario Mora: «L’occupazione aumenta ma si riducono le ore, la qualità e i diritti»
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REGGIO EMILIA. Il lavoro è aumentato ma non la ricchezza. Anzi, il valore aggiunto del 2016 è calato di quasi 10 punti rispetto al 2008. Nove anni che segnano la distanza tra l’inizio della furente crisi mondiale e la sua coda finale, presi in esame dalla Cgil di Reggio Emilia, che teme la mancanza di analisi, «necessaria per sapere dove siamo finiti e cosa dobbiamo fare per il futuro», dice il segretario generale Guido Mora, che ha presentato un grosso report che sarà presentato oggi al pubblico. Se da un lato il 2016 ha fatto segnare in provincia un aumento dell’occupazione del 2,3%, dall’altro emergono alcuni dati negativi come l’aumento dei licenziamenti e l’uso massivo dei voucher. Un quadro che emerge in materia di lavoro dall’Osservatorio Ires Economia e Lavoro 2017 elaborata dalla Cgil, che lamenta un vuoto nell’utilizzo dell’Osservatorio provinciale sull’economia, la coesione sociale e la legalità. nato qualche anno fa in seno alla Camera di Commercio: «Dovevano partecipare tutti - dice Mora - ma nel corso degli anni il progetto si è smagrito. Noi siamo stati gli unici a contribuire producendo in questi anni i dati sulla crisi. Il mancato utilizzo dell’Osservatorio è una grande carenza perché un territorio che non capisce le modificazioni strutturali del proprio tessuto produttivo, del lavoro, della vulnerabilità sociale, produce autoreferenzialità e non c’è una visione complessiva. Quella che una volta chiamavamo concertazione».
Il sindacato riconosce che l'aumento degli occupati è dovuto «in gran parte agli incentivi di decontribuzione sulle assunzioni ex novo», ma sottolinea: «Si vedrà presto quanta stabilità avranno i rapporti di lavoro avviati grazie alla decontribuzione: se ne vede ben poca». Secondo la Cgil «grazie al Jobs Act si mostrano gli effetti dell'esercizio unilaterale del potere di impresa: nel 2016 +8% di licenziamenti individuali di cui per giusta causa +30% e per giustificato motivo soggettivo +51%».
Secondo i dati raccolti a Reggio il sistema produttivo si è ristretto: l’occupazione sale ma è più precaria e povera. Al rapporto Ires sull’economia locale la Cgil ha aggiunto quest'anno un’analisi dei bilanci di 130 imprese reggiane dal 2008 al 2015, realizzata con lo studio Baldi & partners.
Scorrendo le analisi della Camera del Lavoro un dato che balza subito all'occhio è quello del crollo di quasi l’8% delle imprese attive del territorio, dall'inizio della crisi ad oggi. Una selezione che porta ad un saldo negativo di meno 4200 imprese e che vede l’artigianato tra i settori più colpiti, con la scomparsa di 3.800 aziende. Delle 130 imprese analizzate solo 41, che hanno più di 100 dipendenti, sono riuscite in questi anni ad aumentare il fatturato tramite l’export e salvaguardare l'occupazione. Le altre 89 aziende prese in esame, «galleggiano tra le difficoltà». Infine «quelle sotto i 20 dipendenti, che sfuggono all'analisi, sono un universo che non galleggia neanche», commenta Mora.
«Il recupero c’è - dice il segretario della Cgil - ma non è sufficiente. Un decimo della ricchezza è sparito. Non servono gli allarmismi, sappiano che a Reggio la situazione non è catastrofica. Però se voglio pensare al futuro devo pensare a quello che è successo. C’è stata una selezione brutale del sistema produttivo, soprattutto nell’artigianato. Aziende sono cadute come pere mature in questi anni. Si è quindi ridotto il perimetro e sono state cacciate fuori le società più deboli, vale a dire le società di persone. Dentro a quanto rimasto c’è stata una polarizzazione, come si vede nelle 130 aziende. Ci sono le aziende tra le più grande esportano di più e sono competitive. Hanno salvato il valore aggiunto, l’occupazione e sono più patrimonializzate. Le altre sono in difficoltà. Dobbiamo domandarci se una situazione di questo tipo non può reggere a lungo. Dobbiamo correggere il tiro E lo deve fare la politica». (e.l.t.)
Il sindacato riconosce che l'aumento degli occupati è dovuto «in gran parte agli incentivi di decontribuzione sulle assunzioni ex novo», ma sottolinea: «Si vedrà presto quanta stabilità avranno i rapporti di lavoro avviati grazie alla decontribuzione: se ne vede ben poca». Secondo la Cgil «grazie al Jobs Act si mostrano gli effetti dell'esercizio unilaterale del potere di impresa: nel 2016 +8% di licenziamenti individuali di cui per giusta causa +30% e per giustificato motivo soggettivo +51%».
Secondo i dati raccolti a Reggio il sistema produttivo si è ristretto: l’occupazione sale ma è più precaria e povera. Al rapporto Ires sull’economia locale la Cgil ha aggiunto quest'anno un’analisi dei bilanci di 130 imprese reggiane dal 2008 al 2015, realizzata con lo studio Baldi & partners.
Scorrendo le analisi della Camera del Lavoro un dato che balza subito all'occhio è quello del crollo di quasi l’8% delle imprese attive del territorio, dall'inizio della crisi ad oggi. Una selezione che porta ad un saldo negativo di meno 4200 imprese e che vede l’artigianato tra i settori più colpiti, con la scomparsa di 3.800 aziende. Delle 130 imprese analizzate solo 41, che hanno più di 100 dipendenti, sono riuscite in questi anni ad aumentare il fatturato tramite l’export e salvaguardare l'occupazione. Le altre 89 aziende prese in esame, «galleggiano tra le difficoltà». Infine «quelle sotto i 20 dipendenti, che sfuggono all'analisi, sono un universo che non galleggia neanche», commenta Mora.
«Il recupero c’è - dice il segretario della Cgil - ma non è sufficiente. Un decimo della ricchezza è sparito. Non servono gli allarmismi, sappiano che a Reggio la situazione non è catastrofica. Però se voglio pensare al futuro devo pensare a quello che è successo. C’è stata una selezione brutale del sistema produttivo, soprattutto nell’artigianato. Aziende sono cadute come pere mature in questi anni. Si è quindi ridotto il perimetro e sono state cacciate fuori le società più deboli, vale a dire le società di persone. Dentro a quanto rimasto c’è stata una polarizzazione, come si vede nelle 130 aziende. Ci sono le aziende tra le più grande esportano di più e sono competitive. Hanno salvato il valore aggiunto, l’occupazione e sono più patrimonializzate. Le altre sono in difficoltà. Dobbiamo domandarci se una situazione di questo tipo non può reggere a lungo. Dobbiamo correggere il tiro E lo deve fare la politica». (e.l.t.)
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