Crolla la roccaforte Pd nel paese dei Cervi
dalla prima
Risultato storico sull’onda del “no” alla fusione e del desiderio di cambiare Una crepa nella diga dei Democratici: ora sanno di poter perdere ovunque
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Per la sua storica tenacia nel sostenere il Partito socialista italiano e, successivamente, il Partito comunista, nel secolo scorso Campegine venne soprannominata “la piccola Russia”. Un luogo emblematico che, nel corso dei decenni dopo la Liberazione, ha sempre eletto sindaci comunisti, poi figli e nipoti di comunisti, attraversando le mutazioni della simbologia elettorale dal Pci al Pds, dai Ds al Pd.
C’era una volta il Partito. Uno di quei luoghi in cui, alle elezioni locali e nazionali, il Partito sfiorava il 70%, il Psi portava via un’altra bella fetta della torta elettorale e alla Dc restavano le briciole.
Per questo il voto di domenica può essere definito storico, dal momento che dalle urne è uscita una rivoluzione. Guarda caso guidata da un socialista storico: Germano Artioli, già segretario provinciale del Garofano prima della dispersione dell’elettorato, diviso tra centrodestri e centrosinistri, e ridotto a percentuali ben lontane da quelle dei tempi d’oro.
Il cavallo di razza. Artioli ha superato – per appena 68 voti, ma nei paesi ciò accade non di rado, vedi l’ultima tornata amministrativa di Canossa, caratterizzata da uno scarto di 22 schede tra Bolondi e Gennari – Daniele Menozzi, già sindaco di Campegine dal 1998 al 2007, tutt’ora assessore all’urbanistica, edilizia privata, pianificazione territoriale, trasporti pubblici e infrastrutture del Comune di Sant’Ilario. Fosse stata approvata la fusione di Campegine con Gattatico e Sant’Ilario, nell’ottobre scorso, Menozzi avrebbe potuto diventare uno dei cavalli di razza da schierare alla prima occasione per la corsa al ruolo di sindaco del Comune unificato. Saltata la fusione, e consapevole delle difficoltà oggettive della giunta Cervi, il Pd ha comunque puntato su Menozzi per le amministrative 2017, nella convinzione che bastasse – o potesse bastare – a far fronte all’onda anomala dei non-fusi, degli scontenti, dei delusi e degli incazzati.
Sì, perché se è vero che a Campegine è crollato il Muro e si è interrotta la storia (una certa storia), è altrettanto vero che i segnali si erano palesati da tempo. Globali e locali. Dall’insofferenza dei cittadini per la politica tradizionale (in Italia, ma anche all’estero – vedi le recentissime elezioni francesi, che hanno incoronato un re, Macron, ideatore di un partito bambino) alle difficoltà della giunta Cervi, quantomeno a livello di comunicazione ai cittadini.
L’effetto-traino. Di sicuro ha pesato, a Campegine, il “no” alla fusione, che a Campegine ha toccato la quota record del 75%. L’effetto-traino ha compattato le file di Artioli, candidato ben lontano dall’essere un volto nuovo della politica. Fatto, questo, molto positivo per il suo schieramento, Rinascita Campeginese, emerso negli abili spunti che hanno segnato la campagna elettorale.
Gli anni sott’acqua. Una lista, quella di Artioli, cementata dalla voglia di dare una svolta alla storia politica locale, più che dalla ricerca del “purché nuovo” ed anche dalla rincorsa verso la cosiddetta antipolitica. E di certo Artioli ha beneficiato del fatto di essere rimasto per alcuni anni lontano dalla politica attiva, dopo la conclusione dell’esperienza ufficiale in maglia Psi. Gli elettori hanno visto in lui un candidato più nuovo rispetto a Menozzi, benché il primo sia stato anche assessore del secondo, sempre a Campegine.
La diga Pd. Un altro aspetto che può aver giocato a favore di Artioli – al di là della palmare passione con cui la sua squadra ha dimostrato di saper giocare la partita elettorale – è la disaffezione nei confronti dell’ultimo baluardo dei partiti tradizionali, Pd compreso: i sindaci. Fino a pochi anni fa si alzava il sopracciglio nei confronti dei parlamentari e delle truppe di politici negli enti intermedi, ma del proprio sindaco ci si fidava spesso ad occhi chiusi. Ora anche questa barriera è stata scavalcata, e in provincia di Reggio Emilia il Pd si trova con le spalle al muro. Sconfitto nella roccaforte Campegine, ormai è a rischio ovunque, in una situazione fluida in cui le persone contano ancora – ma sempre meno – e in cui la crisi economica, in particolare quella legata alle cooperative (vedi Coopsette, tanto per restare dalle parti di Campegine) di certo non aiuta ciò che resta del Partito.
Il Sessantotto campeginese. Così a Campegine ha vinto Artioli, seppure con uno scarto piccolo: 68 voti in più rispetto a quelli di Menozzi: 1.147 voti (51,53%) contro 1.079 voti (48,47%). E’ un Sessantotto rivoluzionario, che segna il crollo del Pd. Paolo Cervi nel 2012 vinse con il 63%.
Menozzi l’ha spuntata solo nel seggio 1 (Campegine): 334 voti contro i 316 di Artioli. Negli altri seggi ha prelvaso Artioli: al seggio 2 (Lora e zona Est) 255 contro 237; al 3 (Case Cocconi, frazione in cui vive il neosindaco) 303 contro 251; al 4 (Caprara) 273 contro 257).
Ieri, sui social, la vittoria di Artioli è stata commentata da molti, anche in modo colorito. Dario De Lucia, consigliere Pd a Reggio: «Come cazzo abbiamo fatto a perdere a Campegine? #Pd».
Mauro Grasselli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
C’era una volta il Partito. Uno di quei luoghi in cui, alle elezioni locali e nazionali, il Partito sfiorava il 70%, il Psi portava via un’altra bella fetta della torta elettorale e alla Dc restavano le briciole.
Per questo il voto di domenica può essere definito storico, dal momento che dalle urne è uscita una rivoluzione. Guarda caso guidata da un socialista storico: Germano Artioli, già segretario provinciale del Garofano prima della dispersione dell’elettorato, diviso tra centrodestri e centrosinistri, e ridotto a percentuali ben lontane da quelle dei tempi d’oro.
Il cavallo di razza. Artioli ha superato – per appena 68 voti, ma nei paesi ciò accade non di rado, vedi l’ultima tornata amministrativa di Canossa, caratterizzata da uno scarto di 22 schede tra Bolondi e Gennari – Daniele Menozzi, già sindaco di Campegine dal 1998 al 2007, tutt’ora assessore all’urbanistica, edilizia privata, pianificazione territoriale, trasporti pubblici e infrastrutture del Comune di Sant’Ilario. Fosse stata approvata la fusione di Campegine con Gattatico e Sant’Ilario, nell’ottobre scorso, Menozzi avrebbe potuto diventare uno dei cavalli di razza da schierare alla prima occasione per la corsa al ruolo di sindaco del Comune unificato. Saltata la fusione, e consapevole delle difficoltà oggettive della giunta Cervi, il Pd ha comunque puntato su Menozzi per le amministrative 2017, nella convinzione che bastasse – o potesse bastare – a far fronte all’onda anomala dei non-fusi, degli scontenti, dei delusi e degli incazzati.
Sì, perché se è vero che a Campegine è crollato il Muro e si è interrotta la storia (una certa storia), è altrettanto vero che i segnali si erano palesati da tempo. Globali e locali. Dall’insofferenza dei cittadini per la politica tradizionale (in Italia, ma anche all’estero – vedi le recentissime elezioni francesi, che hanno incoronato un re, Macron, ideatore di un partito bambino) alle difficoltà della giunta Cervi, quantomeno a livello di comunicazione ai cittadini.
L’effetto-traino. Di sicuro ha pesato, a Campegine, il “no” alla fusione, che a Campegine ha toccato la quota record del 75%. L’effetto-traino ha compattato le file di Artioli, candidato ben lontano dall’essere un volto nuovo della politica. Fatto, questo, molto positivo per il suo schieramento, Rinascita Campeginese, emerso negli abili spunti che hanno segnato la campagna elettorale.
Gli anni sott’acqua. Una lista, quella di Artioli, cementata dalla voglia di dare una svolta alla storia politica locale, più che dalla ricerca del “purché nuovo” ed anche dalla rincorsa verso la cosiddetta antipolitica. E di certo Artioli ha beneficiato del fatto di essere rimasto per alcuni anni lontano dalla politica attiva, dopo la conclusione dell’esperienza ufficiale in maglia Psi. Gli elettori hanno visto in lui un candidato più nuovo rispetto a Menozzi, benché il primo sia stato anche assessore del secondo, sempre a Campegine.
La diga Pd. Un altro aspetto che può aver giocato a favore di Artioli – al di là della palmare passione con cui la sua squadra ha dimostrato di saper giocare la partita elettorale – è la disaffezione nei confronti dell’ultimo baluardo dei partiti tradizionali, Pd compreso: i sindaci. Fino a pochi anni fa si alzava il sopracciglio nei confronti dei parlamentari e delle truppe di politici negli enti intermedi, ma del proprio sindaco ci si fidava spesso ad occhi chiusi. Ora anche questa barriera è stata scavalcata, e in provincia di Reggio Emilia il Pd si trova con le spalle al muro. Sconfitto nella roccaforte Campegine, ormai è a rischio ovunque, in una situazione fluida in cui le persone contano ancora – ma sempre meno – e in cui la crisi economica, in particolare quella legata alle cooperative (vedi Coopsette, tanto per restare dalle parti di Campegine) di certo non aiuta ciò che resta del Partito.
Il Sessantotto campeginese. Così a Campegine ha vinto Artioli, seppure con uno scarto piccolo: 68 voti in più rispetto a quelli di Menozzi: 1.147 voti (51,53%) contro 1.079 voti (48,47%). E’ un Sessantotto rivoluzionario, che segna il crollo del Pd. Paolo Cervi nel 2012 vinse con il 63%.
Menozzi l’ha spuntata solo nel seggio 1 (Campegine): 334 voti contro i 316 di Artioli. Negli altri seggi ha prelvaso Artioli: al seggio 2 (Lora e zona Est) 255 contro 237; al 3 (Case Cocconi, frazione in cui vive il neosindaco) 303 contro 251; al 4 (Caprara) 273 contro 257).
Ieri, sui social, la vittoria di Artioli è stata commentata da molti, anche in modo colorito. Dario De Lucia, consigliere Pd a Reggio: «Come cazzo abbiamo fatto a perdere a Campegine? #Pd».
Mauro Grasselli
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