Gazzetta di Reggio

Reggio

Il neosindaco Artioli «Il muro di Berlino è caduto: si può fare» 

di Ambra Prati
Il neosindaco Artioli «Il muro di Berlino è caduto: si può fare» 

«Decisivi gli errori di Cervi, la squadra e la voglia di cambiare Noi disorganizzati, ma empatici. Svolta epocale da studiare»

4 MINUTI DI LETTURA





CAMPEGINE. «Il muro di Berlino è caduto». Germano Artioli, 59 anni (ne compirà 60 il 15 giugno), ieri mattina nella sede di Rinascita di via Amendola, in completo elegante e attorniato dai simpatizzanti, ha rilasciato la sua prima intervista da sindaco.

Lei aveva detto che un’eventuale vittoria sarebbe stata una svolta epocale.

«Lo è, avevamo di fronte la fortezza di Stalingrado. Per la prima volta dal 1950 ad oggi Campegine ha un governo che non fa riferimento alle varie trasformazioni del partito guida, dal Pci al Pd. Io spero che sia solo l’inizio di un processo di ammodernamento del modo di pensare».

Cosa ha fatto differenza? L’effetto traino del plebiscito di no contro la fusione, la voglia di cambiare, l’entusiasmo rispetto al Pd?

«Un insieme di fattori. Anzitutto l’amministrazione di questi cinque anni di Paolo Cervi, che sono stati caratterizzati da una prima parte di assoluto immobilismo e da una seconda parte di corsa folle verso il referendum, imposto. Il caso fusione ha influito, ma non così tanto come si potrebbe pensare: abbiamo avuto sostenitori che hanno fatto campagna referendaria per il no e che stavolta hanno detto chiaramente “votiamo Menozzi”. Sicuramente ha pesato la voglia di cambiare: quando governi per così tanto tempo diventi conservatore e di conservazione si muore. E’ l’asfissia propositiva: quando sai che vinci sempre, diventa difficile trovare idee nuove».

Credeva di vincere?

«I segnali c’erano tutti. Abbiamo puntato sulla squadra: non troverete nessuna fotografia mia, solo foto di gruppo. Eravamo una libera associazione di cittadini di fronte ad un partito con una macchina rodata e una capacità organizzativa che si è fatta sentire. Noi ci siamo autofinanziati e non so nemmeno quanto abbiamo speso, tirando fuori di volta in volta 10 o 20 euro ciascuno».

Forse proprio questo improvvisare, contro la paludata lista avversaria, vi ha reso più accattivanti?

«Sì, siamo stati poveri di mezzi ma più simpatici. C’è stata una elevata trasmissione di empatia».

Un momento in cui ha temuto il peggio?

«Non avendo l’obbligo di vincere, ma solo la speranza, eravamo tranquilli: sapevamo di dover scalare una montagna e, anche se non ci fossimo riusciti, sarebbe stata una grande impresa lo stesso. Abbiamo temuto sull’affluenza: sapevamo che sotto il 50% rischiavamo di perdere, perché il Pd oscilla tra il 35 e il 40%, mentre sopra il 50% potevamo giocarcela. Com’è accaduto».

Perché ha tardato ad arrivare domenica sera?

«Ero a casa a riposarmi, pisolavo quando sono arrivati i primi dati. Ha tenuto i contatti mia moglie».

Campegine apripista per comitati civici che si presentano alle elezioni e vincono, come potrebbe accadere a Gattatico?

«Noi siamo stati meno indecisi di Gattatico, dove hanno tempo per pensarci su. Di certo Campegine è un caso da studiare, ma non so se sia un precedente replicabile: siamo così anomali, anche per differente formazione dei componenti, che forse sarà difficile trasporre il modello in altre realtà. Campegine però ha dimostrato che il cambiamento è possibile. La suoneria del mio cellulare è “Let it be”: si può fare, lo abbiamo dimostrato. Non era una missione impossibile, come mi è stato detto all’inizio». (Sull’icona di whatsapp i suoi feticci: il garofano e lo scudetto della Juve).

Sarà un sindaco a tempo pieno?

«Non ci si candida a sindaco per farlo in modo saltuario. Ho la fortuna di avere un lavoro da professionista, il che mi consente di giostrarmi. Se non sarò presente io ci saranno gli altri: sarà un governo collettivo. La precedente giunta ha mancato di comunicazione con i cittadini: noi vogliamo parlare con la gente, non solo sui social network».

Amministratori reggiani che le piacciono, al di là dello schieramento?

«A livello nazionale non mi piace nessuno, dalla scomparsa dei socialisti nel ’92. Reggio la frequento poco. A livello locale, rilevo che certi dirigenti nella prima Repubblica non sarebbe entrati nemmeno in un direttivo di sezione: c’è uno scadimento e una difficoltà nel produrre una nuova classe dirigente, come ha dimostrato il Pd ripresentando Menozzi. Difatti la partita si è giocata tra antipolitica di stato e antipolitica della società civile».

Menozzi, del quale lei è stato assessore, l’ha sentito?

«Mi ha chiamato stamattina (ieri, ndr) alle 10.30. E’ stato molto cordiale, siamo legati da profonda amicizia: si è congratulato. Abbiamo sottolineato insieme che ci troviamo davanti ad un paese diviso e abbiamo convenuto che la divisione non deve trasformarsi in spaccatura. Se dall’altra parte non ci fosse stato Daniele, la campagna elettorale sarebbe stata più dura».

A proposito di veleni, cosa ne pensa dell’endorsement del centrodestra e della Lega a vostro favore?

«Noi non abbiamo contrattato niente con nessuno, hanno deciso in autonomia di appoggiarci dall’esterno. Debbo dire che le voci di un accordo tra Pd e Lega (il Pd avrebbe fornito alla Lega le firme per la terza lista, saltata all’ultimo minuto) ci sono arrivate: ovviamente non crediamo che il Pd si sia prestato a questo gioco. So che mi smentiranno su questo».

Per prima cosa dovrà scegliere assessori e consiglieri. La squadra? Le priorità?

«Le priorità sono quelle del programma elettorale, in primis la rivitalizzazione del centro. Sulla squadra ne discuteremo insieme, alcune idee possiamo averne ma non ne abbiamo parlato: è il nostro metodo, qui non esiste un capo. La nostra intenzione è che tutti coloro che hanno partecipato a questa impresa straordinaria e sono stati in lista siano coinvolti nel governo del paese, indipendentemente dalle preferenze. Troveremo il modo: nessuno resterà indietro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google