Gazzetta di Reggio

Reggio

«Il rischio trivelle esiste Serve più trasparenza» 

di Vittorio Ariosi
«Il rischio trivelle esiste Serve più trasparenza» 

Novellara, i gruppi di opposizione dei Comuni dell’area Fantozza a Pd e Regione «Troppi silenzi, ma è già deciso come saranno distribuiti gli oneri di estrazione»

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NOVELLARA. Critiche al sindaco di Novellara per come ha illustrato il caso “Fantozza” nella seduta del consiglio comunale del 27 aprile. Polemiche contro la Regione che autorizza le ricerche di idrocarburi e, con l’articolo 26 della legge regionale comunitaria annuale 2017, individua come vengano ripartiti gli eventuali oneri dovuti alle estrazioni ma poi chiede alle amministrazioni locali di opporsi. È quanto sottolineato ieri mattina dai rappresentanti dei gruppi consiliari di opposizione dei Comuni dell’area “Fantozza” (Novellara, Campagnola, Guastalla, Fabbrico, Reggiolo, Rio Saliceto, Rolo) e alcuni rappresentanti del comitato del no in una conferenza stampa, nella sala del Fico in Rocca, in merito alle ultime novità sulla ricerca di idrocarburi e le possibili future trivellazioni nell’area.

A illustrare le ragioni dei “consiglieri dell’area Fantozza”, Cristina Fantinati, consigliera provinciale e consigliera comunale di Novellara. «Il nostro intento come amministratori pubblici – hanno sottolineato – è quello di informare i cittadini di ciò che sembra essere astato celato dalle istituzioni regionali e locali, nonostante la legge e gli ordini del giorno del Pd impegnino le istituzioni alla trasparenza e all’informazione puntuale delle comunità interessate. I cittadini devono sapere quali siano le scelte fate dalle istituzioni, quali siano i rischi legati alle attività di ricerca degli idrocarburi e delle trivellazioni, mentre ancora nessuno, né i sindaci, né i consiglieri regionali, ha organizzato incontri pubblici per informare e confrontarsi con i cittadini».

Per questo chiedono che vengano immediatamente organizzati incontri pubblici in tutti i comuni interessati. Riguardo al resoconto della Carletti, hanno da ridire su diversi punti: trovano scorretto che i sindaci dei comuni interessati abbiano informato i consiglieri comunali solo a seguito di alcune interrogazioni ed in modo confuso ed evasivo; ritengono poco credibile che nessuno dei sindaci fosse informato delle decisioni prese dalla giunta regionale, risalenti al settembre del 2016; definiscono imbarazzante l’atteggiamento dell’assessore regionale Palma Costa, che «da una parte sblocca le autorizzazioni e dall’altra consiglia ai sette sindaci di opporsi a tale decisione». Ma la preoccupazione maggiore è per l’articolo 26 del progetto di legge comunitaria regionale relativo alle direttive comunitarie sulle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla ricerca e coltivazione degli idrocarburi. L’articolo che stabilisce la distribuzione dell’aliquota corrisposta dai titolari delle nuove concessioni: per il 38,5 % alla Regione, il 31,5% ai Comuni interessati, il 30% alla Stato. Il tutto con l’indicazione ai Comuni beneficiari di destinare le risorse acquisite allo sviluppo dell’occupazione e delle attività economiche, oltre a interventi di efficienza energetica e alla valorizzazione delle fonti energetiche rinnovabili.

La domanda che si sono posti i 12 consiglieri è la seguente: «Come mai la Regione da una parte dichiara di aver chiesto al Ministero la sospensione delle ricerche di idrocarburi e dall’altra prevede la distribuzione delle aliquote ai Comuni?».

La ricerca di idrocarburi nella pianura padana ha già una lunga storia. Le prime iniziative isolate, nell’Appennino reggiano, risalgono alla seconda metà dell’ottocento. Nei primi anni del Novecento, la Società petrolifera italiana di Fornovo di Taro ottenne buoni risultati nella ricerca e nella produzione petrolifera. Nel 1926 lo Stato decise di intervenire direttamente nel settore con l’Agip.

Negli anni del dopoguerra, Enrico Mattei, al vertice dell’Agip prima e dell’Eni poi, promosse un ampio e ambizioso progetto di ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1959 fu messo in produzione il primo giacimento di gas metano a Spilamberto, nel 1979 il primo pozzo di petrolio a Cavone, nel modenese. Nel gennaio del 1997 l’esclusiva dell’Eni è cessata e sono state liberalizzate le ricerche.

Nell’Italia uscita distrutta dalla guerra, l’utopia di Mattei di dare all’Italia proprie risorse energetiche a basso costo, in rotta di collisione con i grandi monopoli statunitensi, piaceva a tutti, a destra e a sinistra. All’opinione pubblica in generale piaceva l’idea della “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana”.

Oggi invece il solo parlare di ricerche di idrocarburi provoca immediate levate di scudi. Perché nel frattempo si è largamente diffusa la consapevolezza (a parte Trump) che l’effetto serra, l’eccesso di Co2, e il conseguente aumento della temperatura della Terra, hanno già avuto, e possono avere ancor più in futuro, conseguenze disastrose. E perché il difficile problema del futuro delle fonti energetiche è ancora da definire: mentre per gli idrocarburi, che sono fonti energetiche non rinnovabili, sono previsti tempi di esaurimento non in secoli, ma in decenni.

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