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«Prostituirsi? A volte è una scelta» 

«Prostituirsi? A volte è una scelta» 

Secondo una ricerca realizzata sul territorio reggiano, «non è sempre schiavitù» 

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REGGIO EMILIA. Prostituzione a tempo determinato. È uno dei temi emersi da una ricerca realizzata sul territorio di Reggio Emilia da Federico Salsi, dottorando in Antropologia culturale all'università di Bergamo, che, grazie all'intervento di operatori dei servizi sociali, ha raccolto le testimonianze di alcune prostitute, con l'obiettivo di aprire una finestra sul reale per combattere gli stereotipi.

Secondo i dati raccolti da Salsi, esiste una minoranza di prostitute, relativamente autonome e consapevoli della loro scelta: «È necessario, da un punto di vista antropologico, uscire dai binari della retorica sul tema della prostituzione e uno dei luoghi comuni più accreditati è proprio quello che collega la prostituzione delle ragazze migranti all'unica prospettiva della tratta – spiega Salsi – i dati raccolti dimostrano che non sempre queste ragazze entrano nel giro della prostituzione perché obbligate, alcune di loro scelgono di farlo per un breve periodo con l'intento di raccogliere risorse e realizzare i loro progetti». «Ovviamente non voglio dire che la maggior parte di queste donne sceglie liberamente di prostituirsi, dal momento che è sempre presente un margine di costrizione di natura economica, relazionale, o sociale, ma soltanto sottolineare come spesso si tende a semplificare la questione ingabbiandola in etichette fin troppo comode e spesso poco realistiche – continua – la situazione è molto complessa e presenta aspetti che hanno il dovere di essere riconosciuti come discrimini di un fenomeno di cui si parla fin troppo spesso ma di cui, nella maggior parte dei casi, si conosce veramente poco».

Utilizzando il metodo antropologico per eccellenza, ovvero quello etnografico, che utilizza alcune tecniche di ricerca (come l'osservazione o l'intervista) Salsi si è recato personalmente in strada e ha studiato il fenomeno in maniera diretta in 80 uscite notturne. «Stare in strada è stato determinante – continua – svolgendo il ruolo di operatore sociale a Reggio Emilia ho avuto la possibilità di intervistare queste ragazze di origine prevalentemente rumena». La prostituzione, nell'ambito delle ragazze migranti, è spesso analizzata attraverso un'ottica vittimista. «Il pregiudizio comune tende a utilizzare delle etichette, spesso errate, per quanto riguarda le prostitute. Non si può parlare sempre e soltanto di schiavitù. Bisogna lasciare un margine di libertà e di individualità a queste donne, e ridare loro una dimensione umana, reale». Un punto di vista inconsueto. Se si supera il confine del pregiudizio comune – secondo Salsi – e si sollevano le barriere della retorica è possibile dare voce a ognuna di queste donne che, come tutti gli stranieri migranti approdati in Italia, cercano di realizzare i propri sogni. «A molte di queste prostitute non interessa inserirsi nel tessuto sociale italiano – continua Salsi – l'obiettivo è quello di accumulare più capitale possibile in un brevissimo periodo di tempo e magari, come ha raccontato una di loro, permettere ai propri figli di studiare in una scuola privata». Un aspetto che hanno in comune con gli stranieri migranti. «Una di queste ragazze era stata appena licenziata e il suo contratto non era stato rinnovato – conclude il ricercatore – ha così deciso di fare la prostituta giusto il tempo di raccogliere i soldi e tornare in Romania».



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