Scoperta una frode fiscale da 90 milioni
di Jacopo Della Porta
La Guardia di finanza, dopo mesi di indagini, ha denunciato dieci persone che gestivano cinque società fantasma
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REGGIO EMILIA. La Guardia di finanza di Reggio ha scoperto una truffa da 90 milioni di euro condotta da cinque società fantasma costituite nella nostra provincia. Dieci persone, tra cui alcuni prestanome, sono state denunciate alla procura.
Il meccanismo della frode, detta “carosello”, è quello ampiamente noto e si base sull’utilizzo di prestanome, in genere pregiudicati e nullatenenti che si espongono al rischio di una denuncia in cambio di uno stipendio.
Tutto ruota intorno al mancato versamento dell’Iva nell’ambito dell’acquisto di merce proveniente dall’Unione Europa. Tra un venditore comunitario e un acquirente italiano viene interposta la società fantasma, gestita appunto da un prestanome. La società fantasma, detta cartiera perché creata al solo scopo di creare carta, finge di acquistare i beni all’estero. Poi, sempre sulla carta, finge di venderli all’acquirente italiano emettendo una fattura con l’Iva. La truffa consiste nel fatto che il prestanome non versa l’Iva mentre l’acquirente italiano la detrae.
Le indagini del Nucleo di polizia tributaria di Reggio, diretto dal tenente colonnello Lello Pisani, hanno preso in esame le annualità dal 2013 ad oggi.
Al termine degli accertamenti sono stati denunciati alla procura nove italiani, di età compresa tra i 24 e i 64 anni (alcuni sono reggiani, altri invece provengono da altre province) e un cinese di 36, che devono rispondere di numerosi reati tributari.
Le indagini del Nucleo di polizia tributaria sono durate alcuni mesi e hanno consentito di accertare che le teste di legno (che avevano trasferito le sedi di cinque società in altre province) acquistavano stock impressionanti di beni, senza pagare l’Iva. Si parla di materiale di vario genere, dagli elettrodomestici ai pallett, dai telefonini alle bevande. Poi, con il meccanismo spiegato, li rivendevano senza dichiarare i proventi al fisco e senza versare l’Iva (in realtà le società fantasma non vendevano materialmente i beni ma erano costituite solo allo scopo di consentire ai veri acquirenti reggiani di scaricare l’Iva).
I prestanome infrangevano qualsiasi regola fiscale: infatti distruggevano sistematicamente le scritture contabili e producevano grandi quantità di false fatture.
L’utilizzo delle teste di legno e tutte le pratiche descritte hanno reso molto difficile l’attività investigativa degli inquirenti.
La Guardia di finanza reggiana, coordinata dalla procura, sta proseguendo gli accertamenti per individuare i beneficiari di queste frodi (alcuni sono stati scoperti) e arrivare eventualmente a sequestri beni e conti correnti. L’attività investigativa è dunque ancora in corsa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il meccanismo della frode, detta “carosello”, è quello ampiamente noto e si base sull’utilizzo di prestanome, in genere pregiudicati e nullatenenti che si espongono al rischio di una denuncia in cambio di uno stipendio.
Tutto ruota intorno al mancato versamento dell’Iva nell’ambito dell’acquisto di merce proveniente dall’Unione Europa. Tra un venditore comunitario e un acquirente italiano viene interposta la società fantasma, gestita appunto da un prestanome. La società fantasma, detta cartiera perché creata al solo scopo di creare carta, finge di acquistare i beni all’estero. Poi, sempre sulla carta, finge di venderli all’acquirente italiano emettendo una fattura con l’Iva. La truffa consiste nel fatto che il prestanome non versa l’Iva mentre l’acquirente italiano la detrae.
Le indagini del Nucleo di polizia tributaria di Reggio, diretto dal tenente colonnello Lello Pisani, hanno preso in esame le annualità dal 2013 ad oggi.
Al termine degli accertamenti sono stati denunciati alla procura nove italiani, di età compresa tra i 24 e i 64 anni (alcuni sono reggiani, altri invece provengono da altre province) e un cinese di 36, che devono rispondere di numerosi reati tributari.
Le indagini del Nucleo di polizia tributaria sono durate alcuni mesi e hanno consentito di accertare che le teste di legno (che avevano trasferito le sedi di cinque società in altre province) acquistavano stock impressionanti di beni, senza pagare l’Iva. Si parla di materiale di vario genere, dagli elettrodomestici ai pallett, dai telefonini alle bevande. Poi, con il meccanismo spiegato, li rivendevano senza dichiarare i proventi al fisco e senza versare l’Iva (in realtà le società fantasma non vendevano materialmente i beni ma erano costituite solo allo scopo di consentire ai veri acquirenti reggiani di scaricare l’Iva).
I prestanome infrangevano qualsiasi regola fiscale: infatti distruggevano sistematicamente le scritture contabili e producevano grandi quantità di false fatture.
L’utilizzo delle teste di legno e tutte le pratiche descritte hanno reso molto difficile l’attività investigativa degli inquirenti.
La Guardia di finanza reggiana, coordinata dalla procura, sta proseguendo gli accertamenti per individuare i beneficiari di queste frodi (alcuni sono stati scoperti) e arrivare eventualmente a sequestri beni e conti correnti. L’attività investigativa è dunque ancora in corsa.
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