Sanità, ricercatori sul piede di guerra
di Gabriele Farina
Martedì doppio presidio di 67 precari al Core e in ospedale Chiedono migliori inquadramenti contrattuali e più stabilità
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REGGIO EMILIA. I ricercatori del Santa Maria Nuova si mobilitano. Martedì incroceranno le braccia dalle 11.30 alle 13 in due presidi. Uno si terrà davanti all’ingresso dell’ospedale, l’altro dinnanzi al Centro Oncologico ed Ematologico Reggio Emilia (Core). I lavoratori si considerano il cuore della ricerca ospedaliera in due strutture indicate come un riferimento nazionale. Appartengono ai cosiddetti Irccs, cioè gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico pubblici italiani. Da più parti sono considerati eccellenze del sistema nazionale, ma ora ventuno di loro sono «a rischio», come garantisce il Coordinamento Precari della Ricerca dell’arcispedale. Tra essi, l’Istituto in tecnologie avanzate e modelli assistenziali in Oncologia ospitato a Reggio.
Le punte di diamante sono i risultati ottenuti in ambiti anche internazionali, ma gli atomi di carbonio che compongono la struttura sono stanchi. Sostengono gli sforzi della ricerca, ma non ne possono più di essere precari e di sentire lo Stato distante, quasi come se non importasse che molti di loro sono spesso costretti a fare i bagagli per cercare maggior fortuna in centri privati o all’estero.
Lo stesso può accadere anche per i 67 precari della ricerca reggiani, secondo un dato aggiornato allo scorso dicembre e diffuso dallo stesso Comitato. Circa due terzi di loro (44) sono impegnati esclusivamente in incarichi di ricerca, mentre 23 affiancano l’attività di clinica e assistenza. Ben 40 di loro vivono con una borsa di studio, in 27 hanno una partita Iva. «Il nostro è un lavoro impegnativo – spiega Valentina Sancisi, ricercatrice partita dalla Toscana e passata da Bologna prima di approdare nella città del Tricolore – perché le difficoltà sono tante e le soddisfazioni giungono ogni tanto. Senza i giusti inquadramenti molte persone scelgono di fare altro o di andare da un’altra parte. Se cala la qualità della ricerca e non si attraggono i finanziamenti migliori molti possono pensare “chi ce lo fa fare a venire a Reggio?”. Con il decreto Madia si va a peggiorare la situazione esistente». La protesta, specificano, riguarda lo Stato e non l’azienda.
«È l’intero sistema della ricerca a rischio – aggiunge Luca Pistoiesi, borsista presso la Direzione scientifica dell’arcispedale – perché ci sono casi recentissimi di persone che fanno i bagagli, smettendo di fare ricerca, rivolgendosi ai privati o andando all’estero, sebbene vogliano rimanere. Il precariato v’è anche nell’assistenza e coinvolge anche circa 60 medici con contratto libero professionale».
Le punte di diamante sono i risultati ottenuti in ambiti anche internazionali, ma gli atomi di carbonio che compongono la struttura sono stanchi. Sostengono gli sforzi della ricerca, ma non ne possono più di essere precari e di sentire lo Stato distante, quasi come se non importasse che molti di loro sono spesso costretti a fare i bagagli per cercare maggior fortuna in centri privati o all’estero.
Lo stesso può accadere anche per i 67 precari della ricerca reggiani, secondo un dato aggiornato allo scorso dicembre e diffuso dallo stesso Comitato. Circa due terzi di loro (44) sono impegnati esclusivamente in incarichi di ricerca, mentre 23 affiancano l’attività di clinica e assistenza. Ben 40 di loro vivono con una borsa di studio, in 27 hanno una partita Iva. «Il nostro è un lavoro impegnativo – spiega Valentina Sancisi, ricercatrice partita dalla Toscana e passata da Bologna prima di approdare nella città del Tricolore – perché le difficoltà sono tante e le soddisfazioni giungono ogni tanto. Senza i giusti inquadramenti molte persone scelgono di fare altro o di andare da un’altra parte. Se cala la qualità della ricerca e non si attraggono i finanziamenti migliori molti possono pensare “chi ce lo fa fare a venire a Reggio?”. Con il decreto Madia si va a peggiorare la situazione esistente». La protesta, specificano, riguarda lo Stato e non l’azienda.
«È l’intero sistema della ricerca a rischio – aggiunge Luca Pistoiesi, borsista presso la Direzione scientifica dell’arcispedale – perché ci sono casi recentissimi di persone che fanno i bagagli, smettendo di fare ricerca, rivolgendosi ai privati o andando all’estero, sebbene vogliano rimanere. Il precariato v’è anche nell’assistenza e coinvolge anche circa 60 medici con contratto libero professionale».
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