Appello, chiesti 9 anni per Cappa e Turrà
Per i pm sono rispettivamente un “organizzatore” e un “partecipe” della cosca ndranghetista
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BOLOGNA. Stanno andando ad esaurimento le requisitorie dei pm Umberto Palma e Nicola Proto nel processo Aemilia d’appello che coinvolge una sessantina d’imputati.
Ormai siamo vicini al momento in cui verrà data la parola agli avvocati delle parti civili nonché degli imputati e se le arringhe presumibilmente si concluderanno entro il prossimo mese, si dovrebbe arrivare alla sentenza di secondo grado a metà settembre. Queste le previsioni, dopo quasi due mese di udienze in Corte d’appello a Bologna.
Dall’accusa – ieri – sono state affrontate diverse posizioni, fra cui alcune considerate dagli inquirenti di rilievo nell’ambito dell’associazione ndranghetistica emiliana che è al centro del procedimento d’appello.
Per il 48enne Salvatore Cappa – inquadrato come un “organizzatore” del clan – è stata richiesta la conferma della pena di primo grado (9 anni e 4 mesi di reclusione). Per l’accusa Cappa è stata una figura-chiave dell’associazione mafiosa relativamente «alle fatturazioni per operazioni inesistenti ed alla gestione di numerosi appalti, taluni come consapevole strumento di reimpiego di denaro ricollegabile direttamente a Nicolino Grande Aracri». Proposta la conferma della pena (9 anni e mezzo di carcere) pure per il 42enne Roberto Turrà, considerato un “partecipe” della cosca, ben inserito e macchiatosi di alcune azioni intimidatorie.
Per Antonio Muto (classe 1973, difeso dall’avvocato Alessandro Sivelli) – la sua è una posizione non di primo piano – la procura generale ha chiesto un aggravamento della condanna (da 1 anno ed 8 mesi, a 2 anni e mezzo di reclusione) ritenendo provato l’articolo 7 della legge 203/91 «per aver utilizzato metodologia tipicamente mafiosa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA .
Ormai siamo vicini al momento in cui verrà data la parola agli avvocati delle parti civili nonché degli imputati e se le arringhe presumibilmente si concluderanno entro il prossimo mese, si dovrebbe arrivare alla sentenza di secondo grado a metà settembre. Queste le previsioni, dopo quasi due mese di udienze in Corte d’appello a Bologna.
Dall’accusa – ieri – sono state affrontate diverse posizioni, fra cui alcune considerate dagli inquirenti di rilievo nell’ambito dell’associazione ndranghetistica emiliana che è al centro del procedimento d’appello.
Per il 48enne Salvatore Cappa – inquadrato come un “organizzatore” del clan – è stata richiesta la conferma della pena di primo grado (9 anni e 4 mesi di reclusione). Per l’accusa Cappa è stata una figura-chiave dell’associazione mafiosa relativamente «alle fatturazioni per operazioni inesistenti ed alla gestione di numerosi appalti, taluni come consapevole strumento di reimpiego di denaro ricollegabile direttamente a Nicolino Grande Aracri». Proposta la conferma della pena (9 anni e mezzo di carcere) pure per il 42enne Roberto Turrà, considerato un “partecipe” della cosca, ben inserito e macchiatosi di alcune azioni intimidatorie.
Per Antonio Muto (classe 1973, difeso dall’avvocato Alessandro Sivelli) – la sua è una posizione non di primo piano – la procura generale ha chiesto un aggravamento della condanna (da 1 anno ed 8 mesi, a 2 anni e mezzo di reclusione) ritenendo provato l’articolo 7 della legge 203/91 «per aver utilizzato metodologia tipicamente mafiosa».
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