Aemilia, il Pm propone un maxi sconto per il pentito Giglio
di Tiziano Soresina
L'appello. Chiesti 8 anni e mezzo per Mesiano: per l'accusa è un “partecipe” del clan, non un “concorrente esterno”
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BOLOGNA. Non sono mancate le sorprese – ieri in Corte d’appello a Bologna – nell’udienza-fiume a porte chiuse che ha contraddistinto l’ennesima “tappa” del processo di secondo grado di Aemilia che coinvolge una sessantina di imputati giudicati con rito abbreviato.
Una lunga giornata in Appello determinata non solo dalla conclusione delle requisitorie da parte dei due pm Umberto Palma e Nicola Proto, ma anche dall’entrata in scena dei legali di parte civile (in rappresentanza di enti pubblici e sigle sindacali) con le rispettive arringhe.
Il pm Palma ha chiesto la conferma della condanna (8 anni e mezzo di reclusione) per il poliziotto 43enne Domenico Mesiano (difeso dall’avvocato Vincenzo Belli), ma con una divergenza rispetto alla sentenza di primo grado che ha applicato la pena all’ex autista del questore di Reggio ritenendolo responsabile di concorso esterno all’associazione ndranghetistica emiliana con epicentro a Reggio (in soldoni per il gup l’agente aveva agevolato la cosca, ma non ne faceva parte). Invece ieri l’accusa ha chiesto la condanna inquadrando Mesiano come “partecipe” del clan, cioè sempre a disposizione per la commissione di reati. Il poliziotto, all’udienza preliminare, aveva parlato della telefonata fatta alla giornalista del Carlino, Sabrina Pignedoli, confermando quella chiamata ma giustificando che non c'era un intento minaccioso, che le sue parole erano state equivocate e che lui si riferiva solo alla maniera di pubblicare i comunicati stampa che al tempo curava per la questura. Riguardo poi alle sue frequentazioni – come con Pasquale Brescia o Alfonso Paolini – aveva preso le distanze dall'accusa che i suoi contatti con loro avessero a che fare con l'organizzazione.
Sconto di pena sensibile (da 12 anni e mezzo a 5 anni di reclusione) richiesto per l’imprenditore edile 49enne Giuseppe Giglio, ritenuto dalla Dda come uno degli “organizzatori” dell’associazione mafiosa, ma poi divenuto collaboratore di giustizia. E il pm ieri si è soffermato a lungo sui riscontri trovati alle parole del pentito, utili per “incastrare” ulteriormente diversi imputati, ma anche per avviare nuove indagini. Proposta di pena identica alla sentenza di primo grado (6 anni e 8 mesi) anche per il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, a cui nel procedimento non viene contestata l’associazione mafiosa (ma danneggiamenti a seguito di incendio ed estorsione con l’aggravante del metodo mafioso) a conferma della convinzione degli inquirenti che la locale emiliana sia indipendente dalla casa madre cutrese. Altre conferme di condanna hanno riguardato i “partecipi” Michele Richichi (10 anni di carcere) ed Alfonso Martino (9 anni di cella), la “concorrente esterna” Roberta Tattini (8 anni e 8 mesi), il poliziotto Antonio Cianflone (8 anni e mezzo di reclusione). Ma c’è anche una richiesta di conferma d’assoluzione che riguarda il 52enne Alessandro Palermo (difeso dall’avvocato Rosanna Beifiori) che va contro l’impugnazione della sentenza di primo grado da parte della procura antimafia.
Una lunga giornata in Appello determinata non solo dalla conclusione delle requisitorie da parte dei due pm Umberto Palma e Nicola Proto, ma anche dall’entrata in scena dei legali di parte civile (in rappresentanza di enti pubblici e sigle sindacali) con le rispettive arringhe.
Il pm Palma ha chiesto la conferma della condanna (8 anni e mezzo di reclusione) per il poliziotto 43enne Domenico Mesiano (difeso dall’avvocato Vincenzo Belli), ma con una divergenza rispetto alla sentenza di primo grado che ha applicato la pena all’ex autista del questore di Reggio ritenendolo responsabile di concorso esterno all’associazione ndranghetistica emiliana con epicentro a Reggio (in soldoni per il gup l’agente aveva agevolato la cosca, ma non ne faceva parte). Invece ieri l’accusa ha chiesto la condanna inquadrando Mesiano come “partecipe” del clan, cioè sempre a disposizione per la commissione di reati. Il poliziotto, all’udienza preliminare, aveva parlato della telefonata fatta alla giornalista del Carlino, Sabrina Pignedoli, confermando quella chiamata ma giustificando che non c'era un intento minaccioso, che le sue parole erano state equivocate e che lui si riferiva solo alla maniera di pubblicare i comunicati stampa che al tempo curava per la questura. Riguardo poi alle sue frequentazioni – come con Pasquale Brescia o Alfonso Paolini – aveva preso le distanze dall'accusa che i suoi contatti con loro avessero a che fare con l'organizzazione.
Sconto di pena sensibile (da 12 anni e mezzo a 5 anni di reclusione) richiesto per l’imprenditore edile 49enne Giuseppe Giglio, ritenuto dalla Dda come uno degli “organizzatori” dell’associazione mafiosa, ma poi divenuto collaboratore di giustizia. E il pm ieri si è soffermato a lungo sui riscontri trovati alle parole del pentito, utili per “incastrare” ulteriormente diversi imputati, ma anche per avviare nuove indagini. Proposta di pena identica alla sentenza di primo grado (6 anni e 8 mesi) anche per il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, a cui nel procedimento non viene contestata l’associazione mafiosa (ma danneggiamenti a seguito di incendio ed estorsione con l’aggravante del metodo mafioso) a conferma della convinzione degli inquirenti che la locale emiliana sia indipendente dalla casa madre cutrese. Altre conferme di condanna hanno riguardato i “partecipi” Michele Richichi (10 anni di carcere) ed Alfonso Martino (9 anni di cella), la “concorrente esterna” Roberta Tattini (8 anni e 8 mesi), il poliziotto Antonio Cianflone (8 anni e mezzo di reclusione). Ma c’è anche una richiesta di conferma d’assoluzione che riguarda il 52enne Alessandro Palermo (difeso dall’avvocato Rosanna Beifiori) che va contro l’impugnazione della sentenza di primo grado da parte della procura antimafia.
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