Minacce a Catia Silva, le “anomalie” del maresciallo
Brescello: nella sentenza di condanna dei cinque cutresi i giudici sottolineano le difficoltà incontrate dalla leghista a sporgere querela
BRESCELLO. A Brescello negli anni in cui Catia Silva veniva minacciata di morte, perché aveva ispirato alcuni articoli di giornali nei quali si parlava del radicamento mafioso in paese, il clima era pesante. Nello stesso periodo una guida turistica ha raccontato di essere stata a lungo minacciata di decapitazione perché portava i visitatori in un bar anziché in un altro (come si legge nell’articolo sotto). E chi voleva denunciare talvolta faceva fatica a trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
Nelle motivazioni della sentenza con la quale il 29 marzo il tribunale (presieduto da Alessandra Cardarelli, a latere Simone Medioli Devoto e Luca Ramponi) ha condannato cinque cutresi per le minacce a Catia Silva, ci sono alcuni passaggi dedicati alle difficoltà incontrare dalla leghista nello sporgere querela. «È il tenente colonnello Boccia Vittorio – all’epoca comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Reggio Emilia – ad aver confermato che Catia Silva era riuscita a rivolgersi a lui (nel maggio 2010, grazie all’intercessione dell’onorevole Angelo Alessandri e del comandante provinciale Colonnello Fichera) per denunciare la grave situazione venutasi a creare attorno alla sua persona in seguito ai noti articoli di giornale, oltre alla carenze ascrivibili al maresciallo Airini della stazione di Brescello, rispetto al cui anomalo comportamento, seppur rimasto privo di censure penali o disciplinari, ha preso le distanze lo stesso Boccia: “Io fossi stato nei panni del maresciallo Airini avrei agito diversamente”».[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.15109945:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2017/03/29/news/brescello-minacce-mafiose-a-catia-silva-condannati-i-cinque-imputati-1.15109945]]
In questo passaggio i giudici esprimono una valutazione sull’ex comandante, definendo «anomalo» il suo comportamento. Si tratta solo di un cenno, che però rappresenta il loro punto di vista e non soltanto quello della parte offesa.
La leghista è stata ritenuta del tutto credibile e in buona fede. A suo favore gioca anche il fatto di aver sempre denunciato, nonostante le difficoltà. «Boccia Vittorio ha confermato che Catia Silva ebbe a raccontargli di essersi rivolta in più occasioni al comandante della stazione e anche alla polizia di stato, denunciando i fatti a più persone». In un altro passaggio della sentenza, depositata a fine maggio, si legge che la parte offesa «ha dichiarato di essersi recata alla stazione di Brescello il giorno seguente i primi fatti dell’ottobre 2009, di aver ricevuto tuttavia il diniego dal maresciallo Airini a verbalizzare la denuncia, in quanto, a dire del militare, relativa a vicende conflittuali di natura politica (nel 2009 si erano svolte le elezioni in paese, ndr), di essersi perciò rivolta alle stazioni di Boretto e di Gualtieri, non riuscendo tuttavia a redigere verbale per il contingente difetto del maresciallo reggente».
In proposito va detto che il militare, ascoltato come testimone, ha dichiarato in aula che la leghista andò diverse volte in caserma «ma non per denunciare le minacce» e ha aggiunto che l’avrebbe invitata a sporgere querela.
Nelle 24 pagine della sentenza emerge uno spaccato poco edificante sulla vita a Brescello prima dell’operazione Aemilia e dello scioglimento del Comune.
Nella sua requisitoria il pm della Dda di Bologna Enrico Ceri ha sottolineato come la vicenda che riguarda la brescellese è stata riconsiderata solo dopo l’operazione Aemilia del gennaio 2015. Si spiega così il fatto che dalle prime minacce alle condanne siano passati più di sette anni. Anche questa un’anomalia brescellese.
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