Reggio Emilia, Max Mara battuta da Liu Jo nella guerra dei piumini
La Corte d’appello di Milano ha rigettato le richieste avanzate dalla ditta reggiana Secondo il tribunale l’azienda non detiene il copyright sugli accessori staccabili
REGGIO EMILIA. La Corte d’Appello dà ragione a Liu Jo nella causa promossa da Max Mara presso il Tribunale di Milano. L’azienda della famiglia Maramotti ha accusato la ditta carpigiana fondata dai fratelli Marchi di aver copiato, in alcuni suoi piumini, una pretesa caratteristica peculiare dei piumini “Cube” di Max Mara, definita “modularità”, sulla quale Max Mara stessa vanterebbe il “copyright”. Secondo Liu Jo, con questa parola Max Mara avrebbe in realtà indicato la caratteristica di accessoriare i piumini con parti staccabili, come cappucci, colli, polsini: una caratteristica generalmente adottata nei capi di abbigliamento.
Liu Jo, assistita dallo studio legale Siblegal si è dunque difesa in giudizio sostenendo che Max Mara cercasse sostanzialmente di impedire ai concorrenti di dotare i piumini di accessori staccabili, pretesa del tutto infondata, e come comunque i suoi piumini fossero, sotto ogni aspetto, diversi da quelli di Max Mara.
Le tesi di Liu Jo sono state accolte prima dal Tribunale di Milano e ora, con la recente sentenza del 5 maggio 2017, dalla Corte di Appello di Milano, che ha rigettato tutte le richieste di Max Mara, condannandola al pagamento delle spese legali. La Corte di Appello ha ribadito che “la possibilità di togliere e mettere pezzi ed accessori ad un particolare capo di abbigliamento” non può considerarsi nuova e originale, e che comunque i piumini di Liu Jo si differenziano “in modo palese” da quelli di Max Mara. La sentenza non è ancora definitiva: ci sono i termini per l’impugnazione in Cassazione.
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