«Per me contano il Vangelo e la Costituzione»
di Ambra Prati
Don Eugenio Morlini festeggia i 50 anni di sacerdozio «Ormai la sinistra ha perso i valori della Resistenza»
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GATTATICO. «Costituzione e Vangelo, malattia-morte e vita. Sono questi per me, ora che tra poco compirò 77 anni, i capisaldi del mio essere sacerdote». Don Eugenio Morlini, uno dei preti reggiani da sempre in prima fila sui temi di attualità, l’11 giugno ha toccato i 50 anni di sacerdozio. Una festa a Taneto, dove risiede, e una a San Bartolomeo, parrocchia che ha guidato per anni. Un’occasione per fare il bilancio di una vita spesa all’insegna dell’impegno civile, oltre che religioso.
Ci spieghi il binomio Costituzione e Vangelo.
«Sei-sette anni fa, con il movimento Pax Christi (movimento cattolico internazionale per la pace) di cui faccio parte, ho organizzato una marcia della pace da Marzabotto (Bologna) a Barbiana (Firenze), dove si trova la scuola di don Lorenzo Milani (visitata di recente anche dal Papa) per formare cittadini liberi e coscienti. Abbiamo organizzato una camminata a piedi, circa 100 chilometri, che è anche un ponte ideale dai valori della Resistenza, ormai persi a sinistra, alla comprensione della parola. L’anno scorso non si è svolta per assenza di adesioni; quest’anno mi piacerebbe rifarla piantando sul percorso paletti contenenti gli articoli della Costituzione».
Ancora impegno civile?
«Il civile e il religioso sono tutt’uno, nel Vangelo tutto è comune. Li abbiamo separati noi perché ci fa comodo: uomini bravi in chiesa, cattivi fuori».
Non proprio mainstream, nella chiesa. La sinistra ha perduto i valori della Resistenza?
«Secondo me sì. E mi reputo abbastanza di sinistra».
Il binomio malattia-morte?
«Ultimamente collaboro con l’hospice Madonna dell’Uliveto di Montericco, dove si va a passare l’ultimo tratto di vita. Parlando con i malati (quelli che sono in grado) e i famigliari ho trovato molta serenità e pace: la malattia è un momento ricco, libero da fronzoli, dove si può trovare se stessi e la serenità».
Com’era la sua famiglia?
«Sono nato nel 1940 a Roncadella, da famiglia contadina. La mia famiglia era curiosa: il nonno morì giovane lasciando 12 figli. La metà dei fratelli e sorelle hanno vissuto insieme: tavolate di 25 persone, che parlavano di affari (erano proprietari, stavano bene); era un continuo “noi facciamo questo, noi facciamo quest’altro”. Anche in seguito, quando si separarono, mio padre continuò a dire “noi, nostro”; mai “mio”. Oggi è tutto un “mio”, c’è una concezione individualista che rende faticoso voler bene agli altri».
Quando arrivò la vocazione?
«A 17 anni. Durante una crisi giovanile, mi è parso chiaro che volevo fare questo “mestiere”».
Cosa si ricorda dei primi tempi da parroco?
«Il punto di partenza, che non dimenticherò mai, è stato il ‘67, quando feci il “prete operaio”: eravamo in 6 in tutta la provincia, tra cui don Dossetti. Un anno in fabbrica da Zecchetti, a Montecchio, a produrre pallettizzatori per la Faba. Fu difficile: gli operai bestemmiavano da mattina a sera, tutti tranne Lucio, il fratello di don Lao Fontana, ed io. Ci prendevano in giro. Ma ho capito più lì, nella vita concreta, che in tanti libri. L’esperienza si interruppe, con mio rammarico, perché il vescovo mi mandò in Brasile: mi ero offerto volontario tempo prima».
Il Brasile com’era?
«Ci ho vissuto 15 anni, dal ’75 al ’90, nel Nord-Est, la zona più arida e più povera; perfino più povera delle favelas. Potrei raccontare aneddoti per giorni. Non a caso mi piace tantissimo Papa Francesco. La chiesa latinoamericana è così: diversa, che mette al centro il povero. Il Brasile, ridotti al lumicino gli indios, è formato da emigrati da tutto il mondo: è un popolo nato dal sincretismo di tanti paesi. Gli antropologi hanno scritto volumi su questa cultura meticcia. Dovrebbe essere un esempio in questi tempi d’immigrazione».
Lei è stato uno dei pochi a criticare il sistema di accoglienza dei profughi nel Reggiano: resta dell’idea?
«Assolutamente sì. Non mi trovo a mio agio in questa Europa basata sulla paura. Nel nostro vecchio mondo c’è bisogno di meticciato: l’arrivo dei migranti è un vantaggio. Il che non significa integrazione: l’integrazione è un sopruso, è un imporre la propria cultura ad altri. Meglio il dialogo. Gli immigrati li ho sempre accolti in canonica, a San Bartolomeo, a Carpineti, in Brasile: regolari e irregolari, onesti o delinquenti, non m’importava».
Lei ha collaborato anche con la scuola steineriana?
«Una collaborazione occasionale, su richiesta di alcune famiglie di San Bartolomeo. Essere e crescere insieme, non solo apprendere, è lo stile di don Milani. Degli steineriani apprezzo il rispetto della natura, che l’uomo sfrutta e basta. L’amore per la natura sarebbe la vera rivoluzione del nostro tempo».
Lei è stato anche l’unico sacerdote ad assistere alle udienze del maxi-processo Aemilia contro la ‘ndrangheta.
«A San Bartolomeo vivevano i Dragone, che seminavano spavento: il giornalista sotto scorta Giovanni Tizian parla di San Bartolomeo in un suo libro. Noi creammo un’associazione per una società senza mafie, Colore (Coordinamento Locride Reggio Emilia), organizzando i primi campi di lavoro per giovani nella Locride. Conobbi Enrico Bini, un lottatore, e con Libera e Cortocircuito organizzammo, nel 2010 a Reggio, una manifestazione nazionale antimafia. I media ci nominarono a malapena: all’epoca se ne parlava pochissimo, eravamo in anticipo».
Cose che non ha fatto e che vorrebbe fare?
«Tantissime, una marea. Pure avendone combinate anche troppe. Sono andato in Bosnia durante la guerra (’92-’95), sotto i bombardamenti: abbiamo rimesso in piedi una coop agricola, tentato il dialogo interreligioso. Ma ora faccio il “nonno”: nel senso che il responsabile della parrocchia è don Paolo Bizzocchi; io lo aiuto, la relazione con la gente non è più istituzionale, è più personale e libera».
Come vorrebbe essere ricordato?
«Come un uomo che ha cercato di voler bene, anche a costo di scocciare. Però sono ancora vivo: spero che questa non sia un’intervista post mortem».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ci spieghi il binomio Costituzione e Vangelo.
«Sei-sette anni fa, con il movimento Pax Christi (movimento cattolico internazionale per la pace) di cui faccio parte, ho organizzato una marcia della pace da Marzabotto (Bologna) a Barbiana (Firenze), dove si trova la scuola di don Lorenzo Milani (visitata di recente anche dal Papa) per formare cittadini liberi e coscienti. Abbiamo organizzato una camminata a piedi, circa 100 chilometri, che è anche un ponte ideale dai valori della Resistenza, ormai persi a sinistra, alla comprensione della parola. L’anno scorso non si è svolta per assenza di adesioni; quest’anno mi piacerebbe rifarla piantando sul percorso paletti contenenti gli articoli della Costituzione».
Ancora impegno civile?
«Il civile e il religioso sono tutt’uno, nel Vangelo tutto è comune. Li abbiamo separati noi perché ci fa comodo: uomini bravi in chiesa, cattivi fuori».
Non proprio mainstream, nella chiesa. La sinistra ha perduto i valori della Resistenza?
«Secondo me sì. E mi reputo abbastanza di sinistra».
Il binomio malattia-morte?
«Ultimamente collaboro con l’hospice Madonna dell’Uliveto di Montericco, dove si va a passare l’ultimo tratto di vita. Parlando con i malati (quelli che sono in grado) e i famigliari ho trovato molta serenità e pace: la malattia è un momento ricco, libero da fronzoli, dove si può trovare se stessi e la serenità».
Com’era la sua famiglia?
«Sono nato nel 1940 a Roncadella, da famiglia contadina. La mia famiglia era curiosa: il nonno morì giovane lasciando 12 figli. La metà dei fratelli e sorelle hanno vissuto insieme: tavolate di 25 persone, che parlavano di affari (erano proprietari, stavano bene); era un continuo “noi facciamo questo, noi facciamo quest’altro”. Anche in seguito, quando si separarono, mio padre continuò a dire “noi, nostro”; mai “mio”. Oggi è tutto un “mio”, c’è una concezione individualista che rende faticoso voler bene agli altri».
Quando arrivò la vocazione?
«A 17 anni. Durante una crisi giovanile, mi è parso chiaro che volevo fare questo “mestiere”».
Cosa si ricorda dei primi tempi da parroco?
«Il punto di partenza, che non dimenticherò mai, è stato il ‘67, quando feci il “prete operaio”: eravamo in 6 in tutta la provincia, tra cui don Dossetti. Un anno in fabbrica da Zecchetti, a Montecchio, a produrre pallettizzatori per la Faba. Fu difficile: gli operai bestemmiavano da mattina a sera, tutti tranne Lucio, il fratello di don Lao Fontana, ed io. Ci prendevano in giro. Ma ho capito più lì, nella vita concreta, che in tanti libri. L’esperienza si interruppe, con mio rammarico, perché il vescovo mi mandò in Brasile: mi ero offerto volontario tempo prima».
Il Brasile com’era?
«Ci ho vissuto 15 anni, dal ’75 al ’90, nel Nord-Est, la zona più arida e più povera; perfino più povera delle favelas. Potrei raccontare aneddoti per giorni. Non a caso mi piace tantissimo Papa Francesco. La chiesa latinoamericana è così: diversa, che mette al centro il povero. Il Brasile, ridotti al lumicino gli indios, è formato da emigrati da tutto il mondo: è un popolo nato dal sincretismo di tanti paesi. Gli antropologi hanno scritto volumi su questa cultura meticcia. Dovrebbe essere un esempio in questi tempi d’immigrazione».
Lei è stato uno dei pochi a criticare il sistema di accoglienza dei profughi nel Reggiano: resta dell’idea?
«Assolutamente sì. Non mi trovo a mio agio in questa Europa basata sulla paura. Nel nostro vecchio mondo c’è bisogno di meticciato: l’arrivo dei migranti è un vantaggio. Il che non significa integrazione: l’integrazione è un sopruso, è un imporre la propria cultura ad altri. Meglio il dialogo. Gli immigrati li ho sempre accolti in canonica, a San Bartolomeo, a Carpineti, in Brasile: regolari e irregolari, onesti o delinquenti, non m’importava».
Lei ha collaborato anche con la scuola steineriana?
«Una collaborazione occasionale, su richiesta di alcune famiglie di San Bartolomeo. Essere e crescere insieme, non solo apprendere, è lo stile di don Milani. Degli steineriani apprezzo il rispetto della natura, che l’uomo sfrutta e basta. L’amore per la natura sarebbe la vera rivoluzione del nostro tempo».
Lei è stato anche l’unico sacerdote ad assistere alle udienze del maxi-processo Aemilia contro la ‘ndrangheta.
«A San Bartolomeo vivevano i Dragone, che seminavano spavento: il giornalista sotto scorta Giovanni Tizian parla di San Bartolomeo in un suo libro. Noi creammo un’associazione per una società senza mafie, Colore (Coordinamento Locride Reggio Emilia), organizzando i primi campi di lavoro per giovani nella Locride. Conobbi Enrico Bini, un lottatore, e con Libera e Cortocircuito organizzammo, nel 2010 a Reggio, una manifestazione nazionale antimafia. I media ci nominarono a malapena: all’epoca se ne parlava pochissimo, eravamo in anticipo».
Cose che non ha fatto e che vorrebbe fare?
«Tantissime, una marea. Pure avendone combinate anche troppe. Sono andato in Bosnia durante la guerra (’92-’95), sotto i bombardamenti: abbiamo rimesso in piedi una coop agricola, tentato il dialogo interreligioso. Ma ora faccio il “nonno”: nel senso che il responsabile della parrocchia è don Paolo Bizzocchi; io lo aiuto, la relazione con la gente non è più istituzionale, è più personale e libera».
Come vorrebbe essere ricordato?
«Come un uomo che ha cercato di voler bene, anche a costo di scocciare. Però sono ancora vivo: spero che questa non sia un’intervista post mortem».
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