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«Abusiva la casa dell’ex capogruppo M5S» 

«Abusiva la casa dell’ex capogruppo M5S» 

Castellarano, per il Tar il ricorso della madre di Severi è infondato: lavori in una parte non a norma

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CASTELLARANO. Un edificio diviso in due: metà in regola, metà irregolare e ora da sanare. È la vicenda che riguarda la famiglia di Denis Severi, capogruppo 5 Stelle a Castellarano dal 2011 al 2016, al centro di un contenzioso con il Comune proprio nel periodo in cui Severi sedeva in consiglio. La casa nella zona di San Valentino, intestata a Gloriana Cassinadri, madre di Severi, che ha generato una serie di cause. L’ultima sentenza è quella del 19 giugno scorso, emanata dal Tar di Parma dopo un ricorso presentato dalla Cassinadri contro il Comune: il tribunale amministrativo ha riconosciuto le ragioni dell’amministrazione comunale di Castellarano, e ora la famiglia Cassinadri può eventualmente rivolgersi al Consiglio di Stato, ultima sede per gli appelli su questioni amministrative.

La vicenda nasce attorno a un vecchio edificio rurale da ristrutturare anche per usi extra-agricoli all’interno della variante comunale “Case sparse”, relativa a piccole borgate e case isolate. Per questa struttura, nel 2007 vengono presentate le richieste al fine di realizzare un’unità abitativa di circa 120 metri quadri. Il problema è che una parte dell’edificio era perfettamente in regola e utilizzabile, mentre un’altra non aveva tutti i requisiti necessari e sarebbe stato necessario un condono per poterla ristrutturare e poi abitare.

Fin qui nulla di strano, è una prassi abituale soprattutto in un paese come l’Italia con tantissime aree rurali e vecchie abitazioni agricole da trasformare per poterle utilizzare regolarmente. I proprietari decidono però di riqualificare l’intero edificio in una ristrutturazione unica, senza dividere fra la parte regolare e quella formalmente abusiva.

Nel 2012 il Comune invia una richiesta di documentazione sull’eventuale regolarizzazione della parte non a norma e nel 2013, con una determinazione dell’11 luglio, revoca i titoli abilitativi per il recupero dell’abitato rurale e il certificato di conformità edilizia e di agibilità. In pratica, la casa non è più abitabile perché l’intervento di sistemazione ha coinvolto anche una sezione di edificio che non era a norma e per cui non si era ricevuto nessun via libera. Normalmente, è necessario prima ottenere l’autorizzazione, pagare il condono monetario e poi procedere con i lavori.

I tentativi di conciliazione fra le due parti non vanno a buon fine. Il 7 novembre del 2013 la Cassinadri presenta quindi ricorso al Tar di Parma per contestare il provvedimento comunale e il 21 dicembre dello stesso anno il Comune si costituisce per impugnare il rigetto. Il 19 giugno scorso si arriva alla sentenza dei giudici del Tar di Parma, che definisce il ricorso «infondato». Non era possibile per nessun motivo realizzare un intervento su un’area all’epoca dei fatti abusiva, nonostante eventuali ritardi di comunicazione da parte degli edifici comunali, ed è sempre necessario presentare la documentazione del caso e pagare la cifra richiesta.

Il Tar ha condannato la Cassinadri al pagamento delle spese legali per 1.500 e al ripristino della legalità. Cosa comporterà questo nella pratica non è chiaro; si potrebbe arrivare alla rimozione dell’edificio “illegale”. Anche se prima potrebbe esserci un ulteriore ricorso al Consiglio di Stato.

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