poviglio
«Nessuna estorsione Si parlò di ricompensa»
POVIGLIO. L’accusa è di quelle delicate – estorsione – e ieri in tribunale a Reggio è iniziato il processo che vede alla sbarra il calabrese 46enne Michele Zavaglia, residente a Poviglio.La difesa...
2 MINUTI DI LETTURA
POVIGLIO. L’accusa è di quelle delicate – estorsione – e ieri in tribunale a Reggio è iniziato il processo che vede alla sbarra il calabrese 46enne Michele Zavaglia, residente a Poviglio.
La difesa – cioè i legali Luisa Tosi e Lorenzo Isoppo – ha ottenuto che l’imputato sia giudicato con rito abbreviato (quindi con sconto di pena di un terzo) ma “condizionato” all’audizione di due testimoni.
E le due deposizioni si sono esaurite già ieri. In aula hanno infatti testimoniato le due persone che erano presenti sia quando Zavaglia ha telefonato all’imprenditrice reggiana, sia quando vi è stato l’incontro. Un testimone è il proprietario dell’abitazione in cui è avvenuto il tutto, l’altro è un’amica.
Per i carabinieri quella telefonata era una vera e propria estorsione, perché Zavaglia chiese 300 euro per restituire all’imprenditrice i documenti personali ed aziendali che le erano stati sottratti il giorno prima dall’auto parcheggiata a Campegine in via Aldo Moro.
Di diverso avviso – ieri in aula – i due testimoni che hanno spiegato come il numero di telefono dell’imprenditrice fosse stato trovato nella borsa contenente i documenti e che Zavaglia durante la telefonata non parlò mai di soldi, arrivando solo a dire: «Sono disoccupato, veda lei».
Una sottolineatura, quest’ultima, che porta i difensori – al termine dell’udienza – verso una precisa valutazione: «È emersa una realtà diversa, non una richiesta di soldi, ma una ricompensa per aver trovato e consegnato quei documenti».
Prima di presentarsi all’incontro l’imprenditrice aveva avvisato i carabinieri della stazione di Castelnovo Sotto che, dopo aver fotocopiato le 6 banconote da 50 euro da consegnare a Zavaglia, sono intervenuti non appena si era concluso il passaggio soldi-documenti fra i due. Se ne riparlerà il 17 luglio, quando dopo la requisitoria dell’accusa e l’arringa dei difensori, arriverà sul caso giudiziario la sentenza del giudice Alessandra Cardarelli.(t.s.)
La difesa – cioè i legali Luisa Tosi e Lorenzo Isoppo – ha ottenuto che l’imputato sia giudicato con rito abbreviato (quindi con sconto di pena di un terzo) ma “condizionato” all’audizione di due testimoni.
E le due deposizioni si sono esaurite già ieri. In aula hanno infatti testimoniato le due persone che erano presenti sia quando Zavaglia ha telefonato all’imprenditrice reggiana, sia quando vi è stato l’incontro. Un testimone è il proprietario dell’abitazione in cui è avvenuto il tutto, l’altro è un’amica.
Per i carabinieri quella telefonata era una vera e propria estorsione, perché Zavaglia chiese 300 euro per restituire all’imprenditrice i documenti personali ed aziendali che le erano stati sottratti il giorno prima dall’auto parcheggiata a Campegine in via Aldo Moro.
Di diverso avviso – ieri in aula – i due testimoni che hanno spiegato come il numero di telefono dell’imprenditrice fosse stato trovato nella borsa contenente i documenti e che Zavaglia durante la telefonata non parlò mai di soldi, arrivando solo a dire: «Sono disoccupato, veda lei».
Una sottolineatura, quest’ultima, che porta i difensori – al termine dell’udienza – verso una precisa valutazione: «È emersa una realtà diversa, non una richiesta di soldi, ma una ricompensa per aver trovato e consegnato quei documenti».
Prima di presentarsi all’incontro l’imprenditrice aveva avvisato i carabinieri della stazione di Castelnovo Sotto che, dopo aver fotocopiato le 6 banconote da 50 euro da consegnare a Zavaglia, sono intervenuti non appena si era concluso il passaggio soldi-documenti fra i due. Se ne riparlerà il 17 luglio, quando dopo la requisitoria dell’accusa e l’arringa dei difensori, arriverà sul caso giudiziario la sentenza del giudice Alessandra Cardarelli.(t.s.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
