Strati di rifiuti pericolosi sotto terra
di Ambra Prati
Area sequestrata lungo l’Enza. L’accusa all’imprenditore: seppelliva eternit, taniche di soda caustica, corrosivi e plastica
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MONTECCHIO. Scavava buche nel terreno, seppelliva rifiuti tossici: uno strato di terra, uno di rifiuti. E così di seguito, fino a formare un “ripieno” di sostanze nocive quali amianto, taniche contenenti sodio idrossido (soda caustica, un corrosivo), pannelli in poliuretano espanso (polimeri usati come isolanti nell’edilizia), polistirolo, lamiere e teli in nylon. Una bomba chimica, il mix di inerti da demolizione e rifiuti tossici, della quale è stata imbottita la zona che costeggia l’Enza, per di più sotto tutela ambientale.
È questa, secondo gli inquirenti, l’accusa più grave a carico di Luigi Raso Catrambona, il 47enne originario di Isola Capo Rizzuto (Crotone), domiciliato a Castellarano, proprietario di un terreno di undicimila metri quadrati – sede legale dell’Autotrasporti Catrambona – che venerdì scorso è stato posto sotto sequestro preventivo.
Il blitz a Montecchio, prima del ponte che porta a Montechiarugolo, è stato eseguito da polizia municipale Val d’Enza, carabinieri forestali, polizia provinciale e Arpae, che hanno apposto i sigilli in esecuzione al decreto emesso dal gip Giovanni Ghini su richiesta del pm Piera Cristina Giannusa, titolare dell’indagine.
Una indagine iniziata oltre un anno fa su segnalazione di alcuni residenti. Ora dall’ordinanza emergono nuovi particolari inquietanti, soprattutto sull’aspetto ambientale.
Catrambona risulta indagato per una sfilza di reati: cambiamento di destinazione d’uso, per aver svolto un’attività di rimessaggio veicoli ed escavazione ghiaia «in contrasto con gli strumento urbanistici» in un’area individuata come «di ambito agricolo di rilievo paesaggistico». Area dove ha costruito di tutto e di più (una tettoia, un box adibito a ufficio, un container metallico, altre tettoie e un basamento-platea in calcestruzzo) senza «il permesso di costruire».
Ma è l’aspetto ambientale il più inquietante. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore «raccoglieva, trasportava e smaltiva un ingente quantitativo di rifiuti», arrivando a «realizzare e gestire una discarica destinata allo smaltimento di rifiuti pericolosi».
Secondo l’accusa, siamo lontani dall’episodio sporadico: dai rilievi anche fotografici, eseguiti tramite Google Earth, oltre che dai campioni delle sostanze analizzate, «i rifiuti pericolosi venivano sistematicamente accumulati», in modo reiterato e in tempi diversi, «compattati con un escavatore» e fatti sparire sottoterra in riva all’Enza «mediante l’adozione di uno schema consolidato, costituito da una preliminare escavazione, per poi procedere per strati». All’interno dei rifiuti analizzati da Arpae sono stati rilevati «frammenti di coperture tipo onduline» (le classiche lastre di copertura di amianto), «in diversi punti dell’area erano presenti taniche parzialmente piene e in cattivo stato le cui etichette riportavano pittogrammi indicanti corrosivo e infiammabile».
Nemmeno l’acqua usata per pulire i mezzi si salvava, perché «adiacente all’ingresso era presente una piazzola, presumibilmente di lavaggio dei mezzi, pavimentata e dotata di canaletta di raccolta dei reflui»: i reflui «confluivano direttamente nel terreno».
A motivazione del sequestro preventivo, il pm Giannusa ravvisa quello che giuridicamente viene definito “periculum in mora”: secondo il magistrato, «sussiste il fondato pericolo che la libera disponibilità del bene (il terreno, ndr) possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato», con «grave danno alle matrici ambientali», in quanto «rifiuti inerti da demolizione e rifiuti speciali pericolosi vengono miscelati, con possibilità che si realizzi nel lungo periodo un inquinamento del suolo e delle acque di falda».
Quanto basta per sigillare il tutto: Catrambona non può entrare nella sua proprietà. L’accesso è consentito ad un’altra persona, un cosentino residente a Montecchio, proprietario della cinquantina di animali (cavalli, pecore, galline), solo per prendersene cura.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È questa, secondo gli inquirenti, l’accusa più grave a carico di Luigi Raso Catrambona, il 47enne originario di Isola Capo Rizzuto (Crotone), domiciliato a Castellarano, proprietario di un terreno di undicimila metri quadrati – sede legale dell’Autotrasporti Catrambona – che venerdì scorso è stato posto sotto sequestro preventivo.
Il blitz a Montecchio, prima del ponte che porta a Montechiarugolo, è stato eseguito da polizia municipale Val d’Enza, carabinieri forestali, polizia provinciale e Arpae, che hanno apposto i sigilli in esecuzione al decreto emesso dal gip Giovanni Ghini su richiesta del pm Piera Cristina Giannusa, titolare dell’indagine.
Una indagine iniziata oltre un anno fa su segnalazione di alcuni residenti. Ora dall’ordinanza emergono nuovi particolari inquietanti, soprattutto sull’aspetto ambientale.
Catrambona risulta indagato per una sfilza di reati: cambiamento di destinazione d’uso, per aver svolto un’attività di rimessaggio veicoli ed escavazione ghiaia «in contrasto con gli strumento urbanistici» in un’area individuata come «di ambito agricolo di rilievo paesaggistico». Area dove ha costruito di tutto e di più (una tettoia, un box adibito a ufficio, un container metallico, altre tettoie e un basamento-platea in calcestruzzo) senza «il permesso di costruire».
Ma è l’aspetto ambientale il più inquietante. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore «raccoglieva, trasportava e smaltiva un ingente quantitativo di rifiuti», arrivando a «realizzare e gestire una discarica destinata allo smaltimento di rifiuti pericolosi».
Secondo l’accusa, siamo lontani dall’episodio sporadico: dai rilievi anche fotografici, eseguiti tramite Google Earth, oltre che dai campioni delle sostanze analizzate, «i rifiuti pericolosi venivano sistematicamente accumulati», in modo reiterato e in tempi diversi, «compattati con un escavatore» e fatti sparire sottoterra in riva all’Enza «mediante l’adozione di uno schema consolidato, costituito da una preliminare escavazione, per poi procedere per strati». All’interno dei rifiuti analizzati da Arpae sono stati rilevati «frammenti di coperture tipo onduline» (le classiche lastre di copertura di amianto), «in diversi punti dell’area erano presenti taniche parzialmente piene e in cattivo stato le cui etichette riportavano pittogrammi indicanti corrosivo e infiammabile».
Nemmeno l’acqua usata per pulire i mezzi si salvava, perché «adiacente all’ingresso era presente una piazzola, presumibilmente di lavaggio dei mezzi, pavimentata e dotata di canaletta di raccolta dei reflui»: i reflui «confluivano direttamente nel terreno».
A motivazione del sequestro preventivo, il pm Giannusa ravvisa quello che giuridicamente viene definito “periculum in mora”: secondo il magistrato, «sussiste il fondato pericolo che la libera disponibilità del bene (il terreno, ndr) possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato», con «grave danno alle matrici ambientali», in quanto «rifiuti inerti da demolizione e rifiuti speciali pericolosi vengono miscelati, con possibilità che si realizzi nel lungo periodo un inquinamento del suolo e delle acque di falda».
Quanto basta per sigillare il tutto: Catrambona non può entrare nella sua proprietà. L’accesso è consentito ad un’altra persona, un cosentino residente a Montecchio, proprietario della cinquantina di animali (cavalli, pecore, galline), solo per prendersene cura.
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