«Non sono stati prestanome della cosca»
Appello di Aemilia: chiesta dai difensori l’assoluzione per l’imprenditore Vecchi e la socia Patricelli
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BOLOGNA. Due lunghe ed intense arringhe – da parte degli avvocati difensori Vainer Burani e Vito Salvatore Villani – per chiedere l’assoluzione dell’imprenditore reggiano Giovanni Vecchi e della compagna nonché socia d’affari Patrizia Patricelli.
La controffensiva è avvenuta ieri – a Bologna – nell’ennesima udienza del processo d’appello di Aemilia.
I due conviventi 63enni nella primavera 2016 sono stati condannati in primo grado dal gup Francesca Zavaglia a 4 anni e 10 mesi di reclusione e i due pm del giudizio di secondo grado hanno chiesto il mese scorso la conferma di questa pena.
Al centro delle accuse gli affari che li avevano visti operare insieme ad Alfonso Diletto (considerato uno dei capi della cosca, per cui sempre in Appello è stata chiesta una condanna a 14 anni 2 mesi e 20 giorni) e soci e che coinvolgevano le società del gruppo Save di Vecchi.
«Abbiamo ricostruito la conoscenza con Diletto e le modalità d’intervento – si limita a dire l’avvocato Burani, una volta finita l’udienza tenutasi a porte chiuse – dimostrando che si tratta di rapporti chiari, che non vi sono state intestazioni fittizie».
L’accusa parla invece di società fittiziamente intestate a terzi, nelle quali venivano sistematicamente conferite ingenti somme di denaro di derivazione illecita. Un sistema articolato, motivato dall'esigenza di tenere l'autorità giudiziaria lontana dai veri "titolari" degli stessi beni: gli affiliati al clan. Una parabola che disegna per gli inquirenti la storia della Save Group di Montecchio, nata negli anni Settanta e il cui unico dominus sembrava essere Giovanni Vecchi, "l'ingegnere" come veniva chiamato nell'azienda che in tempi di vacche grasse arrivò ad avere fino a 150 dipendenti. Dietro alla persona di specchiati costumi, però, vi sarebbe stato da tempo – secondo la ricostruzione della Dda di Bologna – la longa manus della 'ndrina di Cutro, quella di Nicolino "mano di gomma" Grande Aracri, che tramite Alfonso Diletto (uomo di fiducia del capo a Reggio Emilia) controllava dietro le quinte la Save e le altre ditte della galassia di Vecchi, partecipando così alla spartizione del tesoretto derivato dagli appalti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
La controffensiva è avvenuta ieri – a Bologna – nell’ennesima udienza del processo d’appello di Aemilia.
I due conviventi 63enni nella primavera 2016 sono stati condannati in primo grado dal gup Francesca Zavaglia a 4 anni e 10 mesi di reclusione e i due pm del giudizio di secondo grado hanno chiesto il mese scorso la conferma di questa pena.
Al centro delle accuse gli affari che li avevano visti operare insieme ad Alfonso Diletto (considerato uno dei capi della cosca, per cui sempre in Appello è stata chiesta una condanna a 14 anni 2 mesi e 20 giorni) e soci e che coinvolgevano le società del gruppo Save di Vecchi.
«Abbiamo ricostruito la conoscenza con Diletto e le modalità d’intervento – si limita a dire l’avvocato Burani, una volta finita l’udienza tenutasi a porte chiuse – dimostrando che si tratta di rapporti chiari, che non vi sono state intestazioni fittizie».
L’accusa parla invece di società fittiziamente intestate a terzi, nelle quali venivano sistematicamente conferite ingenti somme di denaro di derivazione illecita. Un sistema articolato, motivato dall'esigenza di tenere l'autorità giudiziaria lontana dai veri "titolari" degli stessi beni: gli affiliati al clan. Una parabola che disegna per gli inquirenti la storia della Save Group di Montecchio, nata negli anni Settanta e il cui unico dominus sembrava essere Giovanni Vecchi, "l'ingegnere" come veniva chiamato nell'azienda che in tempi di vacche grasse arrivò ad avere fino a 150 dipendenti. Dietro alla persona di specchiati costumi, però, vi sarebbe stato da tempo – secondo la ricostruzione della Dda di Bologna – la longa manus della 'ndrina di Cutro, quella di Nicolino "mano di gomma" Grande Aracri, che tramite Alfonso Diletto (uomo di fiducia del capo a Reggio Emilia) controllava dietro le quinte la Save e le altre ditte della galassia di Vecchi, partecipando così alla spartizione del tesoretto derivato dagli appalti.
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