Scoperta la medicina salva-Reggio
Il ruolo del giornale nelle vicende delle minacce ai giudici
REGGIO EMILIA Siamo smaniosi di raccontare. Altrimenti che faremmo, a che serviamo? I giornalisti devono raccontare fino in fondo quello che vedono, sanno, scoprono. Soltanto così vengono servite verità e libertà, si rispetta il lettore e sono difesi quei tre-quattro principi istituzionali, etici e morali che ancora resistono in questo Paese di sfasciacarrozze.
Se la Gazzetta, a partire da giovedì scorso, non avesse scritto chiaro e tondo che la presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti è sotto scorta perché minacciata, avremmo fornito un assist a quelli che provano a intimidirla. Il silenzio è assenso. Cioè, quel batterio subdolo dal quale Reggio Emilia va guarendo e liberandosi. La Beretti è infatti impegnata nell’ambito dei sequestri patrimoniali e nel processo Aemilia (fa parte del collegio giudicante). Con lei sono sotto scorta anche i pubblici ministeri Valentina Salvi e Giulia Stignani.
Sequestri patrimoniali scattati a seguito di indagini su maxi evasioni fiscali, e processo Aemilia: sono i due percorsi giudiziari assolutamente diversi e non comunicanti. Le considerazioni che seguono si focalizzano sostanzialmente sul secondo filone. Perché Reggio ne ha esperienza acuta, essendo Aemilia nella cronaca quotidiana.
Se per motivi di sicurezza la Gazzetta – una volta ancora – non avesse dato notizia del rafforzamento delle misure di protezione personale per il presidente del tribunale, Reggio Emilia ci sarebbe ricascata. È salutare rompere il segreto su qualcosa che si va insinuando, per qualcosa di incombente, per modalità che vanno ripristinandosi. Vale la pena ricordare avvertimenti e minacce di cui sono stati destinatari il prefetto Antonella De Miro e il sindaco Luca Vecchi. In ognuno di questi casi se non vi fosse stata informazione (conoscenza, rumore, reazione) saremmo ancora lì al palo della telefonata intimidatoria, della lettera che insinua e minaccia, o anche delle querele temerarie. È attraverso il silenzio che la sopraffazione delle istituzioni cresce e si realizza.
Mi piace definire “istituzionale” il giornale non perché asseconda ritmi e atteggiamenti delle istituzioni, ma perché connette queste alla gente. E non fa allarmismo, bensì mette in allarme.
Ricordate la retorica degli anticorpi rispetto all’infiltrazione della ‘ndrangheta? Ebbene, senza informazione la retorica e anche l’immunodeficienza reggiana del “qui non avevamo gli anticorpi” tornerebbe ad ammorbarci. Perché nessuno saprebbe, pochi vedrebbero, chissà se ci sarebbero reazioni, difesa, combattimento.
Tutto ciò avviene in un momento particolare del processo Aemilia, dentro e fuori. Dentro, perché il dibattimento è entrato nella fase nella quale vengono sentiti i testimoni della difesa dopo di che inizierà la discussione. Iniziato nel marzo 2016, il processo ha già celebrato un centinaio di udienze. E spira un vento di trasversale pentitismo. Fuori, perché l’attenzione e la tensione vanno alimentate: il processo non è un corpo estraneo, la ‘ndrangheta non è un’enclave geografica infilatasi chissà perché nella nostra provincia. Il processo e, semmai, i pentiti, forniranno gli scenari sino ad oggi mancanti, i grandi meccanismi assenti, quelli dei raccordi fra il sistema mafioso e l’apparato locale.
Gli articoli firmati dal collega Tiziano Soresina sulle minacce e sulla scorta ai magistrati Beretti, Salvi e Stignani, hanno innescato tre situazioni virtuose: la sorpresa per la “fuga di notizie” negli ambienti del Palazzo di Giustizia che, si sa, sono severi per attività e riservati per pratica; un flusso importante di messaggi di solidarietà e presenza in prima linea da parte di istituzioni e cittadini; la conferma dell’efficacia della medicina salva-Reggio, ovvero comunicazione, partecipazione, attenzione. Anche a questo servono i giornali.
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