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Interpreti e mediatori «Così salviamo le lucciole»

di Leonardo Grilli
Interpreti e mediatori «Così salviamo le lucciole»

Via Turri, parla una delle operatrici che tentano di aiutare le prostitute nigeriane «Sono in mano al racket, offriamo loro visite mediche e sostegno psicologico»

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REGGIO EMILIA. Si chiama “Rosemary”, dal nome di una prostituta nigeriana uccisa a Reggio Emilia ormai venti anni fa. È il progetto che, in collaborazione con la rete regionale “Oltre la strada”, ha l’obiettivo di sottrarre alla tratta le donne vittime di sfruttamento. E che, in tutto questo tempo, ne ha salvate oltre duecento. Si articola su due livelli, un’unità di strada e un percorso di accoglienza e protezione per chi sceglie di cambiare vita. E Laura Boni, membro della cooperativa modenese Caleidos, è una di quelle operatrici che di notte, in vari quartieri della città, va a parlare e aiutare le lucciole reggiane. È lei che ci racconta di un mondo molto cambiato da un anno a questa parte, con l’ingresso preponderante delle africane nel racket della prostituzione.

«Sono due anni che la nostra cooperativa si occupa del progetto Rosemary assieme al Consorzio Oscar Romero – ci spiega –. E in zona stazione l’ingresso delle prostitute nigeriane è diventato evidente da un anno a questa parte. Prima, quando passavamo di lì, non vedevamo quasi nessuno. Adesso invece ci lavorano diverse ragazze di quella provenienza. Quando andiamo in strada con loro, infatti, in genere ci portiamo sempre una mediatrice culturale che parli nigeriano o cinese, l’altra nazionalità ancora molto attiva in via Turri». Il ruolo delle operatrici ha una doppia valenza. Da un lato uno scopo educativo e di supporto psicologico, dall’altro un aiuto più materiale, soprattutto in ambito sanitario.

«Il nostro scopo è quello della riduzione del danno – prosegue la Boni – e dell’accompagnamento in ambulatorio. Per questo distribuiamo sul posto preservativi, caramelle e lubrificanti, oltre che il nostro opuscolo con tutti i contatti. Le caramelle, o del tè caldo in inverno, servono per rompere il ghiaccio, creare una breccia nella diffidenza delle ragazze da dove poter cominciare a guadagnarsi la loro fiducia».

Poi, però interviene la parte sanitaria. Quella che interessa maggiormente le prostitute. «Io e la mia collega – continua l’operatrice – tutti i mercoledì pomeriggio siamo al consultorio per le famiglie straniere in via Monte San Michele e prendiamo appuntamenti per conto delle ragazze, sia per visite ginecologiche che generiche o ostetriche. Inoltre, soprattutto per le donne dell’est Europa, effettuiamo il vaccino per l’epatite B di cui spesso sono prive. In caso di aborto, infine, le accompagniamo per tutto il tragitto medico ma in questi due anni abbiamo avuto solo un caso di ragazza che ha voluto abortire. In genere sono le ragazze dell’est che effettuano aborti e ci contattano mentre non abbiamo mai avuto nessun caso riguardante le nigeriane. Forse preferiscono ricorrere a pratiche clandestine, forse con certi tipi di farmaci, ma non ne abbiamo mai avuto prova diretta».

Il sistema della prostituzione, infatti, non è uguale per tutte le nazionalità. «Le nigeriane che si trovano soprattutto in zona stazione e a Ponte Enza, al confine con Parma, hanno un turn over più elevato. Le brasiliane, i transessuali e le donne dell’est invece sono principalmente sulla via Emilia e sono più stabili. Queste ultime sono più “libere” rispetto alle africane. In genere hanno una casa propria, un compagno e una famiglia nel loro Paese dalla quale tornano abbastanza spesso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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