Gazzetta di Reggio

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Gli immigrati: a Reggio Emilia ci sono troppi profughi

di Leonardo Grilli
Gli immigrati: a Reggio Emilia ci sono troppi profughi

Abbiamo intervistato i migranti reggiani per sapere che cosa pensano di noi. Positivo il giudizio sulla città, ma prevale la linea dura verso i connazionali

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REGGIO EMILIA. Sono stati spesi fiumi di inchiostro sui migranti che arrivano, o abitano da anni, nel nostro Paese. Dobbiamo accoglierli tutti, sono troppi, aiutiamoli a casa loro, ci rubano il lavoro, sono troppo diversi da noi. Queste le opinioni su di loro. E loro, i migranti, che dicono di noi? E soprattutto, cosa pensano quelli che abitano a Reggio Emilia dei reggiani? Siamo accoglienti? Si trovano bene? Conoscono le nostre istituzioni? E se potessero, chi voterebbero alle prossime elezioni amministrative? Così siamo andati a chiederlo direttamente a loro. Abbiamo intervistato, nella zona stazione, diverse decine di stranieri. Alcuni integrati da anni, altri arrivati qui da non molto tempo. E le risposte sono spesso sorprendenti, un collage di affetto, soddisfazione e una non molto velata intolleranza verso gli altri migranti che delinquono o arrivano in massa dall’Africa.

Alcuni sono arrivati anni fa in aereo, fuggendo dai Paesi del nord Africa dove imperversava la guerra o dominavano feroci dittature. Altri ancora hanno attraversato il deserto, hanno visto decine di compagni morire durante il viaggio, e si sono affidati agli scafisti pregando perché il barcone non naufragasse. Una volta giunti qui però, molti di loro sembra come se si siano dimenticati delle sofferenze che hanno patito e dei motivi che li hanno spinti a rischiare la propria vita per fuggire dall’Africa.


E, anzi, mostrano una certa insofferenza nei confronti dei loro connazionali, quelli “nuovi” che stanno continuando a sbarcare sulle coste italiane. Una sorta di guerra fra poveri dove da una parte ci sono i migranti che hanno ottenuto un lavoro, una casa, una certa integrazione, e dall’altra i richiedenti asilo, affamati di riscatto, visti come una minaccia verso ciò che gli altri hanno conquistato fino ad ora.

È questo uno dei fenomeni che abbiamo riscontrato quando, in una sorta di sondaggio che non ha certo la pretesa di essere completo ed esaustivo, siamo andati in zona stazione per parlare con gli immigrati reggiani. Abbiamo voluto ribaltare la prospettiva e chiedere a loro, per una volta, cosa pensino di noi, della nostra città e del problema della sicurezza in quel quartiere. Circa una trentina, in totale, quelli ai quali ci siamo rivolti, intervistati dai portici di piazzale Marconi fino a piazza Secchi.

Linea dura contro i delinquenti. Molti dei nostri intervistati abitano, spesso da anni, in zona stazione. Anche loro vivono sulla propria pelle l’incremento di criminalità, risse e violenza e, forse non così inaspettatamente, sono i primi a propendere per la linea dura.

«Servono più controlli e più severità da parte delle forze di polizia – racconta Keita, 31 anni – io lo sento cosa dicono i miei connazionali criminali e si sentono onnipotenti, intoccabili». Amina, 26enne egiziana, spiega poi che «questi delinquenti danneggiano anche noi, ci fanno passare tutti per cattive persone quando così non è. È colpa di questi nuovi arrivati, soprattutto certi richiedenti asilo, credono di poter fare quello che vogliono. Siamo troppi qui in stazione, integrarsi non è sempre facile anche perché tanti si portano dietro vecchi risentimenti dai propri Paesi. Ci vorrebbe uno stop negli arrivi». Di condizioni abitative difficili, infine, parla Matunde: «Ho comprato casa in via Turri anni fa e negli appartamenti vicino al mio ci abitano in dodici. Senza controlli, senza igiene, scappano dalla miseria e la ricreano qui non li capisco. Chi non si vuole integrare dovrebbe andarsene, danneggiano chi stava qui da prima».

Reggiani e razzismo. Fiaccolate, manifestazioni, dichiarazioni più o meno forti contro i migranti. Ma, secondo loro, noi reggiani siamo razzisti? No, secondo la maggioranza delle persone che abbiamo sentito. «Non credo siate razzisti – ci racconta Dume, 32 anni, di origini nigeriane – nessuno si è mai comportato male con me a differenza di quanto accade in altri paesi, al sud soprattutto». O di quanto accade nel Camerun, come racconta Bomani, 45 anni, che è nato e vissuto lì per molto tempo: «Il razzismo per me è quando una tribù diversa dalla tua ti massacra o ti spara perché sei inferiore. Le parole che sento in tv da quelli vestiti di verde non mi feriscono, qui a Reggio la gente la maggioranza delle volte è molto cordiale e accogliente». E, quando ci sono delle eccezioni, in genere non provengono dai reggiani.

«Razzisti? No. I più razzisti con noi sono quelli dell’est Europa – ci spiega Faraa, 22enne marocchina, mentre aspetta l’autobus – la scorsa estate ad esempio lavoravo in un bar dove una collega rumena mi prendeva in giro per il velo. Quando il mio capo, reggiano, se ne è accorto, l’ha licenziata in tronco».
Insomma, i reggiani ne escono bene anche se, ovviamente, un certo pregiudizio latente continua a rimanere. «Non lo sono esplicitamente – racconta Lisimba, 27 anni, molti dei quali passati in Ghana – ma a volte trapela dal modo in cui ti guardano quando passi, soprattutto di notte. Sono nero è vero ma non sono “l’uomo nero”, come dite voi. A volte dei razzisti ci sono ma sono convinto basti conoscersi per sconfiggere il fenomeno. Anche se le ultime manifestazioni contro l’accoglienza ci hanno spaventato».

Migranti al voto. Se potessero votare, chi sceglierebbero alle amministrative gli stranieri reggiani? A vincere su tutti è il partito dell’astensione: oltre la metà non saprebbe scegliere o non apprezza nessuno. Fra chi ha delle idee politiche, però domina senza rivali la sinistra e il Pd. «Leggo i giornali e guardo la tv – spiega Ayubo, 33enne senegalese – la sinistra mi sembra l’unica attenta alle esigenze di noi immigrati. Anche se, tutti noi, vorremmo fosse più facile ottenere la cittadinanza italiana».

Qualche eccezione però, fra gli “schierati”, ci sta. Due in particolare le più sorprendenti o bizzarre, per motivi molto diversi fra loro. La prima quella di Keita che racconta senza remore che voterebbe la Lega Nord: «Servono più controlli alle frontiere e uno stop agli arrivi. Siamo troppi non c’è posto per tutti già è difficile per noi...». A sorpresa, infine, sale nella scheda elettorale il consigliere comunale Pd Dario De Lucia. Ad eleggerlo, per una ragione molto specifica, è il nigeriano Zifa: «Io voterei De Lucia, quello del gay pride. Una mia amica trans mi parla sempre molto bene di lui».

Sindaco, chi è costui. Molti dei migranti africani che abbiamo intervistato abitano a Reggio Emilia da molti anni. Ma quanti conoscono il nome del sindaco della città? Su una trentina di intervistati circa una metà, 12, hanno dichiarato di non ricordarselo, di non saperlo per niente o di sapere solo che appartiene al Partito Democratico.

Gli altri, invece, si sono dimostrati molto preparati rispondendo, prontamente, Luca Vecchi. Con due simpatiche eccezioni. Zwanga, ad esempio, che pur non azzeccando il nome del primo cittadino si mostra eccezionalmente preparato sulle massime cariche dello Stato: «Non è Mattarella? Vedo sempre la sua foto in questura, deve essere lui per forza». Ma è Farisa, ragazza tunisina di 34 anni, a dare la risposta più particolare: «Il sindaco? Credo sia Delrio se non ricordo male, il mio titolare dice sempre che in città comanda lui».

Reggio, bella ma umida. I motivi per cui i migranti africani si sono stabiliti a Reggio Emilia sono i più vari. Alcuni sono capitati qui per caso, altri per lavoro, altri ancora per ragioni familiari. Ma cosa pensano di Reggio? In linea di massima, il meglio possibile, la maggioranza degli intervistati non poteva dare un giudizio migliore sul nostro territorio. Abituati al peggio, forse riescono ad apprezzare meglio rispetto a chi si è assuefatto a certe comodità.

«Adoro Reggio Emilia – ci dice Sheba, ragazza di 25 anni, regalandoci un sorriso meraviglioso – ha molte aree verdi, i mezzi pubblici funzionano e ti puoi spostare comodamente in bicicletta senza paura di essere investita. Non andrei in nessun altro posto». A Rashid invece, marocchino di 34 anni, piacciono molto «le offerte culturali della città, gli eventi, i locali dove potersi divertire. I Mercoledì Rosa, ad esempio, non li trovate meravigliosi?». Unica pecca, secondo una decina di intervistati, il clima «un po’ troppo umido e inquinato, sarebbe bello se ci fosse meno smog».

Aspettative prima del viaggio. Maggiore libertà, un lavoro remunerativo, poter realizzare i propri sogni e soprattutto pace. Le aspettative prima della partenza dall’Africa sono semplici. Niente strade lastricate d’oro, nessun paese della cuccagna. Solo vivere, invece che sopravvivere. «Cosa pensavo di trovare? – racconta Joe, 40 anni, dalla Nigeria – Una possibilità per me e la mia famiglia. Una vita nuova lontano da paura e sofferenza. Un lavoro, anche umile».

Di lavoro parla anche Jamila, ragazza di 29 anni, mentre esce da un minimarket: «Molti pensano che siamo qui per rubare il lavoro a chissà chi. Non è vero, chiunque vorrebbe scappare da dove veniamo noi. Veniamo per lavorare, per integrarci, non per darvi fastidio».

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